Salta navigazione.
La vita sta cambiando pelle

Palermo: storia tristissima, e purtroppo vera, del Teatro Massimo

Enrico Votio del Refettiero

Devo cominciare con le scuse: avevo promesso di dedicarmi al mistero dei misteri del mondo della musica, quello di "Arcus". Mi tocca invece propinarvi la storia tristissima e purtroppo vera del Teatro Massimo, quella che si inizia con le elezioni del 25 novembre 2001 e l'ascesa al trono di Diego Cammarata, palermitano della Zisa. Il terremoto che segue nelle nomine di tutto quanto dal Comune dipende - e le Fondazioni Lirico Sinfoniche dove i Sindaci sono anche i Presidenti son le prime - rende insostenibile la situazione del Sovrintendente Francesco Giambrone, già assessore alla cultura della Giunta Orlando, che torna a fare il cardiologo. La sua è una gestione artisticamente anche di successo, ma che costa al Teatro l'astronomico deficit di 25 milioni di Euro. In un paese normale sarebbe rimasto a fare il cardiologo, in Italia è stato portato trionfalmente allo scranno di Sovrintendente del Maggio Musicale Fiorentino. Mauro Meli docet, evidentemente. Ma andiamo avanti.

Il pensatoio di Forza Italia - o meglio del circolo del potente Gianfranco Miccichè - esprime un indirizzo: basta con i debiti, la nuova gestione deve fare un segnale forte. Il Sovrintendente viene esautorato, diventa una sorta di marionetta senza alcun potere gestionale, messo sotto tutela del Vice Presidente del Teatro, un personaggio fino ad allora estraneo al mondo dello spettacolo, che di mestiere fa l'avvocato e risponde al nome di Gaetano Armao. Scelsero Claudio Desderi - qualcuno al tempo disse su indicazione dal critico del Corrierone, quel Paolo Isotta noto soprattutto per aver lamentato la soppressione dei vespasiani nei bagni della Scala - un poveraccio che era appena stato cacciato per manifesta incapacità dalla poltrona di Direttore Artistico del Teatro Regio di Torino e che non poteva chiedere di meglio che avere una nuova poltrona (ben pagata), nessuna responsabilità e pure qualche recita in cui provare la sua perizia di gran direttore d'orchestra (ma non era un cantante?). In sala macchine viene collocato un uomo di esperienza, palermitano ma da sempre lontano, che veniva da anni di esperienza all'estero come timoniere del Teatro della Maestranza di Siviglia, uno dei pochi che parla pure qualche lingua straniera, Giuseppe Cuccia. Farà una brutta fine: la macchina nuova bruciata, le minacce, fino al licenziamento "per giusta causa". Salvo il fatto che il Tribunale di Palermo finì per constatare che la giusta causa non c'era e condannare il Teatro Massimo al risarcimento dei danni. Abbiamo raccolto la sua storia, che testimonia l'amara realtà della massima scena lirica siciliana.

(INTERVISTA A GIUSEPPE CUCCIA).

Nello spirito del capo - quello vero, quello di Arcore e del suo "addetto culturale" che nell'ambiente è chiamato con "reverenza e tema" senza mai nominarlo direttamente "il Senatore" - si punta soprattutto sull'immagine: e viene chiamato allora il migliore, quel Davide Rampello che diventerà di lì a poco Presidente della Triennale di Milano. Si rifà l'immagine del Teatro, ma sotto il vestito - come si dice - nulla. I dati che emergono dalla relazione della Corte dei Conti per l'esercizio 2003 e 2004 del Teatro Massimo di Palermo parlano chiaro: i 510 dipendenti del Teatro Massimo continuano a produrre la strabiliante cifra di poco più di 120 serate (saranno poco più di 180 l'anno successivo, ma aumentando vertiginosamente i concerti e le serate musica da camera), per le quali la Fondazione spende qualcosa come 46 milioni di Euro nel 2003 e 43 milioni di Euro nel 2004: per un astronomico costo medio di 383,000 Euro a rappresentazione, compresi i concerti dei quartetti che di costo hanno poche migliaia di Euro. E totalizzando ricavi di biglietteria che giustamente Cuccia nella sua intervista definisce "ridicoli" : 3.137.000 Euro nel 2003 che si ridurranno addirittura a 2.902.000 Euro nel 2004, un vero disastro su tutta la linea. Altro che successo della gestione illuminata di Armao! Se è vero che le perdite dell'esercizio diminuiscono, passando da 13 milioni di Euro a poco più di 4, l'evento non si deve alla sapienza gestionale dell'avvocato d'affari, ma solo alla generosità del Comune, e in particolare del Sindaco Cammarata, che in un anno raddoppia il suo contributo che passa da 2,5 milioni del 2002 a oltre 5 milioni del 2003, cifra che rimane stabile anche nel 2004 - chissà a prezzo di quale taglio ai danni dei poveri cittadini palermitani. Ma non finisce qui: il Comune conferisce altresì alla Fondazione immobili per oltre 6.000.000 di Euro, che vengono iscritti a bilancio con una disinvoltura tale da lasciar perplesse anche le vecchie volpi della Corte dei Conti, che non mancano di rilevarlo nelle conclusioni della relazione relativa all'esercizio 2004, l'ultima purtroppo disponibile.

Una cosa certo l'avvocato Armao avrebbe potuto fare, oltre a liquidare il deficit da 25 milioni accumulato dal suo predecessore con la Popolare di Lodi accendendo un mutuo che peserà sulle spalle di due generazioni di palermitani: favorire l'inserimento di privati nella Fondazione. Ma anche qui, e nonostante le brillanti frequentazione che il nostro vanta, il risultato è men che nullo. E' sempre la Corte dei Conti a rilevare che il Teatro Massimo è il fanalino di coda nell'acquisizione di contributi dei privati: la miseria di 258.000 Euro contro il 1.200.000 Euro del penultimo in classifica, il Teatro Lirico di Cagliari. Un risultato che anche il linguaggio che più diplomatico non si può della magistratura contabile definisce "modesto".

Le cifre che la Corte dei Conti, che l'avvocato Armao ci ha invitato a consultare, sono desolanti: e non serve l'aiuto di nessuno per capire che siamo di fronte all'ennesimo disastro della gestione del Teatro, ancora una volta finanziato con i risparmi degi incolpevoli e purtroppo il più delle volte inconsapevoli cittadini. I dati che per amore di trasparenza e di verità riportiamo e che abbiamo scaricato dall'efficientissimo sito della Corte dei Conti ci restituiscono l'immagine di un cadavere putrefatto, saldamente in coda alla lista delle Fondazioni Lirico Sinfoniche del nostro Paese per il desolante rapporto tra contributi incassati - che abbiamo visto sono tutti pubblici - e produttività. Uno "squallido stipendificio", come lo definisce nella sua accorata e appassionata intervista Giuseppe Cuccia, che intatto nel suo sfascio l'avvocato Armao ha consegnato nelle mani dei suoi successori.

style="display:inline-block;width:728px;height:90px"
data-ad-client="ca-pub-1148397743853804"
data-ad-slot="6534948771">