di Erica Vecchione

Da bambina e fino alle superiori la mia merenda a scuola è consistita principalmente di frutta, mentre a cena il pasto iniziava sempre con il minestrone (che naturalmente odiavo). Mia madre non era una fanatica salutista, ma faceva parte di quella generazione che oggi sta scomparendo, e che con la sua dipartita ha (in parte) contribuito a qualcosa di inimmaginabile nella patria della dieta mediterranea e della buona cucina: i bambini italiani sono tra i più grassi del mondo.

Un po’ di dati forniti da Ocse. Il 36% dei bambini e il 34% delle bambine in Italia è sovrappeso o obeso, secondi solo ai greci, terzi i neozelandesi, gli statunitensi si piazzano al quinto posto. E se è vero che nella fascia adulta gli italiani raddrizzano la curva e scendono di peso, sapere che la fetta più vulnerabile della nostra popolazione, quella che accetta dalle nostre mani il nutrimento, mangia male e troppo, non è un buon segnale su come il Paese si stia strutturando a livello socio-alimentare.

In tutte le statistiche benessere economico e livello di istruzione sono messi in stretta correlazione al peso corporeo: più ignoranti più poveri, più poveri più grassi.

Non è un caso che durante la crisi economica tra il 2008 e il 2013, nei cosiddetti Pigs (Portogallo, Irlanda,Italia, Grecia e Spagna) si sia verificato un calo nell’acquisto di frutta e verdura.

Il fatto che le donne cucinino sempre meno non sarebbe di per sé un male, se il loro contributo a sfamare la famiglia fosse sostituito dal marito o da qualcun altro che realmente cucina, anziché da cibi preconfezionati o surgelati.