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La vita sta cambiando pelle

Alimentazione

Alimentazione

Gli italiani tornano a spendere per mangiare. E si dividono: 31 milioni per i cibi pronti, 26 per quelli salutisti

La ricerca del Censis dice che il 91 per cento dei consumatori è "interessato" alla spesa alimentare. A differenza del resto del mondo, a guidare le scelte sono la trasparenza delle informazioni, la qualità e la marca

Gli italiani hanno accentuato le loro doti di "formichine" con la crisi, stringendo la cinghia e rinunciando a una buone di acquisti: non è un caso che l'obiettivo per il rilancio del Paese sia stimolare i consumi, cercando di mettere in circolo quei 133 miliardi cash accumulati in via cautelativa dalla crisi ad oggi. Secondo il Censis, la disponibilità a spendere per il cibo può fare da traino a questo recupero.

L'istituto lo ha indagato nella ricerca "Il futuro dell'alimentazione: tra stili di vita contemporanei e nuovi modelli di fruizione", presentata stamane a Milano. Secondo i ricercatori, il cibo occupa una fetta maggiore nella spesa delle famiglie rispetto a quanto accada nel resto d'Europa (il 14,3% sul totale delle uscite per consumi contro l'11,4%). E' sintomo di un'attenzione culturale particolare, anche se gli economisti sanno bene il nesso tra l'incidenza della spesa alimentare e la possibilità di uscire dal semplice livello di "sussistenza" nelle proprie scelte di consumo.

La cena-tipo negli ospedali è una follia nutrizionale. Parola dell’oncologa Di Fazio

I consigli dell'oncologa Maria Rosa Di Fazio estratti dal suo libro "Mangiare bene per sconfiggere il male" (Mind)

A molti di voi sembrerà un paradosso. Non lo sembra: purtroppo lo è. Consiste nell’amara constatazione che uno dei peggiori “luoghi comuni” alimentari è rappresentato proprio dalla cena-tipo che nel 99,9% dei casi viene data ai degenti in ospedale. Vorrei che direttori sanitari e amministrativi delle case di cura, ma ancor di più il ministro della Sanità mi ascoltassero: il tradizionale menù delle cene ospedaliere è quanto di peggio si possa dare da mangiare anche a una persona sana. Figuriamoci a un malato!

Per fortuna c’è chi a queste cose ci pensa, come ha fatto l’Artoi (Associazione per la ricerca di terapie oncologiche integrate, della quale faccio parte) che ha stilato e presentato all’Unione Europea quello che dovrebbe essere il modello di dieta ideale per il malato ospedaliero e per il bambino. Sorvolerò, quindi, sulla pizza o sul piattone di spaghetti come abitudine serale di chi per sua fortuna non è ricoverato. Non me ne occuperò, limitandomi tuttavia a dire che si tratta comunque di un genere di cena che caldamente sconsiglio a tutti, sani o malati, quantomeno come menù abituale. Facendo sempre salvo, è ovvio, l’innocente strappo di una volta ogni tanto, i piattoni di pasta e le pizze riservatele al pranzo. Sarà molto meglio.

Usa, prodotta carne sintetica di pollo e anatra. ''Entro 5 anni nei supermercati''

Ad annunciarlo è Memphis Meats, una startup californiana attiva nel settore delle biotecnologie alimentari. In attesa di una regolamentazione per la sicurezza dei prodotti sintetici

di DAVIDE MICHIELIN

ROMA - Dopo che nel 2013 era stato servito il primo hamburger da carne 'in provetta', ora è la volta delle carni sintetiche di pollo e di anatra, ottenute da cellule coltivate in laboratorio. A presentarle nel piatto è l'azienda statunitense Memphis Meats. Il risultato è riportato sul sito della rivista Science dove si fa accenno anche alle possibili conseguenze legali. Finora, nessuno di questi alimenti sintetici ha raggiunto il mercato ma sono sempre più numerose le aziende che in tutto il mondo stanno percorrendo questa strada. 

LEGGI Londra, la prima bistecca artificiale

Per produrre le carni sintetiche di pollo e anatra, l'azienda con base nella Silicon Valley ha usato una tecnica simile a quella con cui l'Università di Maastricht aveva prodotto la carne di manzo: ha prelevato le cellule staminali dal muscolo degli animali e le ha coltivate su speciali impalcature fino a formare un numero di filamenti sufficiente (circa 20.000), per fare una polpetta o un hamburger.

La dieta italiana mima digiuno può invertire il diabete

Invertire il diabete con la dieta mima digiuno ideata dall'italiano Valter Longo. La speranza arriva da uno studio condotto in topi e cellule umane, pubblicato su 'Cell' dal team dello scienziato in forze alla University of Southern California di Los Angeles e all'Istituto Firc di oncologia molecolare-Ifom di Milano. Il lavoro dimostra che cicli di dieta mima digiuno-Dmd sono in grado di riprogrammare le cellule del pancreas deputate a fabbricare l'insulina, riportandole a uno stadio simile a quello embrionale e ripristinando la produzione dell'ormone controlla-zuccheri. Nei roditori diabetici, 4 giorni a settimana di Dmd hanno ripristinato una produzione normale di insulina, riducendo i sintomi della malattia del sangue dolce. E la speranza è che il regime alimentare simil-digiuno possa alleviare il diabete anche nell'uomo.

"Alternare ciclicamente una dieta che mima il digiuno con una normale - riassume Longo - ha essenzialmente riprogrammato le cellule che non producono insulina in cellule che la producono. Attivando la rigenerazione delle cellule pancreatiche, siamo stati in grado di migliorare lo stato di salute dei topi affetti da diabete di tipo 1 e di tipo 2 in stadio avanzato, e anche di riattivare la produzione di insulina nelle cellule pancreatiche umane da pazienti con diabete di tipo 1".

La ricerca è l'ultima di una serie di studi che indicano le potenzialità della Dmd contro varie patologie: dal cancro alle cardiopatie, dalle malattie dell'invecchiamento alla sclerosi multipla. Lo schema alimentare riproduce gli effetti del digiuno con sola assunzione di acqua. In altre parole si mangia, ma è come se si bevesse soltanto.

MANGIANDO IL PESCE INGERIAMO 11MILA PEZZI DI PLASTICA ALL'ANNO!

Inquinamento dei mari e plastica nei pesci. E anche nel nostro organismo.

Proprio così: chi consuma abitualmente pesce (e mitili) ingerisce più di 11mila frammenti di plastica ogni anno.

È l'allarme lanciato dagli scienziati della University of Ghent in Belgio, secondo i quali le microplastiche si accumulano nel nostro corpo nel corso del tempo e potrebbero rappresentare un rischio per la salute a lungo termine.

LEGGI anche: LE MICROPLASTICHE UCCIDONO I PESCI, LA CONFERMA IN UN NUOVO STUDIO

Che gli oceani fossero inondati di plastica è, ahinoi, una notizia che rimbalza da tempo: secondo uno studio, tra 35 anni gli oceani potrebbero contenere addirittura più bottiglie di plastica che pesci. Il bello è che non ci vuole poi molto, per gli scienziati, calcolare che più del 99% di questi frammenti (i rifiuti di plastica passando dai fiumi ai mari si scompongono in pezzi sempre più piccoli, fino a diventare microplastiche) arrivano nel nostro organismo attraverso il cibo che mangiamo.

Per esempio, le cozze filtrano circa 20 litri di acqua al giorno e ingeriscono plastica. Parte di questa viene espulsa ma, in media, ogni cozza contiene un piccolo frammento di plastica, sebbene assorbito nei tessuti.

Dalle nocciole turche alle arachidi cinesi, la lista nera dei cibi pericolosi per la salute

Le nocciole e l’altra frutta secca dalla Turchia contaminate da aflatossine cancerogene hanno fatto scattare l’allerta nei Paesi comunitari. Poi ci sono le arachidi dalla Cina, il peperoncino e le altre spezie dall’India, per la presenza di contaminazioni microbiologiche e di residui chimici. Coldiretti ha messo a punto una «lista nera» di dieci prodotti importati che possono causare danni alla salute di chi li consuma, soprattutto di quei «9,7 milioni di italiani che regolarmente abbinano ingredienti nostrani con prodotti provenienti da altri paesi, come ad esempio la curcuma originaria dell’India o le bacche di goji, i fagioli azuchi e lo zenzero che sono in gran parte di provenienza cinese”»

Coldiretti ha elaborato il rapporto del ministero della Salute sul sistema di allerta europeo per rischi alimentari. Al quarto posto di questa black list per contenuti fuori norma di metalli pesanti per tonno e pesce spada provenienti dalla Spagna mentre preoccupante è la situazione della frutta e verdura proveniente dalla Turchia con fichi secchi fuori norma per la presenza di aflatossine e i peperoni per i pesticidi.

Al sesto posto la frutta secca proveniente dall’India con l’allarme salmonella scattato nei semi di sesamo, mentre irregolarità per le aflatossine sono state trovate nei pistacchi dall’Iran. Nella frutta e verdura proveniente dall’Egitto – continua la Coldiretti -, che gode di un regime agevolato per l’esportazione in Italia, è stata segnalata la presenza irregolare di pesticidi in prodotti come le olive e le fragole, ma hanno creato problemi anche i pistacchi provenienti dagli Usa per le aflatossine cancerogene e il pesce dal Vietnam con un eccessivo contenuto di metalli pesanti, che chiude la lista dei dieci cibi più pericolosi.

Ridurre il consumo di zucchero, anche le aziende dolciarie pensano alla salute

È delle ultime ore la notizia che entro il 2020 Nestlé escluderà almeno diciottomila tonnellate di zucchero dai prodotti che finiranno sugli scaffali dei supermercati europei. Ciò equivale a dire che, da qui a tre anni, la gamma dei prodotti Nestlé ne conterrà in media il 5% in meno. Il tutto, confermano dall’azienda, senza alterare la sapidità dei propri prodotti.  

Le conseguenze dell’eccessivo introito di zuccheri  

La notizia conferma la volontà di supportare la Commissione Europea nell’azione che mira a migliorare i prodotti alimentari di origine industriale nel prossimo futuro. È una necessità incombente, d’altronde, visto che sulle nostre tavole finiscono quotidianamente alimenti e bevande che apportano una quantità eccessiva di zuccheri semplici.  

 

Grano made in Italy: Barilla firma accordo triennale

Partner saranno 65mila aziende del Paese per un indotto indiretto di quasi 200mila lavoratori

E' stato presentato, oggi a Marcianise (Caserta), nello stabilimento della Barilla, dove si produce la pasta Voiello, l'accordo siglato dalla multinazionale di Parma con gli agricoltori italiani per l'acquisto di 900mila tonnellate di grano duro per la produzione dei vari tipi di pasta.

L'intesa, che per la prima volta avrà durata pluriennale - durerà tre anni dal 2017 al 2019 - e vede come partner della Barilla 65mila aziende del Paese per un indotto indiretto di quasi 200mila lavoratori, ruota attorno, in particolare, all'acquisto del grano duro di tipo Aureo, prodotto di alta qualità e di livello proteico elevato - pari al 15,5% - con cui si realizza la totalità delle tipologie di pasta Voiello, vanto della gastronomia campana.

L'accordo premia gli agricoltori del Centro-sud, quelli di Abruzzo, Molise, Campania e Puglia, che in tre anni dovranno produrre 210mila tonnellate di grano duro, tra Aureo (130.000 tonnellate; 97% indice di glutine) e Svevo (80 mila tonnellate; 85% indice di glutine), per un investimento totale da parte di Barilla di circa 62 milioni di euro; per le aziende la remunerazione sarà elevata, pari a 270 euro a tonnellata come prezzo minimo di vendita rispetto ai 150 euro di qualche anno fa.

"La Campania - ha spiegato il responsabile del Settore Acquisti del Gruppo Barilla Luigi Ganazzoli - è la Regione in cui i contratti di coltivazione del grano duro hanno avuto lo sviluppo più significativo: nel nuovo accordo i volumi di acquisto del grano Aureo da parte di Barilla sono infatti aumentati del +30% (33.000 tonnellate) rispetto al 2016. La durata triennale dei contratti permette poi alle aziende di programmare e crescere". (ANSA).

UN PIANETA SENZA FUTURO

Il genere umano è paragonabile ad una cittadella impossibilitata a rifornirsi all’esterno, che non si cura della crescita esponenziale dei suoi abitanti e delle scorte che stanno per finire

Franco Libero Manco

2.000 anni fa, la popolazione mondiale era di 250 milioni di persone. Nel 1950 il mondo contava circa 2 miliardi e mezzo di abitanti; nel 2000 quasi 6 miliardi e 7 miliardi nel 2011. Con l’attuale progressivo aumento si prevede che nel 2030 gli abitanti della terra saranno almeno 8 miliardi.

Questa umanità, che già oggi consuma il 30% di risorse in più di quelle che la terra è in grado di produrre,  s’incammiona verso una realtà incerta e preoccupante. E il tempo rimasto per invertire la rotta è breve. Se non nullo. Vittime della tecnologia, della cultura consumistica dominante e del benessere economico da raggiungere ad ogni costo, non si accorge di correre verso un futuro impossibile. In una tendenza irresponsabile quanto fuori controllo, si cercano soluzioni contingenti ai problemi che questa società crea di continuo, senza curarsi che con queste prospettive è improbabile avere un domani.

Madri in vendita: mucche, capre o pecore come distributori automatici, dispensatrici di latte a volontà.

mungitura meccanica

Margherita d'Amico

Strano ma vero, esiste ancora chi crede che mucche, capre o pecore siano una sorta di distributori automatici, capaci di dispensare latte a volontà. Lunghe gravidanze, faticosi parti, cuccioli trascinati via dalle madri dopo il primo respiro, vengono rimossi per lasciare spazio a quelle mammelle gonfie e doloranti che, come macchine, producono un alimento materno di cui nessun mammifero normale si nutre se non nei primi mesi di vita.

Domani, sabato 18 febbraio, a Roma presso la Casa Internazionale delle Donne, si discuterà del commercio di corpi femminili e delle loro più intime risorse senza differenza di specie: Le Donne e le Altre è dunque il titolo di un incontro organizzato da Animal Equality, coordinato da Marina Kodros. Così, la psicologa clinica Annalisa Zambonati metterà in evidenza le forti similitudini fra la violenza sulle donne e quella inflitta ad altri animali. Spetterà quindi all'antropologa Annamaria Rivera parlare di specismo come  culla di sessismo e razzismo, mentre l’attrice Daniela Poggi porterà la testimonianza del proprio impegno per un mondo più accettabile, espressa più volte e in modo particolare attraverso lo spettacolo Anima Animale, scritto e diretto da Luca De Bei (a sua volta valoroso attivista) con musiche originali di Francesco Verdinelli.

Con i cambiamenti climatici rischia di aumentare il mercurio nei pesci. I risultati di uno studio di ricercatori svedesi e statunitensi

  Beniamino Bonardi

L’aumento delle precipitazioni in molte aree dell’emisfero settentrionale, conseguente ai cambiamenti climatici, potrebbe aumentare del 15-30 per cento il deflusso delle acque nei mari. È questa la previsione peggiore dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) che avrebbe come conseguenza un aumento del 300-600 per cento del metilmercurio, una forma di mercurio altamente tossica per lo zooplancton, termine scientifico che indica i piccoli animali che sono alla base della catena alimentare marina. L’incremento dell’afflusso di acqua dolce negli strati superficiali provoca la proliferazione dei batteri che convertono il mercurio, naturalmente presente nelle acque, in metilmercurio, una pericolosa neurotossina che poi si ritrova nel pesce e nei frutti di mare. Il rischio di aumento del metilmercurio nei mari, come conseguenza dei cambiamenti climatici, riguarderebbe le aree più settentrionali dell’emisfero terrestre, mentre nel Mediterraneo, nella parte centrale del Nord America e nell’Africa meridionale si potrebbero registrare delle diminuzioni.

LATTE, UN OMICIDA SILENZIOSO

Franco Libero Manco

Esistono 4300 specie di mammiferi sulla terra, ogni specie ha il suo latte specifico. Una volta svezzato nessun mammifero consuma latte. Noi umani continuiamo a succhiare le mammelle degli animali per tutta la vita. E’ come prendere una madre umana, strapparle il bambino, prendere il suo latte con la forza e lasciala piangere.

Se gli stessi vitelli non dipendono più dalla loro madre per la loro crescita e per il calcio dopo lo svezzamento, perché l’uomo esige il latte della mucca? Per le lobby casearie l’uomo non deve mai essere svezzato, anche se il latte non è un alimento per adulti, né è un alimento perfetto e la pastorizzazione lo rende ancora peggiore. Cinesi, indiani d’America,  tribù africane, asiatiche, polinesiane ecc. non bevono mai latte dopo lo svezzamento. Il fatto che il 90% della popolazione umana sia intollerante al lattosio indica chiaramente che la natura non ha previsto sia un alimento per gli umani.

Il latte non è un cibo per gli uomini, se lo consumi preparati alle seguenti malattie o disturbi: catarro, febbre da fieno, asma, bronchite, raffreddore, rinorrea, vista debole, cataratta, obesità, otite,  mal di testa, dispepsia, allergia, dissenteria, palpitazioni,  malattie, cardiache, angina, calcoli renali, artrite, spondiliti, tumori e soprattutto cancro, rinorrea, otite, tosse, raffreddore, adenoidi del naso, acne, foruncoli, tonsilliti, febbri occasionali, stitichezza, debolezza, anemia, obesità e molte altre.

Ecco l’hamburger vegetale che salverà il mondo

MARCO MAGRINI

Si cercano soluzioni alternative all’impatto ambientale degli allevamenti di animali. Impossible Foods, Beyond Meat, Memphis Meats staanno perfezionando la carne vegetale o cresciuta in vitro. Carne “finta”, ma che sa di carne

Secondo le stime della Fao, nel mondo ci sono 19 miliardi di galline, ovvero tre polli per ogni essere umano. Ma anche un miliardo e mezzo di bovini, un miliardo di ovini e un miliardo di suini che, complessivamente, rappresentano gran parte del patrimonio proteico dell’umanità. Un patrimonio che garantisce la sopravvivenza della (nostra) specie, ma che porta con sé un bilancio carico di passività.  

Gli allevamenti globali producono il 14,5% delle emissioni di gas serra: più della somma delle emissioni di auto, treni, aerei e navi messi insieme (13%). Secondo la Fao è il 5% dell’anidride carbonica prodotta dalla civiltà umana; il 53% del protossido di azoto e il 44% del metano, due gas serra ben più potenti della CO2. Le mucche in particolare, per via del loro particolare apparato digerente, sono responsabili (davanti e dietro) di gran parte di quel metano. Inoltre, viste le grandi quantità di cibo necessarie per produrre una bistecca – in termini di consumo di acqua, di suolo, di fertilizzanti nonché di scarti generati – non c’è proteina al mondo altrettanto inefficiente e «costosa» per l’ambiente.  

VEGAN: CUORE GRANDE E SPALLE LARGHE

Franco Libero Manco

Per alcuni i vegetariani sono in qualche modo sopportabili, mentre i vegani sono proprio antipatici e a  volte  urticanti. Considero questa opinione un fatto del tutto fisiologico, che si ripete ad ogni innovazione che mette in crisi il proprio modo di pensare e di agire, specialmente se richiede la rinuncia a certi piaceri consolidati. E, come diceva John Stuart Mill, filosofo ed economista britannico, “Ogni innovazione è caratterizzata da tre fasi: prima la derisione, poi la considerazione ed infine l’accettazione”.

Essere vegan significa avere una percezione più ampia della vita, significa includere nella sfera dei diritti anche gli animali; significa vivere secondo il principio non fare ad altri ciò che non vorresti per te stesso; vivere secondo il comando “Non uccidere”; significa valorizzare la vita in tutte le sue manifestazioni; significa avere maggiore sensibilità d’animo, maggiore responsabilità verso se stessi e verso il contesto naturale; significa nutrirsi secondo quanto previsto da Madre Natura per noi umani/frugivori; significa non rendersi complici del martirio degli animali, della distruzione delle foreste, della fame nel mondo, dell’inquinamento generale, dello sperpero di risorse naturali.

Per contro essere carnofili significa essere affetti da “menefreghite”, considerare più importante il piacere del proprio palato del dolore e della vita degli animali; significa vivere secondo la legge primordiale  di mors tua vita mea; significa infischiarsene di quello che producono le nostre scelte alla nostra salute, alla nostra coscienza, al nostro ambiente, alla nostra  economia.

AMMALATI DI FATALISMO

(Non è il destino avverso a farci ammalare, e neppure gli dei, ma il nostro stile di vita)

Franco Libero Manco 

Perché gli animali selvatici non si ammalano quasi mai, fino all’ultimo giorno sono pieni di vitalità e si spengono senza il calvario che invece accompagna l’esistenza degli umani? Probabilmente perché seguono istintivamente le leggi naturali e si alimentano esclusivamente con ciò che ha previsto per loro Madre Natura. Cosa che non succede tra gli umani flagellati da innumerevoli malattie dovute ad un cattivo stile di vita e ad un’alimentazione innaturale quanto dannosa. Ma a mio avviso, salvo casi eccezionali, guarire è possibile da qualsiasi malattia, purché si  eliminino le cause che l’hanno determinata, e purché non sia troppo tardi la decisione di invertire la rotta. 

La malattia si manifesta come sforzo dell’organismo per eliminare le tossine accumulate in anni di intossicazione, di cattivi stili di vita, pessima alimentazione, inquinamento chimico, farmacologico, atmosferico, mentale, emozionale ecc: E’ il processo naturale di autodifesa, lo strumento attraverso cui opera per recuperare la salute, e bisogna che faccia il suo corso, mentre qualunque trattamento farmacologico/chimico/terapico rende ancor più gravoso il suo compito. 

IL DIGIUNO, POTENTE STRUMENTO DI RIGENERAZIONE FISICA, MENTALE E DI ELEVAZIONE SPIRITUALE

Franco Libero Manco

Il digiuno, da sempre è stato praticato fin dagli albori della storia da tutti i popoli della terra allo scopo di  purificare il corpo, la mente o per penitenza nei percorsi spirituali, per auto-disciplina, per scopi politici o come mezzo di guarigione. 

Per i Veda e per la tradizione yogica era un mezzo di elevazione spirituale. Nelle religioni primitive per propiziarsi la divinità, o per prepararsi a certi cerimoniali. Era usato dagli antichi greci, prima della consultazione degli oracoli, dagli sciamani africani per contattare gli spiriti, dagli indianid’America per acquisire il proprio animale totemico, dai fenici, dagli egizi, gli assiri, dai babilonesi, dai druidi celtici e in tutti i paesi del Mediterraneo; i farisei erano noti per il loro digiuno. La legge mosaica ordinava agli ebrei il digiuno una volta l‘anno;  i primi cristiani lo praticavano con riferimento a Gesù che digiunò per 40 giorni prima della sua missione; veniva consigliato dai medici arabi. In Italia i medici napoletani, fino a circa 150 anni fa erano soliti utilizzare il digiuno che a volte durava 40 giorni nei casi di febbre. All’inizio dell’Ottocento il digiuno venne praticato come terapia per guarire diverse malattie.

La storia del digiuno annovera molti santi: Benedetto, Francesco d’Assisi, Francesco di Paola, Caterina da Genova, Bernardo di Chiaravalle, Romualdo dei Camaldolesi, Tommaso d’Aquino, Ignazio di Loiola, Francesco di Sales e altri. In tempi più recenti sono noti i digiuni di Gandhi, Aurobindo, Krishnamurti.

Scoppia la “guerra dei biscotti” tra Ferrero e Barilla. La nostra campagna contro l’invasione dell’olio di palma all’origine dello “scontro”

Roberto La Pira e Dario Dongo

Ferrero all’incontro di Milano ha rigettato tutte le accuse contro l’olio di palma

La “guerra dei biscotti” ha preso il via il 27 ottobre 2016 a Milano all’hotel Westin Palace durante l’incontro sull’olio di palma organizzato dalla Ferrero. Il motivo dello scontro è la decisione presa da Barilla di stampare sulle confezioni dei biscotti la frase “senza olio di palma” e di avere promosso una campagna pubblicitaria per fare sapere ai consumatori che i prodotti non contengono più l’olio tropicale (quello, per intenderci, accusato di contenere sostanze cancerogene e responsabile della deforestazione e degli incendi e in Malesia e Indonesia).

Insalata già tagliata e lavata: rischio salmonella

Uno studio pubblicato sulla rivista "Applied and Environmental Microbiology"

18 Novembre 2016 - Spiacevoli e pericolose sorprese potrebbero trovarsi nelle buste di insalata già lavata e tagliata che chi ha poco tempo per cucinare non fa mai mancare nel frigorifero. Infatti uno studio pubblicato sulla rivista Applied and Environmental Microbiology, mostra che proprio il taglio delle foglie favorisce la crescita del batterio Salmonella causa di pericolosissime infezioni intestinali.

La crescita accelera fino a 2400 volte per via del liquido che viene rilasciato normalmente dalle foglie quando vengono recise; inoltre sempre questo liquido fa sì che il batterio si attacchi tenacemente sia alle foglie stesse sia alla confezione di plastica dell’insalata, spiega l’autore del lavoro Primrose Freestone della University of Leicester.

I microbiologi hanno studiato la crescita di Salmonella su tanti tipi di insalata in busta disponibili sul mercato, dai mix alla lattuga allo spinacino e molto altro. Hanno così osservato il "fenomenale" sviluppo del batterio a ritmi velocissimi in presenza del liquido rilasciato dalle foglie, e visto che neanche un processo di lavaggio molto intenso e la refrigerazione del prodotto e rimuovono il batterio. Significa non solo che i produttori devono darsi alti standard di sicurezza sul prodotto, ma anche che il consumatore deve consumare il prima possibile l’insalata in busta, dopo averla comprata e ancor più dopo aver aperto la confezione, perché pochi "esemplari" di salmonella al momento dell’acquisto possono trasformarsi in una fitta colonia batterica qualche giorno dopo.

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