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La vita sta cambiando pelle

Cronaca Nera e Giudiziaria

Cronaca Nera e Giudiziaria: vicende di giustizia, delitti, accuse, nuove leggi, magistratura. Con il contributo di redattori volontari che possono inviare i loro scritti a luigiboschi@gmail.com

AGGRAVANTE PER CHI OSTACOLA LA LIBERTÀ DI STAMPA. PROPOSTA DI LEGGE

 Giuseppe Federico Mennella

Il deputato Ferdinando Aiello ha presentato un testo di un solo articolo per inasprire le pene per chi commette reati allo scopo di impedire il diritto all’informazione

Con un disegno di legge composto da un solo articolo il deputato Ferdinando Aiello (Pd), eletto in Calabria, propone di introdurre nel codice penale un’aggravante specifica delle pene previste per chi è riconosciuto colpevole di un reato commesso allo scopo di ostacolare il diritto all’informazione. L’inasprimento è pari a un terzo della pena prevista.

Questi i reati indicati nella proposta di legge ai quali applicare l’aggravante: omicidio, percosse, lesioni personali, sequestro di persona, violenza privata, minaccia, atti persecutori, danneggiamento. L’onorevole Aiello propone di inserire nel codice penale l’articolo 649 bis per prevedere, appunto, l’aumento di pena per chi mette in atto comportamenti volti a impedire ad altri di manifestare liberamente le proprie opinioni con lo scritto o con ogni altro mezzo di diffusione. Oltre l’inasprimento della pena, il deputato Aiello propone, in caso di condanna, di applicare la misura di sicurezza del divieto di soggiorno per quattro anni nella regione nella quale risiede la parte offesa.

Parmacotto, la Procura chiede la revoca del concordato

Dopo la convalida del sequestro gli inquirenti ritengono che il piano concordatario non sia fattibile. Chiesta l'amministrazione straordinaria in caso di fallimento

di MARIA CHIARA PERRI

Per conoscere il destino della Parmacotto Non sarà necessario attendere il 12 ottobre, data in cui è slittata l'udienza di omologa del concordato dopo il sequestro d'urgenza di 11 milioni per truffa ai danni dello Stato. Martedì la Procura della Repubblica di Parma ha depositato al tribunale fallimentare un'istanza per la revoca della procedura di concordato preventivo, ritenendo che sia inammissibile.

Il sequestro la scorsa settimana è stato infatti convalidato dal gip, che ha disposto non più il blocco dell'intero patrimonio aziendale ma di tutte le liquidità presenti nei conti correnti alla data del 14 luglio (complessivamente 9 milioni 700mila euro). Alla luce di questa pronuncia gli inquirenti ritengono che il piano concordatario, così come era stato presentato e votato dai creditori, non sia fattibile: tra i beni messi a disposizione dei creditori andrebbe infatti sottratta la consistente somma fermata dalle autorità. 

La parola online incriminata e imbavagliata

Foto Luigi Boschi: opera di Corrado D'Ottavi

L’articolo di Guido Scorza su ilfattoquotidiano.it di domenica 17 luglio 2016 dal titolo: “Libertà di parola online: un minuto per perderla, mesi per riconquistarla”, [LINK] mi induce a ripercorrere la mia brutta storia giudiziaria nei suoi fatti salienti. Un labirinto kafkiano di amarezze, delusioni e tribolazioni psicologiche.
Tutto parte da un articolo di opinione e critica, di denuncia con la prosa satirica, pubblicato il 26/05/2008, accertato in Modena il 25/09/2008. Una prosa satirica arrivando anche all’evidente paradosso, ma partendo sempre dalla realtà, mai smentito. E la satira, si sa, non può essere gentile! Potrà piacere o no, ma è un modo per deridere il potere, per mettere a nudo chi non sa essere ironico con se stesso. Di satira è infarcita la cronaca quotidiana online, a mezzo stampa o TV.

Cacciate fuori i soldi di Provenzano

Un tesoro di miliardi di euro
di Saverio Lodato
Ora che Bernardo Provenzano è morto, qualche riflessione si impone. Abbiamo letto avidamente cronache e ritratti, analisi e opinioni, ricostruzioni della storia che fu e previsioni sul prossimo futuro, perché quando un gran capo muore nessun vuole mancare all'appuntamento, partecipando alle esequie mediatiche, dicendo la sua, perfino tirando ad indovinare. Non c'è da scandalizzarsi, Bernardo Provenzano avendo fatto notizia sia da vivo, sia da morto.
C'è chi lo ha descritto come la copia conforme di Totò Riina.
C'è chi lo ha rappresentato come figura silente, ma antitetica, per decenni, a quella di Riina.
Chi ha intravisto nella sua scomparsa la fine di un'epoca di Cosa Nostra.
C'è chi è convinto che il suo erede sarà naturalmente Matteo Messina Denaro e chi invece non è propenso a credere che si verificherà una sostituzione meccanica e scontata.
Tutte opinioni accettabilissime, legittime, visto e considerato che degli oltre quarant'anni vissuti in latitanza dal soggetto in questione non si sa nulla.
Persino il presidente del Senato, Piero Grasso, che l'argomento lo conosce essendosi occupato di Provenzano prima da procuratore di Palermo poi da procuratore nazionale antimafia, ha desolatamente ammesso che il morto illustre si è portato nella tomba segreti e chiavi di quei segreti. Se lo dice lui, del vero ci sarà.
Ma - e questo è ciò che adesso ci preme di più - si sarebbe persino portato dietro la chiave di quello scrigno in cui custodiva gelosamente i tesori insanguinati accumulati in mezzo secolo di Onorata Carriera Criminale.
In proposito, siamo scettici.
Perché mai Provenzano avrebbe dovuto mandare al macero le sue ricchezze?

Libertà di parola online: un minuto per perderla, mesi per riconquistarla

di Guido Scorza*

La vicenda di cui voglio parlare è, probabilmente, una delle tante che si consumano quotidianamente nell’ombra di un sistema giudiziario che, al di là delle solenni petizioni di principio, sembra far fatica ad attribuire alla libertà di parola, specie online, l’importanza e il ruolo che merita nella società.

Attraverso un post sul suo blog, Luigi Boschi – giornalista e blogger – scrive di un imprenditore, magari si lascia prendere la mano e passa il segno. L’imprenditore in questione lo querela e il tribunale di Parma gli dà ragione condannando il blogger per diffamazione. Sin qui una storia di diffamazione online come tante. Ma, in questa vicenda, succede qualcosa di più.

Il giudice, infatti, anziché ordinare il sequestro del solo post ritenuto diffamatorio (vedi nota LB), dispone il sequestro dell’intero blog. Un provvedimento palesemente sproporzionato – anche se non è la prima volta che accade e non sarà l’ultima – perché naturalmente non ce n’è alcun bisogno e non si dovrebbe rendere inaccessibile un intero blog con centinaia di post su argomenti diversi solo perché, uno tra questi, è da considerarsi diffamatorio.

Basterebbe questo per dire che la libertà di parola, quella scolpita all’art. 21 della nostra costituzione, nel nostro Paese, talvolta, vale davvero poco. Ma non basta. E non è una questione di merito. Qui non conta se Boschi abbia effettivamente diffamato qualcuno con un suo post. Chi sbaglia paga, online come offline. L’aspetto che rende questa storia esemplare, sfortunatamente in negativo, è un altro. E si tratta di metodo.

Parmacotto, convalidato il sequestro di 11 milioni di euro

Il Gip ha riconosciuto fondato l’impianto accusatorio, confermando il blocco dei conti correnti. Dissequestrati gli altri beni, che tornano nella piena disponibilità dell’impresa

Il gip Maria Cristina Sarli ha convalidato il sequestro di 11 milioni di euro nei confronti di Parmacotto, la società al centro di un’indagine della guardia di finanza e della Procura di Parma, che vede indagato per truffa aggravata ai danni dello Stato per ottenimento di erogazioni pubbliche l’ex patron Marco Rosi.
Nel dispositivo di convalida, il Gip ha riconosciuto come fondata l’ipotesi accusatoria, confermando la sussistenza sia dei falsi in bilancio (reato prescritto) che della truffa aggravata ai danni dello Stato. Gli inquirenti ritengono che proprio grazie alle falsificazioni dei bilanci è stato possibile all’impresa ottenere  il finanziamento da 11 milioni di euro da Simest, l'agenzia del ministero dello Sviluppo economico controllata dalla Cassa depositi e prestiti, che si occupa di sostenere gli investimenti, soprattutto all'estero, dell'industria alimentare italiana. 
Il sequestro è stato circoscritto dal Gip agli 11 milioni presenti sui conti correnti, avendo individuato  proprio nella cifra del finanziamento pubblico il profitto illecito. Soldi già nella piena disponibilità dello Stato. Contro la decisione del Gip l’impresa potrà ora ricorre al Tribunale del riesame o la Corte di Cassazione
Sono stati invece dissequestrati tutti i beni aziendali - i macchinari per esempio - tornati nella piena disponibilità della ditta. Con tale misura decade anche l’amministratore giudiziario, al quale ne era stata affidata la gestione. 

Lav, Tribunale Padova condanna responsabile circo Circo Medrano a 8 mesi

CIRCO MEDRANO: TRIBUNALE DI PADOVA CONDANNA IL RESPONSABILE DEL CIRCO A OTTO MESI PER MALTRATTAMENTO ANIMALI, PER AVER CAGIONATO AGLI ANIMALI “LESIONI PSICO-FISICHE” E AVERLI SOTTOPOSTI “A COMPORTAMENTI INCOMPATIBILI CON LE LORO CARATTERISTICHE ETOLOGICHE” 

Il Tribunale di Padova ha condannato A.C., titolare del Circo Medrano a otto mesi, con sospensione della pena, per maltrattamento animali ai sensi dell’articolo 544 ter del Codice Penale perché “senza necessità, cagionava lesioni psico-fisiche ad animali anche esotici ricoverati presso lo stesso circo dato che li sottoponeva a comportamenti incompatibili con le loro caratteristiche etologiche”. 

Siamo molto soddisfatti – afferma la LAV, parte civile nel procedimento – questa sentenza rende finalmente giustizia agli animali coinvolti e rappresenta la conclusione dell’attività congiunta di più associazioni, iniziata a dicembre del 2012 durante l’attendamento del Medrano a Padova, quando i sopralluoghi effettuati dai volontari prima e le ispezioni ufficiali poi, rivelarono condizioni di detenzione assolutamente inadeguate alle caratteristiche etologiche degli animali al seguito del circo”. 

La sinergia tra volontari della LAV di Padova e Guardie Zoofile LAC, supportati della sede nazionale LAV e dal materiale fornito da Animal Amnesty, frutto di precedenti investigazioni, permise infatti l’inizio del procedimento giudiziario.

 

Inchiesta Salone del libro, arrestato il direttore di Bologna Fiere

Antonio Bruzzone è ai domiciliari, accusato di turbativa della gara per l'organizzazione dell'evento di Torino. Comune e Regione: "Seguiamo con fiducia e rispetto il lavoro della magistratura"

C'è pure il direttore di Bologna Fiere Antonio Bruzzone tra i manager arrestati dai carabinieri di Torino nell'ambito dell'inchiesta sulle concessioni per l'organizzazione del Salone del libro.  I militari hanno arrestato in tutto quattro esponenti, appartenenti a Fondazione del Libro, GL Events Italia S.p.a., Lingotto Fiere e, appunto, Bologna Fiere. Nel pomeriggio è arrivato un comunicato congiunto di Comune, Regione Emilia-Romagna, Città Metropolitana e Camera di Commercio di Bologna: “Seguiamo con fiducia e rispetto il lavoro della magistratura e auspichiamo che si faccia chiarezza in tempi rapidi nell'interesse della Fiera”.

Sono accusati di turbativa della gara bandita per la concessione della organizzazione del Salone per il triennio 2016-2018. In particolare, è emerso che un funzionario della Fondazione del Libro, componente della Commissione giudicatrice, veicolava informazioni coperte da segreto all’esterno (fra cui la presentazione di manifestazioni di interesse, l'identità degli interessati, la presentazione delle offerte), nello specifico a un dirigente di Lingotto Fiere, così da consentire a GL Events S.p.a. di modulare la propria partecipazione alle varie fasi della procedura di gara e contattare uno degli altri partecipanti per concordare la sua uscita di scena.

Tre degli indagati si trovano in carcere, mentre per il dirigente di Bologna Fiere sono scattati gli arresti domiciliari. Sono state inoltre effettuate delle perquisizioni, il cui esito è al vaglio degli inquirenti.

Roma, perquisizioni in Campidoglio per appalti Metro C: 12 indagati per truffa

Sequestrate le carte relative agli scontri tra l'allora assessore alla Mobilità, Guido Improta, a cui è arrivato un avviso di garanzia, e quello al Bilancio, Daniela Morgante

di FEDERICA ANGELI

Perquisizione con sequestro di carte da parte della Guardia di Finanza in Campidoglio. Su disposizione della procura di Roma, e sulla base di una indagine aperta nel 2013, le Fiamme Gialle hanno sequestrato numerosi faldoni che riguardano la partita della metro C. Ovvero tutto il carteggio che aveva riguardato gli scontri tra l'assessore alla Mobilità, Guido Improta, e quello al bilancio, Daniela Morgante, per superare l'impasse che riguardava il proseguimento dei lavori sulla linea C e l'assegnazione dei nuovi appalti.

Oltre al Campidoglio, la Guardia di Finanza ha perquisito e sequestrato carte "utili all'inchiesta" anche nella sede di "Roma Metropolitane". Gli appalti sulla metro C e gli atti firmati dall'allora assessore Guido Improta sono ora sulla scrivania del pubblico ministero, Erminio Amelio.

Parmacotto, trent'anni di storia e un futuro in sospeso

L'azienda, arrivata a un passo dal salvataggio, il prossimo 16 luglio compirà trent'anni. L'espansione, la crisi e le speranze del piano concordatario bloccato dal sequestro della Procura

di MARIA CHIARA PERRI

Trent’anni. Tra pochi giorni cadrà l’anniversario della fondazione della Parmacotto Spa, costituita il 16 luglio 1986. Il 2016 potrebbe segnare l’anno della rinascita per uno dei marchi più noti del food parmigiano. O decretarne un’ingloriosa fine, dopo il sequestro d’urgenza disposto dalla Procura.

Parmacotto, il sequestro fa slittare l'omologa del concordato

Rinvio al 12 ottobre in attesa che si concluda un eventuale iter di impugnazioni del provvedimento

di MARIA CHIARA PERRI

Come previsto, il blitz della Guardia di Finanza che lunedì ha eseguito un maxisequestro d'urgenza di 11 milioni alla Parmacotto, bloccandone l'intero patrimonio, ha fatto slittare l'omologa del concordato preventivo prevista oggi. 

Alle 9, davanti al collegio di giudici del tribunale civile presieduto da Nicola Sinisi, gli avvocati difensori della Parmacotto Andrea Mora e Mario Bonati hanno chiesto il rinvio in attesa che si concluda un eventuale iter di impugnazioni del provvedimento di sequestro.

Trattandosi di un dispositivo d'urgenza, deve essere ancora convalidato dal gip. La decisione del giudice per le indagini preliminari potrà essere un rigetto o un accoglimento della domanda della Procura, ma in ogni caso apre la strada a un appello al Riesame e successivamente in Cassazione da parte della difesa o della Procura.

Il pm Paola Dal Monte non si è opposta al rinvio, fissato per il 12 ottobre. Per quella data si valuterà se il sequestro, disposto nell'ambito di un'inchiesta per truffa aggravata allo Stato, sia d'ostacolo per l'omologa del concordato . Il piano concordatario, che prevede una ristrutturazione dell'azienda con il mantenimento dell'attività, era stato votato dalla maggioranza dei creditori: il sì all'omologa sembrava quasi un pro-forma. Ora il futuro della Parmacotto torna in forse.

Fonte Link parma.repubblica.it

Milano, le mani di Cosa nostra sugli appalti in Fiera ed Expo: 11 arresti, confische milionarie

Operazione della guardia di finanza. Le società legate alle cosche mafiose avrebbero anche ottenuto lavori per la costruzione di alcuni padiglioni, tra cui Francia, Kuwait, Guinea

di EMILIO RANDACIO

Associazione a delinquere finalizzata a favorire gli interessi di Cosa nostra a Milano. Con interessi e affari con la potente Fiera - quella per intenderci che organizza anche la Bit, la Borsa Italiana del Turismo - ma anche con lavori per Expo. Gli uomini del Gico della Guardia di finanza di Milano hanno eseguito undici misure cautelari nei confronti di altrettante persone sospettate di aver ottenuto in tre anni 20 milioni di appalti all'ente Fiera di Milano attraverso la società Nolostand.

Gli arrestati, accusati a vario titolo anche di riciclaggio e frode fiscale, sono punto di riferimento della famiglia mafiosa di Pietrapersa. Tra le commesse ottenute, secondo le indagini coordinate dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e affidate ai pm Sara Ombra e Paolo Storari, ci sarebbero anche quattro padiglioni per Expo 2015. Si tratta di quelli della Francia, del Kuwait, della Guinea Equatoriale e dello sponsor Birra Porelli. Contestualmente all'ordinanza del gip Maria Cristina Mannocci, è scattato anche un sequestro preventivo di diversi milioni di euro.

@randacio 

Fonte Link repubblica.it 

Milano, tangenti in commissione tributaria: 4 anni e 8 mesi all'ex giudice Vassallo

Era accusato di aver preso mazzette in cambio di sentenze. All'ex magistrato ribattezzato "aggiusta sentenze" confiscati 49mila euro, cifra equivalente a quanto percepito

Luigi Vassallo, l'ex giudice tributario accusato di aver preso mazzette in cambio di sentenze aggiustate (per questo era noto come "aggiusta processi"), è stato condannato in abbreviato a 4 anni e 8 mesi. Il gup Gennaro Mastrangelo ha accolto in pieno la richiesta della Procura eccetto un punto: ha riconosciuto le attenuanti generiche all'ex magistrato in virtù del risarcimento di 90mila euro complessivi a due avvocati della sede milanese dello studio tributario Crowe Howarth Saspi e allo stesso studio.

IN ITALIA UN GIRO DA 50 MILIARDI DI EURO

Proprio nello studio dei due avvocati Vassallo era stato arrestato in flagranza di reato mentre intascava una parte di una mazzetta. La tangente veniva consegnata dai due legali per conto della Dow Europe, la multinazionale nel settore della chimica che aveva denunciato la pretesa di denaro da parte del magistrato tributario. Oltre che per questo episodio, Vassallo è stato condannato anche per la tangente da 65mila euro intascata da Luciano Ballarin, titolare della Swe - Co Sistemi srl, un'azienda di elettronica di Milano.

Soldi pubblici a Parmacotto. Interrogazione a ministero Economia di Giovanni Paglia (SI)

Giovanni Paglia

Inquieta molto la notizia del sequestro disposto dalla Guardia di Finanza a danno di Parmacotto S.p.A. Gli 11 milioni sono infatti il corrispondente del credito erogato nel 2011 da Simest S.p.A, quando la società era controllata direttamente dal MEF.

Non è bello verificare che 11 milioni di denaro pubblico possano essere prestati come conseguenza di una truffa, quando quotidianamente a tante imprese italiane sono negati prestiti per poche migliaia di euro.

Ho appena depositato un’interrogazione al MEF per sapere “quale processo decisionale abbia portato nel 2011 ad attivare la linea di credito a favore di Parmacotto S.p.A e in particolare come sia stato motivato l’assenso, da parte di chi, con quali garanzie, a seguito di quale tipo di indagine su dati finanziari e industriali”.

Spero di avere presto una risposta, perché non sarebbe accettabile alcuna leggerezza in casi come questo, né tanto meno alcun sospetto di favoritismi.

On. Giovanni Paglia 
Sinistra Italiana
TESTO INTERROGAZIONE AL MEF (ministero Economia e Finanze)

Premesso che

Parmacotto, gli indagati sono Rosi e Delsante

Domani l'udienza sul concordato in continuità

I due amministratori della Parmacotto indagati dalla Procura per truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche sono Marco Rosi - come era già emerso ieri - e il responsabile finanziario Marco Delsante. L'inchiesta ha avuto una svolta clamorosa lunedì  con il blitz delle fiamme gialle nello stabilimento del Botteghino e il sequestro dei beni dell'azienda.

L'indagine ruota intorno alla concessione all'azienda - per i cui rappresentanti domani è prevista l'udienza sul concordato in continuità - di un finanziamento di 11 milioni di euro da parte di Simest (controllata della Cdp) che sostiene lo sviluppo delle aziende con bilanci in attivo. Il finanziamento, concesso nel settembre 2011, era stato accordato sulla base della documentazione presentata dai due amministratori dell'epoca e riferita al 2010: dalle carte risultava che la Parmacotto era in salute.

Due anni fa, però, la Parmacotto è ricorrsa, visto lo stato di crisi, al concordato in continuità. Dall'indagine sarebbero emersi, spiegano gli inquirenti, «artifici contabili e false attestazioni» per far apparire come solida un'azienda invece in difficoltà. Di qui il sequestro dei beni aziendali e la nomina, da parte della Procura, di un amministratore giudiziario che affiancherà gli attuali responsabili aziendali «fino al completo recupero, da parte dello Stato, delle somme illecitamente percepite». 
L'azienda intanto continua la sua regolare attività. È in corso un piano di ristrutturazione che prevede il taglio di 38 dipendenti tramite mobilità su base volontaria.

Fonte Link gazzettadiparma.it 

Parmacotto, Simest non approvò il bilancio 2013

Relativamente al bilancio 2010 l'azienda di prosciutti è stata sanzionata dalla Direzione Regionale Entrate di Bologna per violazione degli obblighi di tenuta della contabilità

di MARIA CHIARA PERRI

Nessuna dichiarazione ufficiale sul caso Parmacotto da Simest, almeno per ora. La società controllata da Cassa depositi e prestiti sarebbe entrata come socio di minoranza nella società di prosciutti con una quota del 16 per cento, portando un aumento di capitale di 11 milioni, sulla base di un bilancio falsificato che nascondeva uno stato di crisi già in atto. Le agenzie di stampa recitano che da parte del braccio operativo del Ministero dello Sviluppo economico c’è “attenzione costante agli sviluppi dell'inchiesta per capire come muoversi per recuperare i soldi”.

Di certo, i rapporti tra Simest e Parmacotto già da anni non erano rosei. E l’attenzione non si è certo accesa ieri, con il sequestro urgente disposto dalla Procura di Parma. Come si apprende dalla relazione dei commissari giudiziali Antonella Lunini e Luca Orefici che curano la procedura di concordato in continuità di Parmacotto (l’udienza per l’omologa è fissata mercoledì 6 luglio), il rappresentante di Simest nell’assemblea del 15 dicembre 2014 si rifiutò di approvare il bilancio 2013, con queste motivazioni: “Il dott. D.M., in rappresentanza del socio Simest, in merito all’approvazione del bilancio 2013 dichiara di non approvare lo stesso in quanto non sufficientemente chiari i dati in esso esposti, anche alla luce dei risultati sorprendentemente negativi che emergono dallo stesso, nonché per quanto scritto nella relazione degli amministratori circa la insussistenza/inveridicità di poste di bilancio anche negli anni precedenti”.

Parmacotto, domani (06/07/2016) il giorno della verità

E’ domani (06/07/2016) il giorno della verità per la azienda Parmacotto di Marco Rosi. In questa data affronterà infatti un passo cruciale della sua storia, infatti  si terrà l’udienza di omologa del concordato Parmacotto approvato a larga maggioranza dai creditori.

All’udienza parteciperà oltre che la Società attualmente amministrata da Alessandro Rosi, Andrea Foschi e Andrea Schivazappa, i due Commissari Antonella Lunini e Luca Orefici anche la Procura della Repubblica in persona della Dott.ssa Dalmonte, che certamente farà pesare gli 11 milioni di sequestro notificati ieri, ovvero 11 milioni di debiti imprevisti. Un fantasma che potrebbe far saltare il banco, impedendo così l’omologa ed eventualmente aprendo le porte alla revoca del concordato, ma senza l’apertura del fallimento, in quanto non sembrerebbero pendenti istanze, condizione necessaria per la dichiarazione.

L’Azienda “Parmacotto” al momento è sotto sequestro ed affidata alla gestione della commercialista romana Dott.ssa Daniela Saitta che avrà il compito di condurla al posto dell’attuale CdA della Parmacotto S.p.A. (una vera e propria scatola vuota dopo il sequestro di ieri), pagando fornitori dipendenti, in attesa degli ulteriori esiti del sequestro e del procedimento.

Fonte Link parmaqquotidiano.info 

I fratelli Pizza e gli intrighi nei salotti romani

Giuseppe e l'eredità dello scudo crociato. Raffaele e le presunte tangenti capitoline. Il ruolo di Massimo nelle trame di servizi segreti e massoneria. Sullo sfondo gli appoggi per la latitanza di Matacena

REGGIO CALABRIA È Raffaele Pizza il faccendiere calabrese al centro del sistema affaristico criminale scoperchiato dalla procura di Roma. Per i magistrati, forte di "entrature" politiche e grazie a salde, antiche relazioni con personalità di vertice di enti e società pubbliche, costituiva lo snodo tra il mondo imprenditoriale e quello degli enti pubblici, svolgendo un'incessante e prezzolata opera di «intermediazione" nell'interesse personale e di imprenditori senza scrupoli interessati ad aggiudicarsi gare pubbliche. In più, sfruttando i legami stabili con la politica, si adoperava anche per favorire la nomina, ai vertici di enti e di società pubbliche, di persone a lui vicine, così acquisendo ragioni di credito nei confronti di queste che, riconoscenti, risultavano permeabili alle sue richieste». Base logistica della sua attività era uno studio sito accanto al Parlamento, in una nota via del centro, per ricevere danaro di illecita provenienza, occultarlo e smistarlo, avvalendosi in un caso anche della collaborazione di un parlamentare in carica, Antonio Marotta, in forza all'Ncd, di professione avvocato - attualmente indagato - che lo ha attivamente coadiuvato nelle attività di illecita intermediazione.

Internet, vietato vietare l’accesso. Per l’Onu ‘la Rete è un diritto umano’

di Guido Scorza* 

“Gli stessi diritti che le persone hanno offline, devono loro essere riconosciuti anche online”. Si apre così la risoluzione approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite lo scorso 30 giugno intitolata “Promozione, protezione e godimento dei diritti umani online”. La natura globale ed aperta di Internet deve essere riconosciuta “come forza trainante per uno sviluppo sostenibile” sociale, culturale, economico e politico della comunità internazionale. La libertà di informazione, anche attraverso la Rete, deve essere promossa e protetta come diritto fondamentale dell’uomo e deve essere respinta e censurata ogni iniziativa governativa volta a censurare o limitare l’accesso a Internet.

Sono queste le risposte forti, corali e condivise (la risoluzione è stata fortemente voluta da oltre ottanta governi, ndr) dell’Onu alle tante, anche recenti, iniziative di altrettanti governi, in giro per il mondo, volte a spegnere Internet per soffocare la circolazione di idee, opinioni o contenuti.

L’ultima, in ordine di tempo, la decisione del governo di Algeri di impedire a quasi 20 milioni di persone di utilizzare i social network per un’intera settimana nel tentativo di evitare che la rete fosse usata per falsare i risultati degli esami di maturità, lasciando circolare tracce, domande e risposte vere o presunte. Ed è secca ed inequivocabile la posizione delle Nazioni Unite: non è questa la strada, non può esserlo, non deve esserlo.

Procura Parma, sequestra 11milioni a carico di Parmacotto

Falsificato il bilancio annuale d’esercizio del 2010 per accedere a un finanziamento pubblico della Simest: occultate perdite per oltre 12 milioni di euro. Due ex amministratori indagati. A rischio l'omologa del concordato preventivo

di MARIA CHIARA PERRI

Correva l'anno 2010 e Parmacotto era ancora un nome altisonante dell'industria alimentare italiana. Il patron Marco Rosi, un esponente influente dell'Unione Parmense industriali e conseguentemente un pezzo grosso anche a livello di politica localee nazionalecon Forza Italia. Ma la crisi che avrebbe condotto l'azienda sull'orlo di un debito di 100 milioni di euro aveva già cominciato a mordere. 

GUARDA LE IMMAGINI  DEL BLITZ IN AZIENDA
I conti della Parmacotto non erano più solidi, già sei anni fa si registravano consistenti perdite di esercizio. Gli ex amministratori tentarono allora la carta dell'iniezione di denaro pubblico: chiesero un finanziamento da 11 milioni di euro a Simest, l'agenzia del Ministero dello Sviluppo economico controllata dalla Cassa depositi e prestiti che si occupa di sostenere gli investimenti, soprattutto all'estero, dell'industria alimentare italiana. 
Stringenti i requisiti per accedere alla partecipazione pubblica: l'azienda dev'essere sana e redditizia. Parmacotto presentò un bilancio relativo all'anno 2010 falsificato, in cui non comparivano costi di produzione per oltre 12 milioni di euro. Con un piano di sviluppo definito dagli inquirenti "irrealizzabile", l'azienda ebbe accesso nel settembre 2011 a un finanziamento da 11 milioni

Corruzione, 24 arresti: “Politici e imprese coinvolti in evasione e tangenti”. Indagato deputato Antonio Marotta (Ncd)

I reati contestati sono associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale, corruzione e riciclaggio, truffa ai danni dello Stato e appropriazione indebita. Sequestrati beni per 1,2 milioni. Il sistema ruotava attorno a un faccendiere che tesseva i rapporti tra imprenditori e politici: si tratta di Raffaele Pizza, il fratello di Giuseppe, ex sottosegretario del governo Berlusconi che rivendica l'uso del simbolo della Dc, a sua volta iscritto nel registro degli indagati

Giuseppe Pizza, l’ex sottosegretario del governo Berlusconi che rivendica l’uso del simbolo della Dc, il fratello Raffaele,faccendiere con ufficio nei pressi del Parlamento e Antonio Marotta, deputato del Nuovo Centrodestra in carica, più due funzionari dell’Agenzia delle Entrate. Sono questi i nomi più importanti coinvolti nell’ultima operazione anticorruzionedella procura di Roma. Stamattina, infatti, i militari del nucleo speciale valutario della Guardia di Finanza hanno eseguito24 ordinanze di custodia cautelale (dodici in carcere e dodici ai domiciliari), cinque misure interdittive (obbligo di dimora e divieto di attività professionale) e sequestrato più di 1,2 milioni di euro tra immobili, conti correnti e quote societarie a carico di altrettanti indagati, oltre a condurre sul territorio nazionale decine di perquisizioni disposte dalla procura guidata da Giuseppe Pignatone: i reati ipotizzati vanno dall’associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale alla corruzione, dal riciclaggio alla truffa ai danni dello Stato e all’appropriazione indebita.

Titolo Gazzetta di Parma fuorviante e disinformativo

Mi sembra che, come ha fatto la Gazzetta di Parma, titolare “Teatro Due batte Ministero. Per ora” sia fuorviante  e disinformativo.
Semmai, corretto sarebbe stato: “il Tar del Lazio boccia Renzi e l’ex direttore generale Salvatore Nastasi” sui criteri di assegnazione contributi FUS ai teatri e allo spettacolo dal vivo, annullando il D.M 1 luglio 2014.

Le dico questo, caro direttore Brambilla, perché fui il primo in Italia a darne notizia vedendo la sentenza del Tar sul loro sito. Sentenza che pubblicai e diramai alla mia mailinglist dei teatri con una breve nota, telefonai pure a Walter Lemoli, ripresa subito da numerosi media. Nessuno si è sognato di attribuire a Teatro due la vittoria sul Ministero. E’ una vittoria casomai di tutti i teatri sul sistema illegittimo e incostituzionale adottato da Franceschini.  (Parma, 2/07/2016)

Luigi Boschi 

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Bertolli, Carapelli e Sasso: l’olio non è extra vergine

Multa di 300 mila euro dell’Antitrust per la vicenda dell’autunno 2015

L’Antitrust ha condannato la società spagnola Deoleo a pagare una multa di 300 mila euro, per avere venduto bottiglie di olio extra vergine Bertolli gentile, Sasso classico  e Carapelli il frantolio che in realtà contenevano olio vergine di oliva. Si tratta della seconda  condanna scaturita da una  vicenda scoppiata nel maggio 2015, quando la rivista mensile Test il Salvagente nel corso di un test evidenzia anomalie su diverse marche di olio extra vergine  Il laboratorio  rileva difetti organolettici (riscaldo, rancido, muffa e umidità)  in diverse bottiglie che declassano il contenuto da olio extra vergine a olio vergine. A questo punto la palla passa alla procura di Torino, dove Raffaele Guariniello nel mese di novembre fa prelevare dai Nas alcuni campioni di olio e li invia al laboratorio dell’Agenzia delle dogane per le analisi. Il responso conferma la presenza di irregolarità e di difetti organolettici per Bertolli gentile, Sasso classico e Carapelli il frantoio. La notizia  viene ripresa dai giornali e alcune associazioni di consumatori (Konsumer in questo caso) inviano un esposto all’Antitrust, chiedendo un intervento nei confronti delle aziende per pubblicità ingannevole.

Lecce, affittava casa a prostitute: indagato magistrato della Cassazione

Secondo gli inquirenti Giuseppe Caracciolo, in servizio presso la Suprema Corte, non poteva non sapere che il suo appartamento veniva utilizzato per un giro di prostituzione

di Luisiana Gaita

Un gruppo di ragazze rumene si prostituiva all’interno di un appartamento del centro storico di Lecce. Secondo gli inquirenti il proprietario, Giuseppe Caracciolo, magistrato di 58 anni originario di Lecce, in servizio presso della Corte di Cassazione, non poteva non saperlo. Anzi, avrebbe affittato quell’immobile allegiovani donne perché si prostituissero e con il loro giro di affaripotessero pagare un canone di locazione, da lui imposto, ben superiore a quelli di mercato.

Per questo il magistrato è ora indagato insieme alla compagna, una poliziotta di Brindisi in aspettativa, con l’accusa difavoreggiamento della prostituzione. Anche se l’abitazione veniva pubblicizzata online come ‘bed and breakfast’ o ‘casa vacanze’, all’esterno non c’era alcuna insegna che potesse far pensare a un’attività ricettiva. Inoltre l’appartamento era situato accanto a quello che la coppia utilizzava quando si trovava a Lecce, a cui era collegato da una porta interna.

In realtà si trattava originariamente di un unico immobile, in seguito diviso in due. Il primo utilizzato direttamente da magistrato e compagna, il secondo ‘adibito’ a casa d’appuntamenti. Che ora è stata sottoposta a sequestro preventivo dal gip Vincenzo Brancato, come richiesto dal sostituto procuratore Maria Vallefuoco. Per il giudice esiste dunque “il concreto ed attuale pericolo che il permanere della libera disponibilità dell’immobile possa protrarre, e dunque aggravare, le conseguenze dei reati ipotizzati, trattandosi di attività in corso di piena esecuzione”.

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