SIRIA, A RISCHIO DESTABILIZZAZIONE PER PROFUGHI IRACHENI

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Elisa Pinna

(ansa.it) DAMASCO – Dal 2003, arrivano a ritmo di 40-50 mila al mese. Le loro carovane attraversano il confine desertico, portandosi dietro disperazione, rabbia, paura. Sono in fuga dalle violenze irachene: si tratta di musulmani, sciiti e sunniti, e anche di tantissimi cristiani, siriaci ortodossi e caldei cattolici. In Siria hanno trovato finora ospitalità, restrizioni più o meno severe sui visti, e comunque assistenza sanitaria gratuita, scuole garantite per i loro figli. Ma il numero dei profughi, attestatosi sulla cifra di 1,5-2 milioni, rischia di destabilizzare l’equilibrio tra comunità etniche e religiose, garantito finora dal regime di Bashir Assad, in una popolazione siriana di 19 milioni circa di abitanti. Sebbene l’autorità e la stampa siriane non enfatizzino troppo il problema, il fattore rifugiati iracheni rischia di trasformarsi in una bomba a orologeria per uno dei paesi che, pur in assenza di una democrazia di tipo occidentale, ha assicurato finora stabilità, convivenza tolleranza e sicurezza ad una società multireligiosa e multietnica.

A parlare apertamente dell’"emergenza profughi" in Siria sono i rappresentanti delle chiese cristiane locali, che pure vivono "grossi problemi di accoglienza" nei confronti dei loro confratelli iracheni. "L’integrazione diviene difficile quando ti arrivano in casa 2 milioni di persone", spiega padre Antonio Musleh, parroco caldeo (cattolico di rito bizantino) di San Giovanni Damasceno, una chiesa nel cuore storico di Damasco. Il sacerdote ha incontrato nella capitale un gruppo di giornalisti, portati in Siria dall’Opera Romana Pellegrinaggi e dal ministero del Turismo siriano, in occasione dell’apertura delle celebrazione per i duemila anni della nascita di San Paolo. "I profughi iracheni – continua ancora – hanno portato con loro odio, risentimento, desiderio di vendetta per tutto ciò che hanno subito nel loro paese, oltre che una grande povertà". Nelle città siriane, compresa Damasco, sono aumentati i furti, le rapine, la prostituzione. Anche nei sobborghi a prevalenza cristiana della capitale, come Sharamanah o Barshe, dove le due parrocchie melchite locali, entrambe dedicate a Sant’Abramo, non riescono ad assimilare i nuovi venuti. Si calcola che dall’Iraq siano arrivati in Siria circa 200.000 cristiani, i quali vanno ad aggiungersi ai circa 2 milioni locali.

"Gli iracheni – osserva padre Antonio – in realtà non vogliono essere integrati. Ripropongono una serie di schemi di intolleranza, vissuti in Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein. Nei quartieri aprono i loro negozi, i loro centri". Lo stato siriano ha fatto "più del possibile per aiutarli", afferma il sacerdote. "Pensate solo all’immane compito di inserire tutti i bimbi iracheni nelle scuole siriane". "Ma ciò non basta; serve un maggiore sostegno internazionale e, soprattutto – afferma – ci vorrebbe una assistenza psicologica per consentire alla grande massa di profughi di superare i traumi della guerra". "L’Iraq, insomma – conclude il sacerdote – ha contagiato la Siria, paese dove i giovani, specialmente i cristiani, guardano con paura al futuro, sia per problemi economici, sia per i pericoli di possibili fondamentalismi in chiave anti-Assad".

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