Don Antonio Moroni: come amare il Seminario, lettera a Luigi Mazzoli

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Prof. Antonio Moroni

Vogliamo riflettere su come togliere il Seminario da una pesante marginalità?

Caro Luigi,

Nella Tua lettera (Vita Nuova 2/8/2005) hai proposto una riflessione sul Seminario.

Per la Comunità Ecclesiale di Parma, ed anche per la società, è opportuno che il Seminario non sia considerato in modo saltuario o, addirittura, come un dato acquisito della cui dinamica interna si dovrebbe occupare il Vescovo.

La puntuale riflessione di Padre Dagnino che ne è seguita, ha toccato uno degli aspetti più significativi del problema.

Personalmente, attraverso una lunga esperienza sacerdotale, iniziata negli anni ’50 come vice-rettore del Seminario Maggiore e poi continuata in varie attività di apostolato tra i giovani e anche nelle attività scientifiche del mondo universitario, sono venuto sempre più confermandomi in due aspetti: sia sull’insostituibilità del Seminario per preparare giovani sacerdoti all’evangelizzazione in una società che attraversa una radicale trasformazione (che si riverbera soprattutto sui giovani), sia sulla necessità che diocesi, parrocchie e società civile nella sua totalità si riapproprino del tema del Seminario. 

  1. 1.      Contesti culturali
    1. a.      Il Seminario nella società rurale

Ogni vocazione, anche quella indirizzata al ministero presbiterale e alla vita religiosa in particolare, nasce in un contesto familiare e, dunque, in una condizione socio-culturale, economica e religiosa specifica.

Le generazioni dagli anni ’30 agli anni ‘50, con il passare degli anni hanno maturato la sensazione di vivere a cavallo di due epoche. Sono nate nel quadro socio-culturale della civiltà rurale, dove la fede era un dato di fatto e la società era animata da un sistema di valori cristiani che avevano segnato, pur tra difficoltà e contraddizioni di ogni genere, quasi duemila anni di storia. In questo contesto erano maturate numerose vocazioni al sacerdozio (cito a memoria alcuni valori medi; negli anni ’35: 120 seminaristi al Minore, 80 al Maggiore, tra liceo e teologia, nel 1948 ordinazione di 12 sacerdoti).

Il Seminario era sostanzialmente una istituzione a se stante, ma coordinata alla dinamica della società civile.

I miei confratelli di presbiterio ed io ricordiamo volentieri gli anni del nostro seminario, anche se a volte l’insegnamento non eccelleva in qualità ed aggiornamento e si sentivano per le ristrettezze, soprattutto in tempo di guerra. Ma c’era in noi una determinazione di prepararci al meglio per un ministero tra la gente, e l’andare frequentemente, alla domenica, verso le parrocchie per l’Opera delle vocazioni ecclesiastiche ci manteneva in contatto col presbiterio e con le domande pastorali. 

  1. b.      Il Seminario nella cultura degli anni ‘60

Negli anni ’60, caro Luigi, lo sviluppo scientifico e tecnologico ha risolto numerosi problemi della vita quotidiana: salute, comunicazioni, abitazioni più confortevoli, una ricchezza diffusa, ecc..

La diffusione in quasi ogni Comune della Scuola Media di primo grado, mentre ha giovato senza dubbio in modo determinante alla crescita culturale dei ragazzi, può avere giocato un certo risvolto negativo sul numero delle vocazioni al sacerdozio.

In questi decenni, per alcuni aspetti esaltanti, si è diffusa tra le giovani generazioni quell’accattivante cultura soggettiva che ha proposto comportamenti di una libertà soggettiva, nel contesto di un indifferentismo nichilista e di morte di Dio, assieme ad una omogeneizzazione dei comportamenti e dei valori in montagna, pianura collina e città, recata dalla televisione.. Le ripercussioni di queste nuove tendenze culturali sul mondo giovanile sono state rovinose. Se poi si considera una certa fragilità della fede vissuta per tradizione, si comprende come la religiosità che aveva caratterizzato la società rurale non abbia retto all’impatto della secolarizzazione.

In questa situazione di rischio Papa Giovanni XXIII ha fatto dono alla Chiesa del  Concilio Vaticano II, la prima grande assemblea globale della terra, che ha influito in modo determinante sulla Chiesa. Il Concilio ha stimolato le Comunità dei Cristiani, ormai diventate piccolo gregge, a confrontarsi con la fede come incontro personale con il volto di Dio quale ci è stato svelato da Cristo, con la nuova concezione di Chiesa popolo di Dio, con la dignità di uomini e donne libere e soprattutto con il nuovo ruolo dei laici nella Chiesa. Ma le ricezione di questo sistema di proposte, per alcuni aspetti rivoluzionarie (è l’aggettivo proposto di recente da Benedetto XVI) da parte della Chiesa di Parma, come altrove, è avvenuta in un clima in cui presbiterio diocesano e laici cristiani si sono trovati a confrontarsi di colpo, senza preparazione,su due differenti visioni di evangelizzazione: persone mature, sacerdoti e laici, indirizzati ad una ricezione graduale delle innovazioni conciliari si sono trovati a confrontarsi e a scontrarsi con sacerdoti e laici più giovani che avevano  avviato una prima sperimentazione a tutto campo delle affascinanti proposte dal Concilio Vaticano II, adottando lo spirito del tempo, dove i soggetti erano i singoli, e le strutture preferenzialmente i gruppi di base.

Una persistente mancanza di un dialogo propositivo ha portato a una situazione drammatica e alla dispersione di forze preziose proprio in un momento in cui la Comunità Ecclesiale doveva misurarsi con le innovazioni richiesta dal Concilio. 

  1. c.       Un Seminario nel contesto culturale contemporaneo

– Modernità e post-modernità.

La post-modernità pare caratterizzarsi come un tempo in cui sono crollati alcuni valori che avevano caratterizzato la modernità fino agli anni ’60, creando conflitto con le grandi visioni unitarie universali su tutto ciò che è umano; abbandono della metafisica; la porta è sempre aperta, si apprezza rispettosamente la diversità dell’altro, ma poi ognuno si chiude in casa sua; esistono le verità, non la verità.

Ciò comporta conseguenze negli stili di vita che influiscono e chiedono attenzione soprattutto nella pastorale giovanile e vocazionale.

Conseguenze:

–  piega nel soggettivismo, affermare la propria individualità;

–  perdita dell’interiorità;

–  apparire, stupire;

–  rifugio nell’indifferenza;

–  perdita del desiderio di lottare e di appropriarsi responsabilmente della propria vita.

Il Signore chiama al ministero presbiterale anche da questa cultura.

  1. 2.      Riferendomi al Seminario Maggiore, va visto con apprezzamento il fatto che i giovani seminaristi accolgano attualmente a vivere le loro giornate con giovani universitari che proseguono i loro studi nelle rispettive facoltà e tuttavia pregano tra i seminaristi, fanno mensa comune con loro, conversano con loro, vivono giornate, settimane con i medesimi ritmi e tempi.

Non solo, ma l’iniziativa del terzo martedì del mese, iniziativa ultradecennale, che raduna più di 100 giovani delle medie superiori e universitari su temi formativi specifici (gradita ai partecipanti, indirettamente favorisce da molti anni la conoscenza del Seminario e dei seminaristi che animano i gruppi .

  1. 3.      Non va tuttavia dimenticato e omesso il contesto socio-educativo della precarietà delle scelte e delle decisioni; attualmente a Parma si sposano in chiesa il 40%, mentre il restante 60% passa attraverso la convivenza e il matrimonio civile.

Si parla della “iniziazione” che si riferisce al Battesimo-Cresima-Eucarestia. La pastorale del matrimonio chiede oggi una verifica della iniziazione all’eucarestia attraverso il sacramento del matrimonio, 

  1. 4.      Verso un nuovo Seminario (un nuovo Seminario sarà sempre più necessario). A tutti è chiesto di amarlo e di conoscerlo e di conoscerlo per amarlo

Ci si sta convincendo che ogni tornante culturale ha avuto il suo stile di famiglia, la sua concezione di Chiesa e di evangelizzazione e ciò si è riflesso sul relativo tipo di Seminario.

All’individuazione dell’identità di un nuovo Seminario concorre un complesso sistema di variabili.

Nella situazione attuale alcuni elementi del Seminario potrebbero essere acquisiti attraverso un ascolto attento della nuova dinamica della Comunità Ecclesiale da un lato e delle attese dei giovani, come ci ha stimolato, in varie circostanze, il vescovo Bonicelli (e non è indicata).

Non basta la giornata di Berceto, quanto piuttosto i sacerdoti di una zona, riuniti in Seminario per una giornata di incontro coi responsabili (cui dobbiamo sempre gratitudine) e i seminaristi.

  1. 5.      Il Seminario aperto alla Città e al territorio

Il cuore dell’attività di un nuovo Seminario si individua nella capacità-disponibilità di formare giovani sacerdoti innamorati di Cristo e impegnati – seguendo l’invito di Paolo – a sviluppare in loro gli stessi sentimenti di Gesù e immersi con il cuore nella propria Comunità ecclesiale, nella Società Civile e nel proprio territorio, alla luce del Concilio Vaticano II: Presbiteri atti a sentire in sé quel tormento del curato di campagna di Bernanos: “quando sarò morto dite agli uomini quanto abbia amato la terra”.

Ciò implicherà porsi all’ascolto del respiro della propria Città dove, accanto a una disponibilità di risorse scientifiche e tecnologiche, si vive in un contesto in ebollizione e senza alcun riferimento etico condiviso, dove sembrano tolti di mezzo bellezza e qualità, tutti aspetti che proiettano sulle famiglie, sugli strati più deboli e soprattutto sui giovani, un clima di provvisorietà e di relativismo.

In questo scenario complesso, che, giorno dopo giorno, genera elementi di profonda problematicità, è senz’altro lodevole la scelta degli attuali superiori del Seminario di sollecitare i giovani sacerdoti a perfezionare la loro formazione presbiterale anche attraverso studi superiori nelle discipline bibliche, teologiche, pastorali e socio-culturali, a patto che essi continuino a sviluppare, magari intensificandolo, quel loro contatto con l’evangelizzazione che si svolge nelle parrocchie e nei movimenti cattolici della Diocesi. 

  1. 6.      Resta un problema: la dimensione della comunità formante del Seminario

Non c’è dubbio che il nuovo Seminario deve essere una comunità formativa dove, accanto al silenzio all’ombra della parola, sia di casa la fraternità fra le persone che vi vivono, una comunità aperta a quella gioia e a quella condivisione, in un rapporto continuo col Presbiterio diocesano che sta sperimentando nuove forme di evangelizzazione.

Ma un ostacolo si frappone alla realizzazione di questa prospettiva: il nostro Seminario Maggiore non sembra raggiungere attualmente quella dimensione numerica critica perché si possa parlare di una comunità funzionante, in senso classico.

Qui sta la difficoltà, un problema per la cui soluzione sarebbe conveniente coinvolgere, oltre i superiori del Seminario in prima linea, anche presbiteri diocesani e i responsabili dei movimenti giovanili della Chiesa. A tal fine potrebbe essere produttiva la ricostituzione della Commissione presbiterale per il Seminario, un organo in cui far confluire le esperienze migliori dei sacerdoti, parroci e no, al fine di concertare indirizzi di sperimentazioni valide per il nuovo Seminario. Sarebbe utile, anche, rivedere la composizione di questa importante Commissione immettendo un laico specializzato in dinamiche di gruppo e un secondo laico, esperto nei movimenti giovanili cattolici: questo secondo potrebbe essere cooptato dal Vescovo come membro del Consiglio pastorale diocesano in cui recare la voce del Seminario.

 

  1. 7.      Ed eccoci, caro Luigi, al cuore del problema del Seminario: l’individuazione di nuove vocazioni.

Si può ritenere sia buona strategia presentare il Seminario costantemente in modo accattivante a tutta la Comunità ecclesiale di Parma per togliere questa formidabile risorsa per la Chiesa da quell’isolamento particolarmente deleterio, causato da una cultura segnata dall’indifferenza e da un relativismo che minaccia, a volte, di contagiare anche il nostro piccolo gruppo di evangelica memoria.

Una proposta. In una società dell’informazione: Il Seminario deve cominciare a fare notizia, a parlarne alla gente, alle famiglie, ai movimenti del volontariato e dell’associazionismo cattolico, agli organi di stampa e alla televisione (e così, anche, si è operato e con successo – mi si scusi il paragone – per l’8‰!).

La Chiesa di Parma dispone a tal fine di due potenzialità di notevole rilevanza, di una sede, il Seminario Minore, e del responsabile, il Rettore del Seminario stesso, Don Bonini che è anche responsabile di una rete di incontri con ragazzi e giovani ed, insieme, della pastorale della comunicazione della diocesi.

Il centro di diffusione di un’organica e coinvolgente informazione sulle vocazioni al sacerdozio e sul Seminario dovrebbe trovare la sua sede nel Seminario Minore che, ormai privo in modo permanente delle cento voci che animavano le aule, il refettorio, la cappella, i cortili, potrebbe scoprire in questa dimensione la sua seconda identità e di lì irraggiarla in tutta la diocesi. Naturalmente lo staff del Seminario Maggiore dovrebbe continuare l’attività – svolta fino adesso con successo – di seminari, di giornate di riflessione, di corsi di presentazione del problema delle vocazioni, come risposta ad una personale chiamata di Gesù.

Attraverso le Giornate del Seminario dovrebbero essere illustrati, assieme al valore religioso e sociale della vocazione al sacerdozio anche il difficile ma appassionante tragitto di una comunità di seminaristi che sta costruendo una propria identità per essere idonei ad ascoltare ed interpretare il bisogno di senso e a offrire la persona di Gesù e il suo progetto, soprattutto ai giovani.

Tra le molte iniziative possibili alcune potrebbero rivestire una notevole efficacia per raggiungere gli obiettivi sopra esposti:

– Anzitutto si dovrebbe riattivare la rete delle delegate/delegati dell’OVE, individuando nella zona pastorale il riferimento sul territorio (non, come accadeva prima, dalle singole parrocchie). Ciò implica che presso il Seminario Minore si istituisca un Ufficio funzionante dove i delegati/delegate delle zone pastorali possano incontrarsi come a casa loro, per far comunità e di quando in quando siano interessati ad attività formative per loro.

– Ci vorrebbe, caro Luigi, uno come Te o uno o due degli amici del Seminario, già in pensione, determinati ad avviare una segreteria efficace di questa attività.

– La seconda iniziativa, sempre a livello di diocesi, potrebbe essere la pubblicazione di una rivista trimestrale, L’Eco del Seminario (meglio sarebbe Il Seminario tout court). In essa dovrebbero essere presenti, oltre ad un saluto del Vescovo e ad un ambito redazionale riservato ai Superiori del Seminario, l’espressione del pensiero dei seminaristi del Maggiore e dei loro amici., assieme ad un congruo spazio riservato alle notizie delle attività delle singole zone pastorali per il Seminario.

Lo strumento per ottenere gli indirizzi ai quali inviare L’Eco del Seminario sono molteplici. Le spese per questa iniziativa? Soltanto all’inizio si potrebbe attingere all’8‰. Il settore diocesano che tratta dell’attività per far conoscere il Seminario, deve diventare gradualmente autonomo. Si rifletta, come esempio, ad alcune esperienze significative dei nostro Saveriani e di altre Congregazioni o Associazioni Vocazionali che presentano, attraverso una piccola rivista a frequenza variabile, le attività spesso stupende, a volte addirittura drammatiche, che hanno compiuto e di cui si danno notizie ai lettori. Queste riviste arrivano con un vaglia postale prestampato e diventa spontaneo desiderare di diventare corresponsabili di queste attività compilando il vaglia e inviandolo a destinazione. Lo stesso si dovrebbe fare per L’Eco del Seminario: ogni copia dovrebbe contenere un vaglia prestampato, muta testimonianza di un appello ad offrire il proprio contributo per il nuovo Seminario.

E’ necessaria molta fantasia al potere per individuare nuove iniziative di annuncio, che senza dubbio non sono facili: e di questo si dovrà discutere. Ma il cuore di tutte le strutture dell’annuncio è il Seminario: far diventare il Seminario un Seminario di popolo, entrando sempre più nella realtà sociale, soprattutto familiare. E sede della realizzazione di questi obiettivi dovrebbero essere il Seminario Minore, il suo Rettore, l’assemblea dei delegati e delle delegate zonali dell’Opera delle vocazioni ecclesiastiche, le famiglie e laici che con convinzione e con spirito di Fede, accettassero di collaborare a questa avventura per il Seminario.

In alternativa, continuando con piccoli interventi sporadici, ancorché qualificati, già in origine verrebbe attribuito un valore marginale ad un Seminario staccato da una dinamica complessa che caratterizza la quotidianità. In queste condizioni sarebbe difficile formulare, caro Luigi, una risposta alla Tua angosciata domanda: “Ma cosa fa il Seminario, dove va il Seminario, non c’è più il Seminario?”                                                                    

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