La scorsa domenica mi sono ritrovato a metà mattina steso sul letto ad ascoltare i vecchi motivetti della pubblicità Barilla di fine anni 80-inizio 90, mentre i miei figli, ignari della delicatezza del momento, mi saltavano addosso incuranti. Era una delle solenni liturgie che da italiano all’estero coltivo con rigore quasi involontario, con predilezione per quei simboli che rievocano momenti di sicurezza a cavallo tra gli anni dell’infanzia e della preadolescenza. Un bisogno di radici inderogabile, ma di continuo frustrato dalla difficoltà (impossibilità?) di un agognato ritorno, trasformandosi così in una sorta di patetica ricerca di scappatoie auto-consolatorie.

Siamo sempre di più ad andarcene. Secondo un recente rapporto Ocse, l’Italia è ottava a livello mondiale como Paese d’origine di migranti. La sensazione per le vie di Londra me lo conferma: bazzicandoci a intervalli regolari dal 2001, non avevo mai sentito parlare così tanto italiano intorno a me. Si potrebbe ormai quasi menar vita senza parlare inglese, creare interi circuiti sociali su misura, e se non è ancora come lo spagnolo a New York, siamo sulla buona strada.