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Bisfenolo A nei cibi in scatola: come evitarlo. I consigli dall’associazione di consumatori americani EWG per fare pressione su aziende e autorità

L’impiego di bisfenolo A o BPA, plastificante ubiquitario accusato di aumentare il rischio di alcuni tumori, di perturbare il sistema endocrino e riproduttivo, di causare diabete e malattie metaboliche e cardiache, tiroidee e dello sviluppo, sta lentamente diminuendo, in alcuni paesi dopo l’approvazione di specifiche normative che ne limitano l’utilizzo.  Ma il processo di sostituzione è lento, perché in assenza di altre  sostanze in grado di sostituirlo si usano  i bisfenoli S e F, molto simili dal punto di vista strutturale al BPA. Il problema è che di questi nuovi composti non si sa praticamente nulla, in particolare per i possibili effetti sulla salute.

Se dagli imballaggi esterni e dalle stoviglie e dai biberon per bambini, il BPA è sempre meno presente, lo stesso principio non vale per i cibi in scatola. Da più di vent’anni le lattine di metallo sono rivestite all’interno con pellicole volte a evitare il contatto diretto degli alimenti con i metalli.

L’associazione di consumatori americani Environmental Working Group (EWG), che da anni si batte contro il BPA ha presentato un rapporto in cui ha analizzato 252 prodotti. Il risultato è desolante: il 12% dei marchi (31) usa lattine BPA-free per tutti i prodotti, il 14% (34 brand) lo impiega per uno o più alimenti, ma il 31% (78 marchi) impiega ancora il BPA per tutti i cibi in scatola, e il 43% di tutti i brand fornisce informazioni incomplete o ambigue. Di più: solo 13 produttori hanno rivelato che cosa utilizzano come sostituto del BPA.

Come se ne esce? Per agevolare un processo che è in atto, ma che è anche molto lento e poco lineare, l’EWG ha stilato una lista di raccomandazioni per i decisori e per i consumatori.

Solo negli Stati Uniti, ancora oggi il 75 degli alimenti in scatola contiene BPA

Per le autorità sanitarie (oltre ad alcuni consigli specifici per la realtà americana):

–       FDA, Environmental Protection Agency (EPA), EFSA e tutti gli altri enti regolatori devono mettersi d’accordo sul limite di sicurezza basandosi sui dati scientifici e su un’esposizione  prolungata per anni a basse dosi. La dose dovrebbe essere non superiore a una parte per miliardo (i valori trovati in media nei cibi conservati oggi oscillano tra i 2 e le 385 ppb) e le normative internazionali dovrebbero prevedere l’obbligo di indicazione in etichetta del residuo.

–      FDA dovrebbe essere messa nelle condizioni di esaminare tutti i prodotti chimici a contatti con i cibi in scatola, perché questo aiuterebbe a trovare alternative sicure.

–       FDA dovrebbe  analizzare anche le sostanze chimiche permesse prima del 2000, quando i dati disponibili erano di meno, e riuscire a fare approvare dal  Congresso una legge apposita.

L’EWG non trascura  le aziende, sottolineando che se alcune si stanno attivamente impegnando per eliminare il BPA e per la trasparenza sui sostituti,  altre sono reticenti, quando non contrarie. Per incoraggiare le più virtuose, l’EWG consiglia di farsi certificare da istituti accreditati o dallo stesso EWG, in modo che oltre a BPA-free, sulla confezione si posa leggere “garantito da”, cosicché siano informati sui  controlli.

Sostituire i cibi in scatola con alimenti freschi o conservati nel vetro

Ma i consumatori possono fare di più, per esempio:

–       evitare di dare alimenti in scatola con BPA a donne incinte e bambini;

–       evitare tutti i cibi in lattina che non siano BPA-free/(con denominazione ragionevolmente garantita, meglio se certificata);

–       sostituire il maggior numero possibile di alimenti in scatola con quelli freschi;

–       cercare prodotti sostitutivi conservati in altri materiali come il vetro;

–       sciacquare con acqua corrente ogni cibo che sia stato a contatto con l’interno di una scatola che contiene BPA;

–       non scaldare mai, per nessun motivo, scatole con BPA;

–       contattare le aziende e fare domande dettagliate sull’inscatolamento o sui sostituti del BPA;

–       chiedere alle stesse che indichino in modo chiaro sulle confezioni la presenza e il dosaggio di BPA, anche se nessuna legge le obbliga a farlo.

L’azione contro il BPA deve essere decisa e globale, conclude l’EWG, e i consumatori possono fare tantissimo. Si stima che virtualmente tutti gli abitanti dei paesi più sviluppati abbiano nel proprio organismo livelli misurabili di BPA. Solo negli Stati Uniti, ancora oggi il 75 degli alimenti in scatola contiene BPA, e il mercato, già immenso (77 miliardi di dollari nel 2013), aumenterà ancora, fino a raggiungere i 100 miliardi nel 2020.

Per leggere il rapporto completo clicca qui.


  Agnese Codignola

Fonte Link ilfattoalimentare.it