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La vita sta cambiando pelle

OSPEDALE PSICHIATRICO DI COLORNO: MAI PIU’MURI E CATENE

Maurizio Vescovi

Una giornata di sole - con un’aria fredda che penetra nelle ossa, in questo febbraio d’altri tempi - fa da cornice per una visita - con la cinepresa di Gian Matteo Guarnieri - all’ex ospedale psichiatrico di Parma, a Colorno.

Si entra da dietro nel grande edificio che per anni ha ospitato il manicomio. Il sole e i suoi raggi -con quel po’ di calore - restano inesorabilmente “fuori”.La luce filtra all’interno per dare chiaroscuri a quei luoghi animati un tempo da centinaia e centinaia di persone. Una città – esclusa -nella città per una sorta di “exeresi chirurgica” di un male - il microcosmo di quella città “interna”- da tener lontano dal “corpo”della comunità. I colori pur tenui della pianura padana lasciano il posto al bianco e nero di immagini sfuocate che gli stessi luoghi rievocano, come in uno strano gioco della memoria. Ecco, stando “dentro” quelle mura si ha l’impressione di vivere in uno stato di sospensione – dei colori, dei suoni, ma anche del tempo e dello spazio – si vive la sensazione di momentaneo distacco dal mondo che sta “fuori”. C’è un profumo - un odore - di tempo andato - consumato e rimasto imprigionato dentro il manicomio. “Dentro” l’edificio si respira quella polvere, traccia di un passato prossimo – dopo la definitiva chiusura dell’ospedale psichiatrico, promossa dalla legge 180 – ma anche la polvere - di decenni e decenni addietro - di un passato remoto, quando le stanze, i corridoi e le celle di isolamento “ospitavano” i “matti”. Due diverse dimensioni e distanze del passato, che sono entrambe lì - e si sentono - ad interrogare intelligenze e coscienze di oggi.

L’antico complesso dell’ex Convento dei Domenicani, che insieme alla reggia e al parco secolare aveva costituito il luogo destinato – dopo numerosi e mai del tutto abbandonati progetti di improbabile adattamento – ad ospitare gli “alienati” della provincia di Parma, è esso stesso documento e testimonianza che parla di un lungo segmento della storia della “cura” della malattia mentale nella nostra realtà territoriale. Ciò che rimane di quel luogo di segregazione e custodia delle persone affette da disagio psichico, da patologie di natura psichiatrica, ma anche solo povere e scomode. Le colpe imperdonabili della povertà e della fragilità sociale! Colpe inemendabili! Ecco -è tutto lì - tutto questo è ora documento storico. Insieme a ciò l’ex OPP è – anche - fonte imprescindibile cui attingere per ricostruire e per comprendere una “storia” che è storia della psichiatria e del trattamento della sofferenza psichica. Una storia, che è prima di tutto storia sociale e storia locale.

L’architettura e gli spazi che avrebbero dovuto e voluto essere luoghi di cura, ma che sono stati luoghi di segregazione, di “reclusione e di esclusione” insieme, dal contesto sociale e di vita, di migliaia di individui, diventano ora luoghi che raccontano e che svelano. Sono luoghi che dichiarano e che denunciano.

Nell’abbandono e nel degrado in cui l’edificio langue – ancora, tuttavia, sontuoso in alcune delle sue parti “nobili” – è inevitabile leggere le tracce di passaggi, di eventi e di trasformazioni lente che ne hanno accompagnato la vita e il divenire come luogo di “cura”. I locali di servizio – la vecchia lavanderia, ad esempio – le stanze e le celle, le inferriate e le chiusure, le grate, i cancelli dicono di una (non) vita che lì dentro è trascorsa – come vita del luogo (del manicomio, prima, dell’ospedale psichiatrico, poi) – che ha inghiottito migliaia di vite di singoli individui: gli uomini e le donne internati.

E’ una storia di storie, quella del manicomio e del suo edificio, che si dipana in un tempo lungo, ma scarsamente segmentato

Una storia che dal lontano 1873 arriva, quasi senza soluzione di continuità, agli anni ’70 del secolo successivo, quando la ventata “rivoluzionaria” portata da Franco Basaglia – chiamato a Parma dall’indimenticato Mario Tommasini – lambisce prima e travolge poi anche il manicomio di Colorno. Era stata un’emergenza sanitaria – l’epidemia di colera che aveva colpito Parma nell’estate del 1873 – ad accelerare il trasferimento di quasi tutti i “matti” dai locali del manicomio del capoluogo, presso l’ex Convento dei Paolotti, all’edificio di Colorno, riattato alla bell’e meglio dalla Provincia. Dal 1868 al 1873 a Parma si erano susseguite diverse commissioni - a livello istituzionale - allo scopo di studiare per trovare una soluzione al problema manicomiale a Parma, ma ogni volta le relazioni, le perizie ed i preventivi dei costi non avevano trovato il consenso condiviso necessario per far procedere i progetti.

L’epidemia di colera che investì Parma nel 1873 costrinse gli amministratori a prendere decisioni rapide senza ulteriori tentennamenti, repentinamente e –quindi - a trasferire gli alienati negli spazi del palazzo ducale di Colorno – fino a comprenderne la maggior parte – e nello stabile dell’ex convento di San Domenico ad esso attiguo. Fu così che i primi ricoverati - a Colorno - furono ammessi a fine luglio 1873. Erano 139, fra uomini e donne; nel corso dell’anno il loro numero giunse a 360, di cui 184 uomini e 176 donne, 103 uomini e 110 donne provenivano dal manicomio cittadino, mentre i restanti furono inviati dai comuni della provincia.

Al loro ingresso - come avveniva in tutti i manicomi dell’epoca- gli “alienati”, rigidamente separati per genere, venivano immediatamente collocati nei diversi settori in cui era stata ripartita, seppure del tutto precariamente, la struttura di Colorno: agitati, tranquilli, «sucidi» infermeria e pensionanti.

Le donne trovarono posto nei locali sul retro del palazzo – che erano stati costruiti per i servizi generali di corte da Ranuccio II e da Francesco Farnese nella seconda metà del Seicento e nella prima del Settecento – mentre il convento dei Domenicani, risalente al governo di Ferdinando di Borbone nella seconda metà del secolo XVIII, ospitò i reparti degli uomini e gli uffici dell’amministrazione e della direzione. Al piano superiore alcuni locali erano riservati a quei pochi ricoverati “pensionanti”, solventi in proprio perché la retta era pagata dalla famiglia. Alla struttura, originariamente composta da due edifici disposti perpendicolarmente e collegati da un corridoio sopraelevato, nel corso del 1874 si aggiunse un’altra costruzione, adiacente al palazzo Ducale, che risistemò in modo apparentemente più regolare l’impianto del manicomio, componendo un mezzo quadrato che racchiudeva anche alcuni cortili interni per il passeggio dei ricoverati.

Qui, da quella lontana estate del 1873, si sono consumati i giorni e le ore, le vicende personali, le carriere di internamento, i passaggi brevi e le parentesi aperte e chiuse, di tante esistenze ferite, quelle dei “matti da legare”. In questi locali, il rumore delle chiavi e della porte chiuse, le grida laceranti, le invettive e le preghiere, le risa scomposte, gli odori e i miasmi dello spazio schiuso e spersonalizzante hanno scandito il tempo di lavoro dei medici, degli infermieri e delle infermiere, del personale di assistenza che, nei lunghi anni, si sono avvicendati nell’ospedale psichiatrico. Fino alla chiusura, fino alla fine dell’esperienza di reclusione, quando i “matti da legare” sono diventati – almeno – nelle intenzioni del legislatore e nella ferma e lucida consapevolezza di quanti – psichiatri e operatori, politici e intellettuali - persone, cittadini portatori di diritti. Quanto questa, innescata e prodotta dalla chiusura dei manicomi, sia stata una rivoluzione compiuta, sul piano culturale, prima ancora che psichiatrico ed assistenziale, è da discutere. Indubbiamente, lo smantellamento fisico degli ospedali psichiatrici – cui sono sopravvissuti fino ad oggi gli Opg ormai in fase di superamento – ha rappresentato una conquista di civiltà irrinunciabile per il nostro paese. E forse, l’edificio deturpato dell’ex manicomio di Colorno, la cupezza e la tristezza infinita che questo luogo oggi ispira ed esprime, sono la metafora e la trascrizione visiva della distanza che deve separare la cultura della cura e dell’assistenza psichiatrica alle persone malate, dalla mentalità custodialistica e segregazionista che ha ispirato e fondato l’idea stessa del manicomio ottocentesco e dell’ospedale psichiatrico novecentesco.

Determinante, per non tornare indietro rispetto alle acquisizioni raggiunte nel settore della presa in carico delle persone con patologie psichiatriche, da parte delle strutture sanitarie e socio-assistenziali del territorio, è saper portare a termine, in modo compiuto, la lotta all’idea – che purtroppo è sopravvissuta alla chiusura stessa dei manicomi – della “manicomialità”. “Manicomialità” intesa come esclusione, avulsione, emarginazione dei soggetti più fragili, diversi, “sragionanti” dal consesso sociale; intesa come pre-giudizio e come pre-concetto nei confronti di un’autentica possibilità di integrazione sociale, di riconoscimento dei diritti essenziali anche alle persone con disabilità e disagio psichico; intesa come delega e “scaricamento” sulle famiglie, spesso troppo sole, del problema psichiatrico.

Bibliografia:RE STEFANIA, «Tutti i segni di una manifesta pazzia»: disagio psichico femminile e dinamiche di internamento nel Manicomio provinciale di Colorno fra Otto e Novecento, Tesi di Dottorato di Ricerca in Storia Contemporanea, XXIV Ciclo, Università degli Studi di Parma, Tutor Prof.ssa Lisa Roscioni

LA FATA ILARIA,”Scemi di guerra”.Comportamenti sociali e nevrosi psichiche tra i soldati della Grande guerra.Il caso di Parma.Tesi di Dottorato di ricerca in Storia contemporanea,Università degli Studi di Parma.Tutor Prof.Antonio Parisella

TESTO PDF della pubblicazione dell'articolo sulla Gazzetta di Parma

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