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La vita sta cambiando pelle

Riflessioni sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: Allora vedranno il Figlio dell'uomo

Don Umberto Cocconi

Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all'im­provviso. Ve­gliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell'uomo» (Vangelo secondo Luca).

Con queste immagini, che richiamano la fine, o meglio, il fine di ogni cosa, Gesù ci parla annunciandoci un cambiamento grandioso che sconvolgerà la faccia della terra. La nostra appare non come un’epoca di cambiamento, ma come un “cambiamento d’epoca”! Tutto sta mutando radicalmente, con una velocità talmente spaventosa da lasciarci disorientati, spaesati e impauriti. Avvertiamo così la profonda verità presente in una delle più famose affermazioni del filosofo Martin Heidegger: «l’uomo è un essere gettato nel mondo». La nostra condizione esistenziale ci porta a sentire l’arduo compito di dare una forma al nostro esistere, di disegnare forme del divenire che facciano della nostra vita un tempo degno d’esser vissuto. Afferma, a questo riguardo, Luigina Mortari che «assumere il compito di dare forma alla propria vita significa avere cura di sé. In questo senso la cura è cosa essenziale per l’essere umano». Ma che cosa significa avere cura di sé? E prima ancora, che cosa s’intende per “cura”? È proprio ciò che ci suggerisce Gesù quando afferma: “State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita”. Stare attenti a sé stessi non significa forse che ciascuno di noi dovrebbe prendersi cura di sé? E questo non significa prendere a cuore il proprio esser-ci, per dare ad esso la migliore forma possibile? L'essere umano nasce gravato da un compito, che altri esseri viventi non hanno: quello di disegnare di senso i sentieri del proprio esistere. Si tratta, pertanto, di imparare ad aver cura dell’esistenza, con le parole di Socrate possiamo dire: «imparare l’arte di esistere». E l’arte di esistere è quella sapienza che lavora sul tempo per farne una composizione di senso. Che si riesca a dare senso al tempo della propria vita non è, però, una cosa così scontata. Ciò accade quando si diventa meri spettatori del proprio esistere, accettando di limitarsi a guardarlo così come diviene, anche quando si sgretola, senza assumersi la responsabilità di intervenire per dare una “forma buona” al proprio tempo. Sostiene Socrate che una vita che non si impegni in questo, non è degna di essere vissuta. Rispetto a una vita che si srotola in modo non riflessivo, c’è una vita in cui si è “presenti a sé stessi”: quella che non è mossa né da forze esterne o dagli istinti, ma che si lascia guidare dal desiderio di generare tempi e spazi adeguati per l’esistere. Ora, l’aver cura di sé si realizza nella ricerca della sapienza delle cose umane, nell’apprendere l’arte di «diventare migliori il più possibile». Conoscere sé stessi è l’esercizio imprescindibile per apprendere tale arte: «Se conosciamo noi stessi potremo anche conoscere la cura di noi stessi, ma se noi non ci conosciamo non conosceremo neppure quella» (Platone). Ognuno dovrebbe imparare a conoscersi per comprendere quali sono le forze che agiscono sulla sua vita e in questa prospettiva il “conoscere sé stessi” può essere concepito come un “pensare” che cerca la vita vera. Quando Gesù afferma che è necessario vegliare “in ogni momento pregando”, non vuol forse dire che dobbiamo prendere in pugno la nostra vita e farne un capolavoro? C'è dunque bisogno di una cura che «risveglia gli animi e li rende più grandi» - questa è la forza della preghiera - non tanto perché essi possano «compiere grandi imprese», (Cicerone) ma bensì realizzare al meglio quell'impresa bellissima che è la Vita. Allora sì che saremo capaci di “sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell'uomo”. Si può dire che il conoscere sé stessi si realizza attraverso “esercizi spirituali”, cioè attraverso pratiche di conversione che coinvolgano la mente, il cuore e la volontà. “Natalità” è il termine scelto da Hannah Arendt per designare quell’aspetto della condizione umana in virtù della quale siamo capaci di introdurre il nuovo, ossia di agire, o meglio ancora di agire in modo differente dall’atteso. Agire è propriamente innescare, mettere in moto un processo. La “Natalità”, pertanto, coincide con il potere di introdurre una discontinuità che interrompa il meccanicismo, fornendo qualcosa di nuovo e inaspettato. Così come la nascita di un essere umano interrompe la catena di avvenimenti introducendo un nuovo inizio nel mondo, al pari la facoltà di azione interferisce con l’inesorabile scorrere della vita quotidiana, interponendo «nella linea retta del tempo un nuovo segmento, improbabile e imprevedibile». Cosa è, in fondo, che rende un atto un inizio? La circostanza che qualcuno, sul suo sfondo, avvii qualcosa: «Proprio in quanto è un inizio, l’uomo può dare inizio a cose nuove: umanità e libertà coincidono. Dio ha creato l’uomo per introdurre nel mondo la facoltà dell’inizio: la libertà. Gli esseri umani sono essi stessi nuovi inizi e perciò iniziatori» (Hannah Arendt).