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TURCHIA, RESTA LEGALE IL PARTITO DI ERDOGAN

Furio Morroni

(ansa.it) ANKARA - Con una cruciale sentenza emessa a soli tre giorni dall'inizio del processo, la Corte Costituzionale turca ha deciso di respingere l'istanza di chiusura del partito Giustizia e Sviluppo (Akp, filo-islamico al potere), al quale ha però voluto inviare un severo monito, tagliandogli della metà i finanziamenti pubblici. La sentenza, già definita "storica", in quanto per la prima volta il procedimento era a carico di un partito al governo, è stata annunciata a reti unificate dal presidente dell'Alta Corte Hasim Kilic, il quale - con volto grave - ha tenuto a sottolineare la volontà dei magistrati di dare "un severo monito" al partito del premier, Tayyip Erdogan, e del capo dello Stato, Abdullah Gul.

"Sei membri della Corte Costituzionale (che ne conta 11, ndr) si sono espressi a favore della chiusura del partito, mentre gli altri quattro hanno votato per il taglio della metà dei fondi pubblici destinati al finanziamento del partito rispetto all'ultima erogazione", ha detto ancora Kilici, precisando di aver votato egli stesso contro la chiusura dell'Akp. I quattro giudici contrari alla chiusura del partito, ha precisato l'alto magistrato, si sono espressi in tal senso in quanto hanno ritenuto che l'Akp, "sebbene abbia dato segni di essere un centro focale di attività antilaiche" come era stato accusato, "tuttavia non lo ha fatto al punto da meritare la chiusura".

Erdogan ha dichiarato che il suo partito continuerà ad impegnarsi sulla via della protezione dei valori repubblicani, tra cui la laicità. Per decidere la messa al bando del partito - in base alla legge turca - occorrevano almeno sette voti a favore. Kilici ha concluso esortando tutti gli altri partiti politici "ad adottare le necessarie cautele legali atte ad evitare ulteriori procedimenti di chiusura" e, riferendosi infine di nuovo all'Akp, ha detto che "spero che questo partito prenderà nella dovuta considerazione questa sentenza e recepisca il messaggio che gli è stato mandato".

La sentenza odierna, che è stata ovviamente accolta con un grosso sospiro di sollievo dai vertici dell'Akp, mette così fine a quattro mesi di pesante crisi politica, che ha creato notevole incertezza non solo nei mercati finanziari del Paese, ma anche la perdita di oltre 25 miliardi di dollari di investimenti stranieri. La mancata chiusura del partito di governo, inoltre, scongiura la necessità di un ricorso anticipato alle urne entro la fine dell'anno che, quasi certamente, lo avrebbe visto di nuovo vincitore, anche se con un nome differente.

L'anno scorso l'Akp aveva stravinto le elezioni con il 47,8% delle preferenze, grazie alle nuove politiche economiche e alle riforme avviate nel processo per una futura adesione all'Ue. Il "caso" contro l'Akp era cominciato il 14 marzo, quando il Procuratore Generale della Cassazione, Abdurrahman Yalcinkaya, aveva presentato alla Corte Costituzionale la richiesta di chiusura del partito, corredata da 17 capi d'accusa per altrettante "attività antilaiche": progetti di proibizione della vendita di alcolici, di separazione fra uomini e donne in parchi, piscine e mezzi di trasporto, di imposizione del velo alle bambine, di liberalizzare il velo e di penalizzazione dell'adulterio.

 Tutte misure ritenute in contrasto con il principio della laicità dello stato, pilastro della Repubblica creata da Mustafà Kemal Ataturk. Il ministro del Lavoro turco, Faruk Celik, ha commentato a caldo che la decisione della Corte è stata "una vittoria per la democrazia". La portavoce del rappresentante Ue per la politica estera, Javier Solana, ha giudicato la sentenza "una buona notizia". Ma un deputato del partito laico di opposizione Chp, Mustafa Ozyrek, ha commentato che "la maggioranza della corte ha deciso che l'Akp era diventato un fulcro di attività anti-laiche. Spero che il partito dopo questo verdetto cominci ad agire in linea con i principi della laicità".