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La vita sta cambiando pelle

Africa, questa terra è la mia terra il turismo sulla rotta degli schiavi

Dal Gambia al Ghana, dalla Tanzania al Mozambico: diventa un business il viaggio alla scoperta delle radici grazie al progetto Onu-Unseco. Sulle tracce di Kunta Kinte per scoprire luoghi e memorie

ROSALBA CASTELLETTI

(repubblica.it) In fondo al cortile centrale del Castello di Cape Coast, in Ghana, di fronte all'Oceano Atlantico si erge un'enorme porta arcuata. "Porta del non ritorno" la chiamano e un'insegna sulla volta lo segnala: da qui per quattrocento anni passarono migliaia di schiavi prima di essere costretti a imbarcarsi sulle navi transatlantiche ancorate lungo la costa per poi lavorare nelle piantagioni americane. Oggi dietro ai massicci battenti si assiepano frotte di turisti, perlopiù afroamericani desiderosi di ripercorrere le orme dei loro avi lungo le rotte della tratta negriera

Quest'insolito pellegrinaggio verso la "Madre Africa" è stato da taluni battezzato "turismo delle radici" dal titolo del romanzo di Alex Haley e dell'omonima serie televisiva che ripercorre la storia della famiglia paterna dello stesso Haley fin dal suo lontano avo africano Kunta Kinte, catturato nel villaggio di Jufureh in Gambia per essere condotto in schiavitù nel Maryland statunitense. Se per alcuni vi è qualcosa di "macabro" nel visitare gli alloggi dei negrieri o le lugubri prigioni piene di muffa dove donne e uomini venivano ammassati in catene, secondo la turista afroamericana Retha Hill "un viaggio in Ghana non è solo una vacanza, è un balsamo per anime spezzate". "Mi ha aiutato a capire da dove provenga la nostra forza" ha commentato Virgie Harris Bovelle al suo ritorno a Washington dopo aver visitato il Castello di St. George a Elmina, la più antica fortezza europea in Africa occidentale, insieme alla figlia Renee

Gli afroamericani non sono i soli a recarsi in Africa per osservare le vestigia di quello che è stato definito l'olocausto africano, soprattutto da quando l'Unesco e l'Organizzazione mondiale del turismo dell'Onu (Unwto) hanno promosso il "Programma per il turismo culturale sulle rotte degli schiavi in Africa" inventariando oltre 100 siti lungo le "Slaves Routes", rotte degli schiavi, e dichiarandone Patrimonio dell'umanità una decina

Di "porte del non ritorno" e "luoghi della memoria" in Africa ve ne sono decine e, concordano storici e turisti, "hanno un potente effetto simbolico": vi sono i resti dei mercati dove venivano venduti gli schiavi; i centri di smistamento come la città di Bagamoyo; i tanti castelli-prigione lungo la costa del Ghana; i porti delle navi negriere come Ouidah in Benin, Badagry in Nigeria, Kilwa Kisiwani e Songo Mnara in Tanzania, l'isola di Gorée in Senegal e quella di Mozambico e, infine, i rifugi di quanti "scalarono le montagne" pur di nascondersi dai loro padroni e conquistare la libertà come le "Tre Caverne" sull'elevato picco montuoso occidentale dell'isola di Mauritius

Un reticolato di vestigia di un tragico passato che il continente africano sta cercando di esorcizzare trasformandolo in un'opportunità di profitto e sviluppo soprattutto in un anno, come il 2007, in cui si sovrappongono due importanti ricorrenze: 200 anni dall'abolizione della schiavitù in Inghilterra e 10 dalla proclamazione della Giornata internazionale per la commemorazione della tratta degli schiavi e della sua abolizione. Il Ghana - il primo paese a promuovere questo turismo culturale di nicchia e che, per rimanere in tema d'anniversari, quest'anno festeggia anche i 50 anni dell'indipendenza dall'Impero britannico - ha lanciato il St. Joseph Project, dal nome del penultimo figlio del Giacobbe biblico venduto come schiavo dai suoi fratelli. Scopo dichiarato "consolidare le relazioni tra la diaspora e l'Africa... guardando nel contempo a nuovi sentieri di sviluppo" e a rendite che hanno già sorpassato quelle delle esportazioni di legname

Ma lungo la costa occidentale, detta Costa degli schiavi non a caso, oltre alle fortezze del Ghana, sono tanti i luoghi dov'è possibile vedere, odorare, toccare e immaginare i luoghi di passaggio dei 10 (secondo alcune stime 28) milioni di africani che furono privati della loro libertà tra la metà del XV secolo e il XIX. In Gambia, ad esempio, è possibile ripercorrere le orme del leggendario Kunta Kinte, mentre in Benin, tra il centro cittadino di Ouidah e l'oceano, vi è il sentiero di circa quattro chilometri che veniva calpestato dagli africani strappati dai loro villaggi. E prigioni e vestigia sono disseminate anche lungo la costa orientale e le isole dell'Oceano Indiano, da Zanzibar a Reunion.
Alcuni sostengono che costruire un'industria del turismo sul commercio degli schiavi abbia qualcosa di raccapricciante. Le autorità locali e l'Unesco credono invece che questi viaggi aiutino a "istituzionalizzare la memoria e impedire che si instauri l'amnesia della storia" e a "sanare le ferite del passato per costruire un futuro migliore"

E ci si riesce se è vero che a Cape Coast, una volta varcata la soglia della "Porta del non ritorno", i probabili discendenti degli schiavi e quelli dei mercanti di uomini spesso offrono insieme libagioni ai tanti uomini condannati alla deportazione se non alla morte già durante la traversata. Quando è il momento di andare via e di passare nuovamente sotto l'arco monumentale, la guida segnala loro una nuova insegna, "Porta del ritorno", un simbolico bentornato ai membri della Diaspora africana che accorrono in massa ogni anno. Sul libro dei commenti, infine si intrecciano ricordi, sensazioni, emozioni di gente delle più svariate nazionalità (

4 settembre 2007

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