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La vita sta cambiando pelle

SCIENZA: STORIA DI STRAORDINARIA DIMENTICANZA

Quale migliore occasione del Centenario di Fondazione della Società Italiana per lo Sviluppo delle Scienze (SIPS), per rinnovare l’anima scientifica di Parma che allora ne ospitò la nascita e, in questa ricorrenza, in questo incontro con le comunità dei saperi scientifici nazionali, promuovere e avviare in tutto il territorio parmense un Tavolo di lavoro per la ricerca scientifica allargato a ricercatori, ai rappresentanti della società civile, a operatori culturali? Si cerchi di stabilire relazioni che vadano al di là del momento celebrativo. Voi del mondo della scienza siate generosi! Un Tavolo strategico della tecnica in relazione diretta con la vita. Si inizi poi a creare i presupposti per investire in adeguate filiere economiche col mondo interconnesse e in grado di accogliere saperi, conoscenze, "menti" soprattutto. Dare speranza ai giovani!

Se Parma è una città di tradizioni, non può certo dimenticarsi di questa data storica 23-29 Settembre 1907: al Teatro Farnese si riuniva il mondo scientifico nazionale e veniva fondata la Società Italiana per il Progresso delle Scienze sulla memoria di quella che nacque a Pisa nel 1839 e la cui ultima riunione si tenne a Palermo nel 1875. Il parmigiano Pietro Cardani (Deputato) fece parte del Comitato promotore insieme a Giovanni Caloria (MI), Arturo Issel (GE), Francesco Saverio Ponticelli (NA), Emanuele Paterno’ (Roma), Romualdo Pirotta (Roma), Guglielmo Romiti (PI), Vito Volterra (Roma). Alla realizzazione del Primo Congresso, in cui fu costituita la SIPS, partecipò anche il Rettore dell’Università di Parma Leone Pesci, i professori Gardenghi e Foschi.

Società Scientifiche con gli stessi scopi erano state costituite in Inghilterra (1831), Francia (1864), Germania (1822), Svizzera (1815), Stati Uniti (1853) In quel documento redatto a Parma, si sottolineava l’importanza della comunicazione e interazione tra scienziati, operatori culturali e società civile, perché solo con questo spirito e una partecipazione aperta si sarebbe riusciti ad incrementare la cultura nazionale. Si legge inoltre in quello storico documento: “C’era il desiderio di una manifestazione nazionale delle scienze di fronte al Paese, il quale forse non apprezzava ancora al suo giusto valore l’importanza della ricerca scientifica, né quale forza rappresenti, per la prosperità civile ed economica di una nazione, l’insieme di uomini che nel culto delle Scienze hanno fatto lo scopo della loro vita.”

Come si vede anche a quell’epoca pur in presenza di vivacità di pensiero, il Paese sembrava non apprezzare il valore e l’importanza della ricerca scientifica. Un atteggiamento, è desolante dirlo, che ancora oggi si avverte, purtroppo: anche in questa città, dei fasti Ducali che con Petitot veniva chiamata l’Atene d’Italia. Si è smarrito forse il senso delle Scienze, nonostante la presenza di una storica Università (risalente allo Studium dell' 877 voluto dal Vescovo Guibodo), di un Polo Scientifico, di un Parco Tecnologico, ora dell'EFSA: ma è un dramma in comune in tutta Italia. Scriveva Montanelli: “Nel 1993 l’Italia spendeva nella ricerca lo 0,26 del suo PIL, nel 1997, lo 0,24. Giova aggiungere altro?...La ricerca potrebbe offrire a noi italiani la palestra del nostro indiscutibile genio inventivo, senza bisogno di andare a venderlo all’estero”.
Ora tutti scoprono che il percorso industriale non ha più portata strategica se non è alimentato da una continua ricerca e che le economie delle conoscenze esigono proprie filiere e altro contesto e che senza questo la società regredisce. Ma la politica continua a finanziare, una costosa burocratia autoreferenziale e, in modo improvvido, forme di economie mature e in declino.

Mi chiedo se un Paese che guarda al futuro può permettersi di investire su economie obsolete e continuare a guardare nello specchietto retrovisore? Nel frattempo l’investimento nelle economie delle conoscenze ristagna e viene rimandato. Quanto ad esempio si è di fatto investito a Parma, pur in presenza della storica Università, in ricerca? Poco e spesso male!

Così come la ricerca dovrebbe abitare principalmente nelle Università, la classe dirigente dovrebbe avere l’obbligo di creare le condizioni per un contesto favorevole all'innovazione, al circuito di saperi, allo scambio e veicolazione di progetti, esperienze. Oggi il traino nella società delle conoscenze non è più riserva privata, ma esigenza collettiva.

Bisogna coltivare ambienti nell'uguaglianza delle diversità: ogni persona deve poter coltivare e possibilmente realizzare il proprio progetto culturale, deve esser messo nelle condizioni di poterlo fare. Vi è invece la tendenza ad imporre l’uni-verso, e si assiste all’incapacità di comprensione del multi-verso.

La società delle conoscenze ci porta verso una revisione dei nostri comportamenti, dei nostri stili di vita, orientati, ora, alla distruzione, attraverso il consumo e azioni invasive. Se la meccanica industriale ha portato alla concentrazione, alla omologazione, all’abbandono di luoghi, alla riproduzione di ambienti spesso stupidi, caratterizzati da azioni ripetitive, anche alienanti, la tecnologia digitale decentra, valorizza le differenze, ripopola i territori abbandonati, interpreta e governa la complessità, coltiva ambienti intelligenti collegati. Le tecnoscienze sviluppano nuovi ambienti collegati tra loro in relazione simbiotica con l’uomo.

La complessità dei saperi, la loro esplosione, l’accelerazione verso nuove conoscenze, non consente più all’uomo il raccordo dell’unità che invece è divenuta proprietà della tecnica. L’uomo produce frammenti che la tecnica ricompone, collega, riunisce funzionalmente e diffonde a menti e tecnologie connesse.

La qualità del progetto digitale territoriale determinerà il futuro di un luogo, per questa via passerà ogni cosa, ogni azione: e bisognerà saperlo cavalcare.
Il digitale è il nuovo linguaggio che denomina questa epoca, così come lo fu il motore, la meccanica per quella industriale. C’è una nuova direttrice: da una società dell’hardware a quella del software; dalla società meccanica a quella digitale; da una società lineare a quella neuronale; da una società della prepotenza a quella della potenza; da una società di massa a quella di persona; dall’economia industriale a quella delle conoscenze; da una società del profitto a quella della responsabilità sociale; da una società quantitativa a quella qualitativa; da una società della moneta a quella dei valori; da una società delle regole a quella delle etiche; da una società della finzione a quella dell’autenticità; da una società della rappresentazione democratica a quella dell’autodeterminazione democratica; dal liberismo al solidale; dalla emarginazione alla tolleranza; da una società del rito a quella dell’alta riflessività. Dall’incoscienza alla coscienza. Dalla ignoranza, alle conoscenze!

Quali contesti si possono generare senza la comprensione dell'altro, senza la visione? E c'è ancora chi pensa di avvalersi della tecnica, mentre è la tecnica che si avvale di loro e rende ridicoli chi non è capace di andare oltre lo slang tecnologico del momento, di essere consapevole operatore culturale per nuovi orizzonti. E’ sempre, per ora, l’idiozia dell’uomo che riduce un mondo ricco di potenzialità, in un mondo governato dalla banalità del male: "esso può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie come un fungo. Esso sfida il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua banalità... solo il bene ha profondità e può essere integrale." (Hannah Arendt)

E una classe dirigente, negligente non priva di gravi responsabilità, se ne è fregata di divulgare la nascente nuova alfabetizzazione, favorire la crescita dei talenti e dei saperi, rendere comprensibile e utilizzabile da tutti il nuovo linguaggio dominante globale (Emanuele Severino: Sotto il dominio della tecnica). Non si tratta infatti di un sapere specifico, ma di un necessario linguaggio relazionale mondiale.

Se ne accorge il produttore indipendente di contenuti, che non solo deve essere in grado di creare e di elaborare nelle modalità trasmediali, ma deve essere capace, in modo efficiente e autonomo, di dotarli del necessario sistema tecnologico, in aggiornamento iperaccelerato, che ne consenta una efficace divulgazione. Ambienti digitalstylelife generativi e in mutazione costante da scoprire, conoscere, creare.

Coltivare culture umaniste, radicate negli anni, in questo complesso linguaggio tecnodigitale ipermediale, non è facile!! Ma è il costo che le menti libere pagano (oltre a quello economico) per l'indipendenza culturale. Cosa contraria entri negli apparatici!

Se nel 1969 nasceva Internet e nel '90 il Web a Ginevra, dove erano, a cosa pensavano i nostri politici?

Certo a loro cosa importa di una diffusa alfabetizzazione digitale e tecnologica: destabilizza!! Rende tutti più liberi e da loro svincolati. Hanno preferito, quindi, generare consumatori colonizzati anziché favorire la crescita culturale collettiva e partecipanti protagonisti della rivoluzione digitale. E così è stato pure nella ricerca…i cervelli se ne sono dovuti andare! Non può esserci vero progresso se non si liberano creatività, potenzialità individuali e collettive.

Vi è ora una nuova dimensione socio-culturale proiettata al futuro senza rappresentanza politica e dai politici volutamente dimenticata.
D'altra parte, nella società della tecnica la politica perde il suo potenziale. Schiavone: “La politica è in crisi perché sente che la vita le sfugge. …Sempre di più, il rapporto fondamentale si stabilisce in maniera esclusiva tra vita e tecnica…E’ la tecnica, con la rete di poteri che più immediatamente l’attraversa, a decidere senza mediazioni le forme della vita che ci è concesso di vivere: le sue occasioni, i suoi ostacoli, le sue prospettive… La politica le arranca dietro, in affanno: non riesce a guidare una rivoluzione cui non sente di partecipare. Perde di significato e di rilevanza: non tocca contenuti essenziali. Il disincanto collettivo la spegne e la cancella nella ripetizione sempre più stanca di una ritualità priva di anima…L’agire politico è stata l’autentica rovina del secolo appena concluso”.

Che altro potrei aggiungere io? (Parma, 09/09/2007)

Luigi Boschi

Fichi d'India

Ti capisco!!! Questa è una società dove o sei dentro o sei fuori!! E così sta implodendo. C'è una ricchezza di potenzialità culturali inespresse e spesso represse che è vergognosa...da Stato dei Fichi d'India!! Questa è l'attuale filiera culturale concepita nel più bieco decorativismo e di servizio alla spettacolarizzazione integrata. E' la banalizzazione della mente. Un caro saluto. Luigi

Narcisismo e potere

Purtroppo,vedi, la ricerca vera,non abita più nemmeno nelle università è questo il punto. Io parlo per esperienza relativamente alla facoltà di... Il narcisismo e la sete di potere, che caratterizza anche la nostra generazione, non indirizza le menti alla ricerca vera, ma a quella, spesso inutile, legata alle richieste di una committenza legata al mondo politico e imprenditoriale.
Per far carriera purtroppo, non occorre essere dei "geni", anzi questi potrebbero rivelarsi scomodi, ma è essenziale essere mediocri e sempre pronti al servilismo. La passione e l'impegno per quello che fai non interessa; pensi che sia possibile produrre qualcosa di buono in queste condizioni frustranti?

Daniela

Stato dell'arte

Ciao  Luigi, ho letto con interesse e ammirazione il tuo notevole pezzo su scienza, tecnologia e conoscenza oggi. Mi sembra proponga una buona sintesi dello stato dell'arte di opportunità e problemi aperti: insieme a una efficace denuncia dell'arretratezza e inadeguatezza, al proposito, della classe politica. Ma figuriamoci, piove sul bagnato…

GCM