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La vita sta cambiando pelle

BREVIARIO DEI RIFORMISTI GIROTONDINI

Eugenio Scalfari

Avanzando con l'età capita di fissarsi su alcuni dettagli che prima avremmo trascurato ritenendoli irrilevanti. A me accade con le parole, i nomi. Non riesco a ragionare se prima non ne definisco l'essenza, il significato letterale, il campo semantico creato dal loro suono e gli equivoci che possono derivarne.
Prendete due locuzioni che hanno un suono talmente simile da poter essere scambiate l'una con l'altra: riformismo, trasformismo. Riformare, trasformare. Potrebbero essere sinonimi e anzi certamente lo sono. Chi riforma la realtà esistente la trasforma in una realtà diversa. Parimenti chi trasforma riforma configurando una forma nuova. Dunque il riformista è un trasformista? Letteralmente sì, si tratta appunto di due sinonimi.

Due sinonimi che hanno creato però significati diversi e addirittura opposti, sicché il trasformismo è diventato il peggiorativo del riformismo. Il trasformista viene condannato come voltagabbana mentre il riformista è giudicato il motore della storia, colui che tende al meglio e non si accontenta dell'esistente. Un uomo sensibile, consapevole, dedicato alla ricerca del bene comune quanto l'altro si preoccupa primieramente del bene suo proprio.

Spesso però la radice letterale delle due parole in questione si vendica della diversa lettura semantica e torna a farne coincidere i significati. Nel senso che anche nel più limpido e coerente dei riformisti permane una vocazione trasformistica per la semplice ragione che trasformando le cose trasforma inevitabilmente anche se stesso. Acquista nuovi amici e ne perde di antichi. Spiazza gli altri ma anche se medesimo. Si muove sulle ascisse e contemporaneamente sulle ordinate. È flessibile. Ondulante.

Prendete l'uomo politico più longevo d'Italia, Giulio Andreotti. È stato un riformista o un trasformista? La vera risposta potrebbe essere che è stato un uomo di potere, ma è una risposta che non chiarisce perché sia il riformista che il trasformista hanno nel sangue la vocazione del potere. Se non ce l'hanno, per definirli si usano altre parole: anime belle, testimoni del tempo, utopisti, eventualmente profeti.

Giolitti fu un riformista o un trasformista? Per Croce la prima cosa, per Salvemini la seconda.
E Moro?
Ai giorni nostri il dubbio e anche l'uso di quelle due parole applicabili ai personaggi dell'attualità è diventato quanto mai frequente nella nostra società liquida. D'Alema, Veltroni, Rutelli, Casini, non sfuggono alla doppia lettura. Naturalmente ad alto livello.

I loro collaboratori si muovono a livelli inferiori in attesa di progredire, ma non si tratta di carriere bensì di stile. Lo stile è come il coraggio, chi non ce l'ha non se lo può dare. Le bassezze di Talleyrand furono riscattate dallo stile. Per Cossiga sarebbe impossibile. Berlusconi appartiene a un'altra categoria dello spirito.
Giuliano Amato è un riformista di razza e di stile ne ha da vendere. Nell'agire spesso si trasforma e il filo sul quale cammina dà segni di oscillazione. Chi gli è amico se ne preoccupa.

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Ai tempi d'oggi i riformisti abbondano. Naturalmente ce ne sono di varie specie: i liberali, i moderati, i radicali. I rivoluzionari sono quasi scomparsi, rifugiati nell'altrove dell'utopia oppure, in alcuni casi, del cretinismo; ma di questi ultimi non vale la pena di occuparsi.

Tutti vogliono riforme e l'elenco è lunghissimo: la previdenza, la scuola, la sanità, l'ordinamento giudiziario, la famiglia, l'assistenza, il mercato, il processo, il federalismo, il sesso. Perfino il sesso è mobile: i "transgender" sono profondamente riformisti.
Dicevo che l'elenco è lunghissimo ma nessuno esplicita quale tipo di riforme voglia. Tutti desiderano rinnovare la classe dirigente, da Montezemolo a Franco Marini.

Ma stanno sempre lì, in prima fila. Quando cambiano posto è per salire un gradino più su. Per riformare con più energia. Per lasciare spazio ai giovani. Ma uno, dico uno che l'abbia fatto ancora non si è visto, né in politica né in economia, né nei partiti né nelle imprese. Tanzi, proprio lui, quello della Parmalat, ha già creato un'altra impresa di succhi di frutta trovando perfino chi si è messo in società con lui. Questa sì che è forza creatrice. Se ne resta ammirati. O esterrefatti.

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La politica, si sa, è l'arte del possibile e a questa condizione preliminare tutti i politici sono vincolati. Per chi opera in regimi democratici il possibile è un vincolo ancor più stringente per la semplice ragione che la democrazia si basa sul consenso.

Il consenso è anch'esso liquido, specie in società liquide. Lo puoi perdere quando somministri una medicina amara ma necessaria per curare una malattia grave; ma speri di riconquistarlo se sopraggiunge la guarigione. Salvo nel caso in cui l'ammalato si sia affezionato alla sua malattia e conviva benissimo con essa, sicché prende in uggia le medicine e ancor più i medici.

In Italia questo rischio è reale. Da sempre. In parte per colpa di cattivi medici, in altra parte perché gli ammalati hanno pochissima voglia di guarire. Ho esaminato varie volte questo problema, perciò non starò a ripetermi. Basti ricordare che questo nostro Paese ha un fondo anarcoide per il quale le medicine, vale a dire le regole, sono vincoli contro natura. Ognuno vuole curarsi da sé, arrangiarsi da sé, salvo dare la colpa al medico se la sua condizione peggiora. (Ho già detto ma lo ripeto che i medici portano una parte notevole di responsabilità).

Naturalmente non tutti gli italiani sono anarcoidi e comunque un pizzico di spirito non dirò anarchico ma libertario ci vuole, come ci vuole il sale sulle vivande. Ma un pizzico, non una palata.
Il vero (secondo me l'unico) errore della Finanziaria è stato d'aver prescritto troppe regole. Questa è la ragione vera della sua impopolarità: troppe regole che nessuno manderà mai a memoria e che indurranno a non rispettarne nessuna.

L'impianto della Finanziaria tuttavia è buono, credo che produrrà buoni frutti a breve scadenza e spero che l'applicazione farà cadere molte regole inutili riconciliando il consenso. Ma ho già avvertito che i tempi sono stretti: cinque mesi e anche meno, prima della verifica delle elezioni amministrative. Mi pareva che per riguadagnare in fretta il consenso perduto ci volesse quella che metaforicamente ho chiamato la dittatura democratica di Prodi. Mettere a tacere la rissosità nella maggioranza e nel governo e lasciare al "premier" il compito di enunciare le priorità e le modalità dell'azione politica. Qualche primo frutto si è visto ma molte risse tra comari sono dure a morire e nuovi litigi si profilano all'orizzonte.

Purtroppo anche la proposta di Giuliano Amato di aprire al più presto un tavolo di concertazione "bipartisan" per studiare le riforme in maniera condivisa sarà, temo, fonte di guai e già lo si è visto.
Quali riforme? L'agenda suggerita da Amato per ora ne indica una soltanto, quella elettorale. Si tratta d'una legge ordinaria anche se molto importante. Appartiene certamente a quella categoria di leggi che dovrebbero essere approvate da una larga maggioranza.

Comporterà un negoziato faticoso che è già cominciato per iniziativa di Prodi con il mandato da lui affidato al ministro dei Rapporti col Parlamento, Chiti, di effettuare i primi sondaggi tra tutte le parti interessate.
I modelli di riferimento per la riforma sono due: la legge elettorale tedesca, preferita dall'Udc, e il doppio turno alla francese, preferito dai Ds, dalla Margherita, da An, e in parte da Forza Italia e perfino da Rifondazione comunista. Ma avversato invece dai partiti più piccoli: Mastella, Diliberto, i Verdi, il gruppo che fa capo a Storace. Tutti questi spezzoni di partiti potrebbero essere accolti nei listoni delle coalizioni maggiori, ma ciò farebbe scomparire la loro ragione sociale, il che è già difficile per partiti di più ampia dimensione ma molto di più per chi sopravvive seduto su percentuali dell'uno.

Comunque un negoziato teso e complesso è più adatto ad esser condotto da un gruppo di "sherpa" che da una rutilante Convenzione come nella proposta Amato. La quale, implicitamente, vorrebbe potersi estendere anche ad altre riforme, da quella sul federalismo fiscale a quella sul conflitto d'interessi, all'ordinamento giudiziario, all'Università, eccetera. Insomma qualcosa di somigliante alla Bicamerale di non fausta memoria e alla proposta di Costituzione europea affondata due anni fa dai referendum francese e olandese.

Potrebbe uno strumento di questo genere essere neutrale sull'azione di governo? Evidentemente no; tutti questi temi infatti costituiscono parte integrante della politica di governo ed è impossibile possano essere delegati ad una neo-Bicamerale relegando il governo all'ordinaria amministrazione.

Non resta dunque, come oggetto possibile, che la legge elettorale la quale meglio si addice ad un negoziato meno clamoroso e più felpato. Del resto è alle viste la raccolta delle firme per un referendum abrogativo su questa materia. Non so se si farà e se raggiungerà il quorum necessario (personalmente penso di sì).
L'obiettivo è quello di restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti sul territorio, diritto che gli è stato vergognosamente sottratto dalla legge Calderoli, e di sopprimere il premio di coalizione. Non sarebbe un risultato pienamente soddisfacente ma meno indigeribile della legge attuale. Su di esso comunque il Parlamento avrebbe facoltà di intervenire, sia pure nei limiti del responso referendario.

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Ho parlato in precedenza del riformismo e dei riformisti. Sarebbe ipocrita da parte mia di non spendere qualche parola sulla vicenda di Nicola Rossi, distinto economista, già consigliere del governo D'Alema, attualmente deputato designato dai Ds e iscritto a quel partito.

Da alcuni mesi il Rossi sosteneva tesi non propriamente allineate alla politica del suo partito. Col passare delle settimane il dissenso è aumentato avendo come bersaglio principale ma non esclusivo la Finanziaria da lui respinta in blocco come sbagliata, riprovevole, incompetente e antiriformista. Alla fine, pochi giorni fa, il Rossi ha deciso di non rinnovare la sua iscrizione ai Ds restando però deputato nel gruppo dell'Ulivo. Il suo attuale obiettivo - da lui ribadito pubblicamente - sarà quello di operare con un'"alleanza dei volenterosi" scelti tra i due schieramenti politici per costituire un ponte "bipartisan" e affrontare a quel tavolo i temi delle riforme economiche, dalle pensioni al pubblico impiego e giù tutto l'interminabile elenco.

Insomma una proposta tipo Amato, fatta artigianalmente, al di fuori dei partiti, del Parlamento e affidata all'eco dei "media" che - si può scommetterlo - non mancherebbe.
I "media", per la loro stessa natura, sono in caccia di coriandoli colorati e la dissidenza di Rossi è sicuramente uno di quelli. L'ex dalemiano promuove un contatto permanente con i "berluscones". Per fare insieme le riforme sui moduli redazionali del "Mulino". Qualche sindaco darà probabilmente il suo appoggio. Gli intellettuali in libera uscita faranno la fila. Cinquecento volenterosi? Mille? Diecimila volenterosi? Siti volenterosi su Internet? Girotondismo del club economista?

Nicola Rossi era ed è fino ad oggi un uomo ignoto ai più. Il fatto che non rinnovi la tessera ds non può interessare di meno. Ma per il circolo mediatico renderlo noto, come lo fece a suo tempo per Pancho Pardi, è un gioco da bambini.

Riformista o trasformista? No, per Rossi il problema non si pone. Semmai se ne pone un altro, lucidamente indicato da Michele Salvati: per fare le riforme ci vuole il consenso; quelle che ha in mente l'ex dalemiano sono mille miglia lontane dall'averlo. Perciò, conclude Salvati, Nicola Rossi non è un riformista ma un illuminista che vagheggia riforme imposte dall'alto.
Infatti ai loro tempi Voltaire e Diderot puntavano su Luigi XV come principe riformista e leggevano i capitoli dell'"Enciclopedie" nei salotti di madame Pompadour. Il principe riformista oggi sarebbe Prodi ma a Rossi non piace affatto. Non si vede in giro una Pompadour. Prestigiacomo è decaduta. Santanché è stata scacciata. Resta a sinistra Giovanna Melandri che non mi pare disponibile al ruolo. E poi, su quale principe fare leva?

Post scriptum. La Corte di Conti non ha ancora approvato il suo bilancio che è quindi in "esercizio provvisorio". La ragione è che la Corte non intende applicare su se stessa le economie previste dalla Finanziaria per tutte le istituzioni pubbliche. Ma la Corte ritiene di non essere un'istituzione come le altre e quindi va avanti disapplicando.

Tutto si poteva immaginare fuorché la dissidenza rispetto alla legge d'una magistratura che ha il controllo di legalità sulle leggi di spesa. È un fatto inaudito e al limite della comicità. La vera notizia dell'uomo che morde il cane è questa. Mi sarà sfuggita ma sui giornali l'ho vista seminascosta nelle pagine interne. Non meritava un'apertura in prima a tutte colonne? Infine, se vogliamo divertirci divertiamoci, specie se l'occasione ce la porge la Corte dei Conti in toga rossa e magari parrucca. (

7 gennaio 2007

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