Benessere e salute – Da pet therapy a Pet-Relation Co-Therapy

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Petrantoni: un neologismo che identifichi nel contempo l’attività di relazione con l’alterità animale e la natura di co-terapia

(evsrl.it/vet.journal) Il termine pet therapy è stato sempre inteso come una delle pratiche terapeutiche del vasto armamentario medico a servizio della salute dell’uomo; generalmente è tradotto in italiano con "terapia animale" oppure "terapia facilitata dagli animali".

La parola pet therapy compare per la prima volta nel 1961 ad opera di Boris Levinson, neuropsichiatria infantile, nel suo libro The Dog as Co-Therapist (il cane come co-terapeuta), in cui sono enunciate le teorie che spiegano i benefici attribuiti alla compagnia dell’animale, utilizzato nelle terapie cui sono sottoposti i bambini ricoverati in istituti o assistiti ambulatorialmente.

Il significato simbolico di questo termine identifica il settore di applicazione, cioè quello delle terapie mediche basate sull’impiego dell’animale. L’intrinseco significato della stessa parola pet therapy contribuisce, e per un verso lo giustifica, a creare l’equivoco attuale dell’impianto reificatorio che attribuisce all’animale il ruolo di strumento terapeutico da utilizzare nell’ambito delle varie disabilità psichiche e fisiche dell’uomo.

Questa valenza strumentale dell’animale ha il suo fondamento nella cultura occidentale, che ha sempre visto il rapporto dell’uomo con l’animale in una prospettiva discontinuista, sostenuta dal pensiero cartesiano, che considera gli animali come macchine e dalla filosofia aristotelica, che ritiene che gli animali esistono per essere utilizzati dall’uomo.

L’idea quindi di utilizzare l’animale, rientra in una consuetudine di un uso normale dell’animale con lo scopo di ottenere beni e servizi: cibo, vestiario, forza motrice, guardia, compagnia. Nell’ambito della c.d. pet therapy l’impiego degli animali mira ad ottenere vari tipi di benefici: fisici, emotivi, relazionali, comportamentali ed educativi.

Tuttavia, la beneficialità è attribuita all’animale in quanto tale, esprimendo tutt’al più una preferenza per una specie anziché per un’altra o per una razza piuttosto che per un’altra, in questo modo sono assegnate all’animale caratteristiche terapeutiche, che per un verso richiamano le proprietà taumaturgiche dell’animale, secondo una visione magica dello stesso: "se vuoi guarire da un’artrosi prendi una rondine in mano e toccati sulla parte malata", per l’altro verso spiega l’idea di "animale medicina", "animale estratto medicamentoso", che porta a suggerire il coniglio per curare l’autismo o il gatto per trattare gli stati d’ansia.

Il paradigma di riferimento, pertanto, nell’ambito delle diverse attività umane riferite all’animale è quello dell’utilizzo, sia per ottenere prodotti e prestazioni, sia per ottenere eventi beneficiali attribuiti all’animale nella versione di facilitatore, come in quella di ente di mediazione tra terapeuta e paziente. I tre paradigmi: reificatorio, meccanicista e performativo hanno indirizzato l’applicazione della pet therapy, intesa come ultima espressione del percorso evoluzionistico di utilizzo dell’animale da parte dell’uomo, in maniera da impedire la comprensione dei meccanismi causali e modali della c.d. pet therapy, cioè di capire i perché ed i per come dei benefici di questa "terapia".

L’ambito disciplinare della zooantropologia teorica e applicata oggi spiega questi meccanismi, grazie al considerevole contributo bibliografico di Marchesini, facendo costantemente riferimento alle "teorie della relazione" ed alle specifiche valenze beneficiali che scaturiscono dalle differenti tipologie di relazioni con l’alterità animale.

Se quindi negli anni sessanta, quando Levinson coniò il termine pet therapy, e il clima culturale degli studi sugli animali era animato dai fervidi contributi etologici di Lorenz, il neologismo poteva essere accettato come espressione del contributo dell’animale, come facilitatore/mediatore della psicoterapia, senza tuttavia comprendere realmente come e perché ciò avveniva, oggi, grazie ai contributi delle scienze cognitive, della sociobiologia, della psicologia e della zooantropologia si pone l’obbligo di una sua ridefinizione. Lo stesso Marchesini, tra l’altro, auspica che a causa "della confusione, ambiguità, scorrettezza nell’inquadramento delle attività di pet therapy" "sarebbe necessaria una rivisitazione del termine stesso" (R. Marchesini, "Pet Therapy e Zooantropologia", in Il Progresso Veterinario, LXII, febbraio 2007, 61 – 64).

Se pertanto, negli ultimi trent’anni, lo sviluppo della zooantropologia ha fornito le basi epistemologiche della c.d. pet therapy, dandole dignità scientifica, spiegandone i moventi ed i meccanismi relazionali, che rendono disponibili gli eventi beneficiali, e specificandone le metodologie applicative delle diverse aree relazionali, differenziate in base alle indicazioni terapeutiche delle differenti patologie, proponendo in definitiva un cambiamento sostanziale dell’approccio all’animale utilizzato nella c.d. pet therapy e cioè dal paradigma reificatorio di un utilizzo performativo dell’animale a quello zooantropologico basato sull’utilizzo della relazione con l’alterità animale, appare ben giustificato il suggerimento di una trasformazione anche formale del termine pet therapy, in modo da rendere immediatamente intelligibile l’ambito metodologico e applicativo delle attività co-terapeutiche, svolte attraverso l’attivazione di specifiche aree relazionali con l’animale.
Sembra lecito, pertanto, consegnare al consesso scientifico, a conclusione delle argomentazioni su esposte, la proposta di adottare in sostituzione del termine "pet therapy", che per i motivi suddetti appare obsoleto e superato, il neologismo "Pet-Relation Co-Therapy", identificabile per facilità di utilizzo del termine stesso con l’acronimo Pe.R.C.T., che offre l’opportunità di una sua comprensione immediata, in quanto la forma diventa appropriata alla sostanza; cioè, che il beneficio per la salute della persona avviene attraverso le attività di relazione con l’alterità animale e che costituisce una co-terapia, cioè un intervento facilitante le terapie convenzionali in atto.

Gaspare Petrantoni,
Med Vet Comportamentalista, Dipl. Bioetica ITST, Gruppo SISCA Sicilia e Calabria.

Bibliografia essenziale
1) Marchesini R., "Fondamenti di Zooantropologia ", A. Perdisa Editore, 2005, Bologna
2) Petrantoni G., voce "Pet Therapy", in Enciclopedia di Bioetica e Sessuologia, a cura di Gianni Russo, editrice Elledici, 2004, Torino

Maria Grazia Monzeglio
Med Vet PhD
mg.monzeglio@evsrl.it

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