95 persone colpite dai fucili da caccia di cui 27 morti e 68 feriti

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Margherita D’Amico

Nei giorni scorsi, come ogni anno alla fine della stagione venatoria, l’Associazione Vittime della Caccia ha reso noto l’elenco dei caduti sotto il fuoco di chi pratica questo spietato hobby. Il dossier elenca un totale di 95 vittime di cui 27 morti e 68 feriti, includendo tra di essi sia cacciatori che persone completamente estranee alla pratica. Fra i 72 cacciatori in questione i morti sono 20 e 53 i feriti, mentre 7 morti – fra cui un minore – e 15 feriti non hanno nulla a che vedere col mondo di doppiette e carabine.

Tutti i fatti, quasi un centinaio, sono avvenuti nell’arco di cinque mesi sia in ambito venatorio che in ambito extra venatorio, rigorosamente attribuibili ai fucili da caccia, custoditi da una minoranza che si conta in 600 mila individui o poco più, meno dell’1% della popolazione italiana. E sono calcolati probabilmente per difetto, visto che l’Associazione Vittime della Caccia ricava i propri dati attraverso le notizie di stampa, soprattutto locale.

Infatti, non c’è verso di ottenere alcun cenno di presa di coscienza ufficiale del fenomeno da parte del Ministero dell’Interno, che si rende persino indisponibile a rispondere a domande sull’argomento. Sebbene, in base all’articolo 842 del Codice civile, i cacciatori godano, unici fra tutti i cittadini, del diritto di entrare armati e sparare vicino alle case anche nei fondi privati a meno che non siano chiusi da costose recinzioni continuative.

Com’è ovvio, non si può paragonare la pericolosità sociale della caccia a quella di altri sport (così viene anche definito il massacro legalizzato degli animali), poiché chi va in bicicletta oppure si lancia con il paracadute non dispone di un’arma letale, e in caso di incidente, nell’enorme maggioranza dei casi, nuoce a se stesso e non – in modo fatale – a terzi.

Ad affannarsi invece a sostenere questo illogico paragone, cercando di dimostrare attraverso un apposito studio che la pratica venatoria negli ultimi anni miete meno vittime, è, incredibilmente, l’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo. Autore della ricerca, subito contestata dalla Lac-Lega abolizione caccia e sconfessata dalla stessa Associazione Vittime della Caccia – che punto per punto dimostra, attraverso il confronto dei dati di quest’anno, come il criterio di valutazione urbinate sia parziale e erroneo – è Marco Cioppi, professore associato di Economia e gestione delle imprese.

Stupisce certo che un ateneo realizzi di punto in bianco uno studio su un argomento trascurato persino da quelle istituzioni che più dovrebbero interessarsene, e lo faccia senza il pretesto di mutamenti storici significativi. Già incompleti, i dati di Cioppi annunciano una diminuzione degli incidenti mortali (escludendo peraltro a priori tutti i ferimenti e gli ulteriori incidenti causati dai fucili al di fuori dei terreni di caccia) in un momento in cui lo stesso numero dei cacciatori si è assai ridotto, più che dimezzato rispetto ad appena dieci anni fa. Questo solo fatto dovrebbe condurre al dimezzamento degli incidenti, invece non è così.

Peraltro, il percorso professionale del docente rivela un vivo interesse per l’industria armiera. Assieme ai colleghi Fabio Musso e Barbara Francioni, Cioppi è autore di un libro dal titolo Il settore armiero per uso sportivo, venatorio e civile in ItaliaImprese produttrici, consumi per caccia e tiro, impatto economico e occupazionale. Numerose sono quindi le attività che lo vedono coinvolto, sotto l’egida dell’Università di Urbino, in una stretta e appassionata collaborazione con l’industria della produzione delle armi.

In particolare, nelle ultime stagioni, l’Ateneo si è dedicato a varie attività in sinergia con la Fiocchi Munizioni Spa, che dal 2017 è controllata dal fondo di Private equity Charme III della famiglia Montezemolo. Vedi il focus Munizioni per la caccia in Italia, realizzato nel 2015 da Musso, Cioppi, Francioni su un campione di 280 cacciatori e 173 armerie per rilevare il posizionamento del suddetto marchio nella specifica fascia di mercato.

Quindi, una serie di iniziative per promuovere il volto innocuo delle armi, ovvero il tiro a volo: secondo l’Università di Urbino l’attività sportiva più idonea alla forma psicofisica degli studenti in una società afflitta da obesità e violenza. Ecco dunque la manifestazione Cento studenti in pedana con Fiocchi nell’aprile 2017, preceduta dalla mostra fotografica La tradizione italiana del tiro a volo nelle competizioni olimpiche 1956-2016 in collaborazione con la Fiocchi Foundation.

Nel febbraio 2018, presso il Salone internazionale per caccia, tiro sportivo, sicurezza e cinofilia venatoria, si è svolto un convegno dal titolo Gli italiani e le armi: tra produzione e detenzione organizzato da  Italian Exhibition Group (il cui vice presidente Matteo Marzotto ha introdotto i lavori) e Anpam. Qui è stato presentato un ennesimo lavoro della Facoltà di Economia dell’Università di Urbino, sempre a firma Musso, Cioppi, Francioni e Curina, sui dati economici del settore.

Al di là delle linee guida etiche e intellettuali predilette dal rettore di Urbino Vilberto Stocchi e dell’opinabile scelta di intrecciare con tanto entusiasmo il cammino degli studenti alla celebrazione di aziende che producono utensili bellici, viene da chiedersi con quali motivazioni, con quale indipendenza di vedute, al servizio di quali principi l’Ateneo, il professor Cioppi e i suoi colleghi abbiano promosso e divulgato uno studio per dimostrare che le armi da caccia sono sempre più innocue.

Una pensiero va, infine, a tutti quegli animali domestici che ogni anno vengono uccisi nei modi più disparati e crudeli perché in qualche modo sono d’intralcio o di zavorra alla smania venatoria. 10/02/2020
@margdam
margdam@margheritadamico.it

Fonte Link: repubblica.it

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