Covid-19 nei macelli: un’occasione per riflettere

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Margherita D’Amico

Sono diversi giorni ormai che le cronache internazionali e anche quelle nazionali riferiscono di gravi focolai di Covid-19 all’interno di impianti di macellazione. Potremmo osservare che era ben prevedibile, che l’avevamo detto, ma il punto è semmai notare come, nel riferire tali notizie, si tenda a rimarcare sempre e soltanto le difficili condizioni dei lavoratori e non il contesto che le causa.

Vincono le remore nel ricordare che i mattatoi sono l’inferno sulla terra, luoghi di sangue, grida, lacrime, feci, visceri, ossa spezzate, percosse, spintoni, ganci, coltelli, seghe, mutilazioni e tutto quanto di più atroce la gente intenda dissociare dalla polpetta che ha nel piatto. Lo sarebbero comunque, ma i ritmi serratissimi della produzione li rendono ancora più spaventosi, innalzando il livello della sofferenza e abbattendo le già minime garanzie di tutela degli animali.

Così, massacrando belle vite altrui, si fiaccano il corpo e l’anima di chi le miete, esposti a fatica e stress continui e alla necessità di uccidere ogni anelito di pietà. Non a caso di frequente s’inducono persino negli operatori più resistenti, secondo studi citati anche nell’importante libro inchiesta Farmageddon di Philip Lymbery (Nutrimenti, 2014), uso di alcol e droghe.

La ragione per cui questo aspetto viene taciuto o appena accennato sta nel fatto che al solito, a dispetto dell’occasione per riflettere data dall’emergenza coronavirus, non traspare in generale alcuna voglia di cambiare nei confronti della natura e degli animali.

Non un accenno di progresso nelle politiche alimentari, nemmeno l’ombra di un ragionamento globale sulla necessità di riorientare la produzione su un’alimentazione più sana, economica e giusta a base vegetale. Da noi persino a Pasqua, durante il lockdown, il Ministero della Salute è riuscito a emanare misure più crudeli del consueto riguardo l’uccisione degli agnellini.

E nemmeno granché si sente fra i singoli riemersi dalla quarantena – ma forse dipende dal fatto che ci si frequenta ancora poco – una nuova capacità di mettere in correlazione la nostra salubrità alla preservazione degli spazi naturali e dei loro abitanti, quindi la distruzione delle foreste – vedi l’Amazzonia – e la produzione di foraggio per gli allevamenti intensivi, il consumo di carne e pesce e il depauperamento del territorio, l’inquinamento globale.

Infine, la violenza che si perpetua senza soluzione di continuità da una generazione all’altra, instillando nella gente la convinzione che solo mangiando, vivisezionando, cacciando, scuoiando, addestrando le altre specie noi potremo essere salvi e felici.

Non facciamo altro da migliaia di anni e il risultato è davanti ai nostri occhi: chissà che non si possa tentare qualcos’altro.

@margdam
margdam@margheritadamico.it


Fonte Link: repubblica.it

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