Michele Serra Che cosa possiamo fare per il Kurdistan siriano?

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Che cosa possiamo fare

di Michele Serra

L’invasione turca del Kurdistan siriano scuote l’animo di molte persone. Che si pongono l’ormai antica domanda dell’Uomo Informato, messo continuamente di fronte a notizie “più grandi di lui”: e io, che cosa posso fare di concreto per oppormi a certi soprusi, alleviare certe pene?
La vicenda dei curdi di Siria, per quanto complicatissima risultante di secolari oppressioni locali e recenti ricatti internazionali, sembra fatta apposta per smuovere anche le coscienze più impigrite. Nella vacanza di forti militanze politiche e salde certezze ideologiche, l’opinione pubblica è una nebulosa di individui un poco spersi, eppure senzienti, capaci di odio e di pregiudizio, ma anche di giudizio e di compassione. Se non è più il Partito ad accogliere e rappresentare, a ragione o a torto, i sentimenti individuali, questi sentimenti non smettono di esistere. E anzi, in assenza di un contenitore comune nel quale convogliarsi, fibrillano nei pensieri e nelle conversazioni, come un carburante in cerca di un motore.
Per quanto distratta e lacunosa possa essere l’informazione nel suo complesso, abbiamo avuto ampio modo di conoscere, grazie ai giornali, alla televisione, al web, alle testimonianze di chi ha visto e vissuto quei momenti, l’epica democratica dell’esercito curdo di Siria (il suo nome, Ypg, significa Unità di Protezione Popolare, ed è un bel nome). La sua straordinaria parità di genere e la sua sostanziale laicità. La lunga e vincente resistenza di Kobane all’assedio dell’Isis. L’appassionato afflusso di giovani combattenti stranieri, anche italiani, al fianco di curde e curdi, musulmani in lotta contro l’avanzata del jihadismo che voleva farsi Nazione (a proposito della generica, rozza, sciocca, razzista idea islamofoba che «i musulmani sono tutti uguali». I musulmani sono come i cristiani: un miliardo di persone molto diverse tra loro).
Si è sentito dire che le modalità di reclutamento collettivo e di ingaggio difensivo di quell’esercito ricordano quelle dell’esercito svizzero. Si è evocata l’esperienza antifascista delle Brigate Internazionali nella guerra civile di Spagna, con la differenza che la causa, qui e ora, non è passibile di alcun “distinguo” ideologico: non l’interventismo dell’Internazionale Comunista, ma la libertà e l’autodeterminazione di un popolo come riassunto globale della libertà di tutti, questa la posta in palio, questo il sentimento che ha fatto diventare “filocurdo” anche chi sapeva ben poco di quella gente che vive a cavallo tra quattro Nazioni. Ora si leggono con ansia e amarezza le notizie di guerra (che sono tragiche per chiunque non sia Erdogan), gli approfondimenti, i commenti. Il ricatto del despota turco all’Europa, con la minaccia di rovesciarle addosso, via Balcani, i circa tre milioni di profughi siriani allocati in Turchia, una specie di bombardamento di carne che usa cinicamente la diaspora siriana e fa leva sulle più profonde insicurezze europee. I nuovi arresti di giornalisti in Turchia (sarebbero quasi duecento, secondo dati attendibili, quelli già in galera). La difficile partita che i ministri degli Esteri europei, compreso il nostro, dovranno giocare: da una parte i fondamenti morali dell’Unione, dall’altra il rapporto con una potenza confinante membro della Nato. Proprio in queste ore un contingente militare italiano è schierato, secondo accordi pregressi, a difesa dello spazio aereo turco. Per non dire del carico da novanta, dal punto di vista etico, costituito dalla vendita di armamenti italiani all’esercito turco. Non si può spazzare via questo enorme ingombro in mezzo minuto, visto che si è accumulato in decenni di equivoci (il ventilato ingresso della Turchia nella Ue), di ipocrisie e di silenzi. Certo si può sperare che il nostro governo, oltre a tenere il punto (condanna senza equivoci dell’invasione turca, solidarietà ai curdi), rivaluti i rapporti militari con la Turchia a partire dalla fornitura di armamenti, e soprattutto contribuisca a costruire una posizione europea ferma e condivisa. Tanto più necessaria adesso che Trump ha abbandonato i curdi nel nome di un isolazionismo che carica i governi europei di nuove responsabilità.
Quanto a noi come opinione pubblica, in attesa che qualche piazza, sperabilmente più di una, dia ospitalità al nostro desiderio di manifestare vicinanza a quel popolo senza Nazione, abbiamo la facoltà, non così secondaria, di parlare, leggere, scrivere, organizzare incontri pubblici, raccogliere fondi, manifestare ad alta voce il nostro pensiero. Documentarci e approfondire. Accompagnare alle emozioni, che da sole non bastano mai, la conoscenza. Non dimenticando che, oltre ai curdi, c’è un altro popolo sotto schiaffo e bisognoso della nostra solidarietà: sono i turchi democratici, l’opposizione vessata eppure viva e vegeta (anche elettoralmente) che Erdogan non è riuscito a liquidare. Rischiano, manifestando nelle loro città, cento volte più di noi. Mai dimenticare, nemmeno per un secondo, che grande privilegio è la libertà.

Fonte: “la Repubblica” del 12 ottobre 2019

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