Salamé: “Basta mandare armi o questo incendio ci colpirà tutti”

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Guerra in Libia

Intervista all’inviato delle Nazioni Unite per la Libia

DAL NOSTRO INVIATO VINCENZO NIGRO

TRIPOLI
— “Io sono libanese, ho una certa esperienza di conflitti… mi sono occupato di altre guerre civili nella mia vita. Bene, non ho mai visto una differenza così clamorosa fra quello che tanti dicono sulla Libia e quello che invece fanno sul campo. Mai come quello che ho visto in Libia!”. Ghassan Salamé, 69 anni, l’inviato Onu a Tripoli, è un professore libanese. È stato ministro della Cultura dal 2000 al 2003. Forse pochi ricordano cosa sia stata la guerra civile libanese: lui la ricorda benissimo.
 
Professor Salamé, cosa sarà la Conferenza di Berlino?
“Una tappa, un punto di passaggio. Su un percorso per portare la Libia dallo scontro militare alla ripresa del confronto politico”.

Ci arriviamo con una tregua fragile, con nazioni che mentre parlano con lei, proprio in queste ore scaricano armi e soldati in Libia. Come fermarli?
“Il mio messaggio da mesi è uno soltanto: dovete smetterla di fornire armi ai combattenti in Libia. Basta mercenari, basta volontari di non so quale ideologia, miliziani di non so quale gruppo. Vadano fuori dalla Libia. Basta infiammare l’incendio, perché l’incendio ci colpirà tutti. Questo gioco pericoloso deve finire”.
 
Come sarà possibile consolidare la tregua?
“A Berlino abbiamo voluto riunire un gruppo di Stati, di attori esterni alla Libia, anche quelli che interferiscono, per verificare se fra loro ci sarà un accordo per fermare queste interferenze”.

Per questo avete invitato solo alcuni paesi stranieri e solo i 2 contendenti più importanti, Haftar e il governo di Serraj?
“Sì, noi abbiamo individuato due livelli, quello esterno e quello interno. Ambedue incredibilmente complessi. Abbiamo lavorato sia fuori che dentro. A Berlino chiediamo in maniera definitiva di cessare le interferenze negative, di spingere per un processo di stabilizzazione. Ma stiamo già lavorando in parallelo sui libici, e già a fine gennaio a Ginevra partirà un’altra fase del dialogo politico fra le fazioni libiche”.

Come farete dialogare i libici, gente che ancora si spara addosso?
“Berlino deve diventare un “ombrello”, una protezione per quello che faranno i libici. Quindi i Paesi stranieri devono sostenere, non interferire, non istigare alla guerra”.

Se progressivamente ci sarà questo, il percorso fra i libici è stato individuato con l’Onu ormai da mesi.
“Ci sono tre processi già pronti. Il primo, quello economico, è già partito. A Tunisi all’inizio di gennaio si sono incontrati esperti economici dell’Ovest e dell’Est, stiamo creando un Libyan Council of Economy unito”.

Ma ci sarà sviluppo economico se non si fermerà la guerra, senza un accordo politico?
“E infatti questi sono gli altri due percorsi. Innanzitutto, la sicurezza, la questione delle milizie, il confronto fra i militari dell’Est e dell’Ovest. Dobbiamo iniziare con la creazione di un “comitato militare 5+5″ per discutere di tutto, dei due eserciti, delle milizie, della polizia. La tregua andrà trasformata in un vero cessate il fuoco. Sono due cose diverse: per un cessate il fuoco bisognerà prevedere meccanismi di controllo, definire linee di separazione, individuare gli osservatori”.

Con una missione internazionale?
“È un lavoro che Unsmil, che l’Onu possono fare e faranno, perché questo è quello che le Nazioni Unite fanno da sempre. Quando le parti capiscono che si può arrivare alla pace, l’Onu può aiutare questo percorso”.

Poi c’è il processo politico: dove inizierete?
“Riprendiamo a Ginevra, già a gennaio, subito dopo Berlino. Dovremmo arrivare con tre gruppi di 13 rappresentanti politici della Libia.
Un primo gruppo eletto dalla “House of Rappresentatives” (il parlamento che si è trasferito in maggioranza a Tobruk/Bengasi, ndr ). Un secondo gruppo di membri eletti dallo High State Council di Tripoli (una sorta di senato di Tripoli, ndr ), e poi 13 membri che sceglieranno le Nazioni Unite”.

Perché sceglierete voi alcuni libici?
“Perché in questa fase è necessario eventualmente bilanciare. Gli altri due gruppi verranno selezionati con votazioni all’interno di ciascuno dei 13 distretti elettorali della Libia. In un modo comunque elettivo, i deputati delle due fazioni eleggeranno i loro rappresentanti da mandare a Ginevra: ma se nessuno sceglierà donne, allora l’Onu indicherà alcune donne. Oppure saremo attenti alle minoranze, politiche o tribali, che potrebbero essere sottorappresentate. I libici devono fare le loro scelte, ma in questa fase di guerra civile le Nazioni Unite li accompagneranno”.

I Fratelli Musulmani sostengono Serraj a Tripoli: Haftar, Egitto, Emirati parlano di loro come terroristi da distruggere. Come verrà trattata la questione?
“Sta ai libici scegliere i loro rappresentanti politici. Noi crediamo che i partiti politici che scelgono la via della politica, che rinunciano alle armi, che non accettano interferenze negative dall’esterno possano essere utili al progresso della Libia”.

L’Italia è molto coinvolta dalla crisi in Libia, vi ha aiutato? Qui a Tripoli accusano Roma di pensare troppo ai migranti e troppo poco ai cittadini libici.
“L’Italia, il governo italiano, in questi mesi ci hanno aiutato perché non hanno interferito negativamente. E bene ha fatto la vostra ambasciata a rimanere attiva e a dare sostegno alla nostra missione. Quanto ai migranti, tutti devono sapere che non si risolve il problema se non si avvia la stabilizzazione della Libia. Se non ci saranno meno violenze, più Stato, più normalità sarà impossibile assistere i migranti. E aiutare i cittadini libici”. 18 GENNAIO 2020

Fonte Link: repubblica.it

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