ALLA MAGNANI ROCCA UNA MOSTRA DEDICATA A CAROSELLO

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ALLA MAGNANI ROCCA UNA MOSTRA DEDICATA A CAROSELLO

Francesca Avanzini 

Una mostra frizzante, quella in corso alla Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo dal 7 settembre all’8 dicembre. A cura di Stefano Roffi, è dedicata a Carosello e ha per sottotitolo “pubblicità e televisione 1957-1977”.

Al netto della nostalgia con cui deve fare i conti chi è nato intorno a quel ventennio nel rivedere, proposte dalle numerose televisioni lungo il percorso espositivo, figure dell’infanzia come Calimero, Angelino o Carmencita, la mostra è un’occasione per riflettere sul nostro passato pubblicitario e non.

Con l’occhio della lontananza e della maturità, ci si rende conto che quegli spot di pochi minuti, perlopiù in bianco e nero, erano piccoli gioielli di animazione, regia e recitazione.

Ci godiamo le prove di alta scuola di Macario, Vianello, Tognazzi e Calindri per la regia di Luciano Emmer, Mauro Bolognini, Ettore Scola o i fratelli Taviani, i siparietti del Quartetto Cetra, la verve di Delia Scala e altre soubrette d’epoca, mentre apprezziamo una volta di più la bravura di Mina, Ornella Vanoni o Patty Pravo.

I personaggi d’animazione sono anche visibili sotto forma di pupazzi gonfiabili (la Mucca Carolina, Camillo il Coccodrillo, Susanna tutta Panna) che ebbero discreto successo e diffusione parallelamente al prodotto televisivo.

Come è stato più volte rilevato, Carosello era lo specchio di una società in pieno boom economico, che scopriva i consumi e l’edonismo di massa e veniva al tempo stesso omogeneizzata e appiattita, da Nord a Sud, dalle classi abbienti al proletariato, sugli stessi slogan e lo stesso linguaggio, introiettati i quali, comunque già corrosi all’interno dalla malattia autoimmune della rivolta, esso non fu più necessario e venne infatti abolito.

Inutile sottolineare, tanto è risaputo, il ruolo prevalentemente subalterno e tradizionale della donna nell’eden di elettrodomestici, moplen, dadi e detersivi dell’era prima dei consumi di massa, così come risulta dalla pubblicità.

Alle pareti, oltre ai bozzetti preparatori e agli storyboard delle scenette televisive, sono visibili manifesti di designer come Armando Testa, Erberto Carboni e il primo Oliviero Toscani, in continuità ideale con la mostra del 2017 dedicata alla pubblicità dal 1890 al 1957.

Anche per quanto riguarda la grafica, forse pochi, ai tempi, si rendevano conto della genialità e dell’alto artigianato ai confini con l’opera d’arte dei succitati designer e di altri contemporanei.

Bianco, rosso e nero sono i colori-chiave di Arturo Testa, che producono piccoli capolavori di grande essenzialità come i manifesti del digestivo Antonetto, del rabarbaro Zucca e del caffè Paulista; del designer e architetto parmigiano Erberto Carboni, strepitoso il manifesto per la Max Mara e attualissimo il tailleur  rappresentato. Da rubare, se fosse possibile.

Vietato però l’effetto Techetechete, l’essere cioè anche minimamente sfiorati dal pensiero di come tutto fosse più sobrio, composto ed elegante allora, e di come conservassimo tra noi piccoli tesori quotidiani di cui eravamo inconsapevoli.

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