I pensieri colorati di Giuseppe De Filippo

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G.DeFilippo_COVID19_acrilico su cartone 103×72 2020 (cliccando sull’immagine si ingrandisce)

I “pensieri colorati” di Giuseppe De Filippo.

Pino Vitaliano

Da sempre, sostengo che Giuseppe De Filippo non sia un pittore. O, meglio, che non sia un pittore come tutti gli altri. Nella sua sostanziale a-tipicità, è, allo stesso tempo, un filosofo che pensa a colori e un pittore che traduce su tela i suoi “pensieri colorati”. Capace di copiare i classici con grande naturalezza (conosce il disegno come pochi), ha la straordinaria capacità di spingersi oltre gli orizzonti del classicismo canonico, di squarciare il velo di Maya della convenzione e di addentrarsi in una dimensione feerica che solo pochi eletti riescono a penetrare e a contemplare. Unico nel suo genere, la sua pittura è una perfetta sintesi di equilibri spazio/cromatici, in cui le figure, i segni convenzionali, le forme di un rassicurante manierismo hanno poca importanza (direi che non ne hanno affatto), ma lasciano la primalità, invece, alle danze cromatiche, alle armonie di colori, che generano opere di una straordinaria, epifanica spiritualità. De Filippo è capace di sanguificare quei luoghi dell’anima che la logica perversa della mercificazione dell’arte contemporanea ha svuotato da ogni significato e da qualsiasi valore che si possa dire propriamente artistico. L’ultima ricerca di Giuseppe, come la prima di tanti anni fa, del resto, è contrassegnata da un forte e imponente respiro evocativo di un tempo che eternamente ritorna rinnovandosi, ma sempre attraversato dal mito Sisifo, l’archetipo dell’Arte titanica che non si arrende e non vuole piegarsi al nichilismo del suo tempo. “Cado, per risorgere sempre”, potrebbe essere il motto della pittura pensante di Giuseppe De Filippo. E, nell’eterna resurrezione, c’è sempre qualcosa di nuovo e c’è sempre qualcosa di antico: l’archè di un Arte che solo i figli prediletti degli dei possono contemplare a occhi aperti, senza il timore di restare inceneriti o pietrificati dagli sguardi terribili e distruttivi dei numinosi olimpi.

Questo affermavo, qualche anno fa, alla presentazione di una sua mostra. Questo mi sento di riaffermare oggi con maggior convinzione. Costretto dalla quarantena a starsene rinchiuso in casa come tutti noi, lo spirito inquieto di Giuseppe ha percorso un nuovo sentiero espressivo con colori e simboli diversi, ma con l’identica poetica del mito, che lo accompagna praticamente da sempre. Questa volta, tocca a Perseo uccidere il mostro (il coronavirus) e salvare l’umanità dalla sua autodistruzione.

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