In Svezia gli artisti non se la passano male

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Uno studio pubblicato in Svezia a cura di Markus Larsson e Daniel Johansson (ad della società di ricerche TrendMaze nonché ricercatore musicale presso il Royal Institute of Technology) fa il paio con quello inglese ripreso di recente dal Times Online nel sostenere che, a dispetto del crollo della discografia, l’industria musicale non ha perso la sua capacità di generare reddito e che gli artisti in particolare (quanto meno quelli già affermati) se la passano meglio oggi di ieri. Merito, ancora una volta, del settore tuttora fiorente della musica dal vivo che permette ai musicisti di guadagnare con i concerti ma anche della crescita esponenziale dei diritti percepiti attraverso le agenzie di collecting per l’utilizzo della musica registrata in radio, in televisione, nei locali pubblici e sul Web. 

La Svezia è, ovviamente, anche la patria di The Pirate Bay: ma Johansson ci tiene a precisare di non essere tra coloro che credono che il file sharing illegale faccia bene agli artisti. La sua unica conclusione, basata su dati ufficiali di settore e su stime ed elaborazioni personali è che, dal 2000 ad oggi, il fatturato globale (dischi+concerti+diritti) dell’industria musicale svedese è rimasto più o meno invariato, passando da 3.521 corone (circa 350 milioni di euro) a 3.712 corone (circa 370 milioni di euro): il che può rappresentare una buona notizia (è falso che il mercato abbia perso il 60 % del suo giro d’affari e certi allarmismi sono ingiustificati) o una cattiva (si tratta comunque di una situazione di stagnazione e non di sviluppo). Attribuendo loro (un po’ arbitrariamente, forse) il 50 % degli incassi dei concerti, il 20 % di quelli discografici e l’80 % dei diritti connessi, lo studio conclude che gli introiti degli artisti, tra il 2000 e il 2008, sono cresciuti mediamente del 34,6 %.

Quanto al crollo delle vendite di cd, Johansson rileva che non si tratta di una buona notizia per nessuno.  “La maggior parte di coloro che sostengono i pirati sembra dimenticare che quasi tutta la musica che amiamo ha visto la luce grazie alle case discografiche”. “Le case discografiche”, conclude il ricercatore svedese, “non sono cattive. Sono solo un po’ confuse”. 18/12/2009 

Fonte Link: rockol.it

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