ZAVATTINI IN MOSTRA A REGGIO Emilia

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Francesca Avanzini

ZAVATTINI IN MOSTRA A REGGIO EMILIA

Uno Zavattini inedito, quello che esce dalla mostra “Zavattini oltre i confini”, visitabile a Reggio Emilia fino al 1° marzo 2020 nel quattrocentesco, bellissimo palazzo Da Mosto appena restaurato.

Non tanto e non solo regista, scrittore o pittore (anche se chiaramente tutte le sue attività sono imperniate soprattutto sul primo binomio) quanto tessitore di rapporti internazionali, messaggero del cinema neorealista nel mondo e anche di pace, contribuendo per esempio e tra l’altro, con la formazione di cineasti e documentaristi, alla decolonizzazione dei paesi africani.

La mostra si snoda per una decina di sale, ognuna dedicata a una nazione o a un continente, ed espone nelle teche centrali lettere autografe, documenti, testimonianze, mentre alle pareti sono appesi scatti di fotografi vari, che col loro bianco e nero subito evocano un’atmosfera d’epoca.

Zavattini aveva all’incirca 12.000 corrispondenti, tra uomini di cinema, artisti, scrittori, intrattiene rapporti con Gabriel Garcia Marquez, Truman Capote, D.A. Siqueiros e Diego Rivera, per non citare che i più famosi. La sua frenetica attività di intellettuale “globale” si esplica nella partecipazione a convegni e congressi internazionali, presentazione di libri, mostre e film, organizzazione di coproduzioni internazionali, collaborazione a riviste straniere, sopralluoghi per film.

Era particolarmente affascinato dal viaggio-inchiesta, da realizzarsi tramite libro o film che,  secondo la pratica neorealista, consisteva nel recarsi di persona nei luoghi e, senza nulla concedere al pittoresco o alla flânerie, documentare le condizioni della gente facendola parlare in prima persona.  Mentre vengono realizzati libri-inchiesta sulla Spagna e sul Messico profondo, non tutti quelli messi in cantieri sono portati a termine. Particolarmente deludente è la mancata realizzazione di un film su Van Gogh, caro al luzzarese per la sua presa diretta sulla realtà. I sopralluoghi sui posti erano già stati fatti, già presi i contatti coi nipoti del pittore, già steso il trattamento, quando le trattative iniziano a trascinarsi e infine si arenano perché il produttore Graetz, sostenuto da quello che sarebbe dovuto essere il regista, l’americano Jean Négulesco, vuole dare al film un’impronta commerciale e drammatica in senso hollywoodiano, così da poterlo vendere anche oltreoceano. Zavattini avrà una sua rivincita più tardi quando, per la sua sceneggiatura e la regia di Luciano Emmer, narrerà di persona in un breve documentario televisivo il “Campo di grano con corvi”, ultima opera di Van Gogh.

Nonostante i riconoscimenti e i premi ottenuti negli Stati Uniti, dove viene considerato uno dei padri del neorealismo, Zavattini, nel mondo diviso in due dalla guerra fredda, è più vicino al blocco dell’Est, per costituzione molto più affine al neorealismo. Facendo da ponte tra cultura orientale e occidentale, intesse una rete di rapporti con registi d’oltrecortina, così come li intrattiene con registi cubani vicino a Castro, spagnoli oppositori di Franco e giovani messicani progressisti. Nel 1972 scrive la sceneggiatura di “I figli di Sanchez”, che documenta la vita di una famiglia povera messicana, per la regia di Hall Bartlett e con Anthony Quinn come protagonista.

I suoi contatti con i circoli ebraici cosmopoliti lo portano a conoscere, tra gli altri, il padre di Anna Frank per un film, che non andrà in porto, tratto dal diario, che il regista considera un documento neorealista ante litteram, mentre con il fotografo ebreo americano Paul Strand realizzerà il libro-inchiesta “Un paese” dedicato a Luzzara. Con tutto il suo viaggiare e il suo essere internazionale, è a Luzzara, cui è legatissimo, che finisce sempre per tornare. 

Testimoniano di questo rapporto venti magistrali scatti inediti in bianco e nero di Gianni Berengo Gardin, non inclusi in “Un paese vent’anni dopo”, perché il libro doveva sottolineare la modernizzazione della cittadina, mentre quegli scatti erano più legati alla civiltà rurale.

Concludono la mostra, oltre ad alcuni bei quadri di Zavattini stesso, 150 della collezione 8X10. Com’è noto, a tutti o quasi gli artisti che incontrava, il regista commissionava due piccoli dipinti, di cui un autoritratto e uno a soggetto libero. Alcuni finivano per essere regalati, altri erano pagati. Tra quelli esposti, opere di Balla, Ligabue, Rivera, Siqueiros, De Chirico, Fontana e altri.

La mostra è il frutto della sinergia di vari enti, ma si basa soprattutto sull’Archivio Cesare Zavattini donato alla Biblioteca Panizzi dai due figli Arturo e Marco ed è realizzata nel trentennale della scomparsa (13 ottobre 1989).    

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