Bagno di sangue in Etiopia, 600 morti in una notte

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Ethiopians fleeing intense fighting in their homeland of Tigray, gather in the bordering Sudanese village 8, east of the town of Gadaref, on November 13, 2020. – Ethiopia’s Prime Minister Abiy Ahmed, winner of last year’s Nobel Peace Prize, ordered military operations in Tigray last week, shocking the international community which fears the start of a long and bloody civil war. (Photo by Ebrahim HAMID / AFP)

ROMA. – Seicento persone massacrate in una sola notte. In Etiopia il confronto militare tra il premier Abiy Ahmed e i dissidenti della regione del Tigrè rischia di trasformarsi in un bagno di sangue di vendette incrociate dove le vittime sono soprattutto civili.

La carneficina è avvenuta la notte del 9 novembre nella cittadina tigrina di Mai Kadra, ha denunciato oggi la Commissione etiopica dei diritti dell’uomo, organismo amministrativamente indipendente ma il cui direttore, Daniel Bekele, è stato nominato direttamente dal primo ministro.

Ed è opera, secondo un rapporto preliminare d’inchiesta, di una milizia informale di giovani tigrini e delle forze di sicurezza leali alle autorità del Fronte per la liberazione del Tigrè (Tplf). Le vittime non c’entrano nulla con il conflitto: sono contadini stagionali non tigrini.

Già Amnesty International aveva denunciato qualche giorno fa il massacro in base a foto e immagini dal satellite e il suo direttore per l’Africa orientale e meridionale, Deprose Muchena, aveva detto che le vittime “sembrano essere lavoratori non coinvolti in nessun modo con l’offensiva militare attualmente in corso”.

Un pessimo segnale per Abiy Ahmed, che ai primi di novembre ha lanciato un’offensiva per riportare all’ordine il governo regionale accusato di remare contro Addis Abeba. E che non è intenzionato a mollare, anche se il colpo di grazia ai tigrini dovesse alienargli quella simpatia internazionale che gli ha fruttato il Nobel per la pace 2019 grazie alla pace conclusa con l’Eritrea dopo decenni di conflitto.

Domenica sera il premier ha lanciato ai dirigenti tigrini un ultimatum di 72 ore per arrendersi. La risposta del leader del Tigrè, Debretsion Gebremichael, non ha lasciato spazio a mediazioni. “Siamo un popolo che ha i suoi principi e siamo pronti a morire”. E se è vero, come afferma l’International Crisis Group, che il Tplf dispone di 250 combattenti, c’è da giurare che venderà cara la pelle. L’esperienza militare, maturata nei lunghi anni di lotta contro il dittatore rosso Menghistu, non gli manca.

Intanto la questione etiopica è salita alla ribalta del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Prima confermata, poi annullata, poi di nuovo messa all’ordine del giorno, la riunione si è svolta a porte chiuse. Secondo quanto rivelato da fonti diplomatiche del Palazzo di Vetro, Francia, Gran Bretagna, Belgio, Germania ed Estonia vogliono “sollevare la questione” dei combattimenti in corso da settimane mentre Sud Africa, Niger, Tunisia e Saint Vincent e Grenadine avevano ritirato la loro richiesta perché gli inviati non si erano ancora recati in Etiopia.

L’Ocha, agenzia per gli Affari umanitari dell’Onu, si è difesa per bocca del suo portavoce, Saviano Abreu, sostenendo di non aver potuto mandare personale e chiedendo il ripristino della libertà di movimento per gli operatori umanitari. I rifornimenti per i soccorsi di emergenza nel Tigrè stanno finendo, ha denunciato l’Ocha. E sono arrivati a decine di migliaia i civili in fuga dalla guerra.

(di Eloisa Gallinaro/ANSA)

Fonte Link: voce.com

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