Antibiotico resistenza, quando gli antibiotici uccidono

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antibiotici

Enrico Moriconi

01 06 2016 – La scoperta, alcuni giorni fa, di un batterio negli Usa resistente a tutti gli antibiotici finora conosciuti riapre clamorosamente la questione dell’antibiotico resistenza, rilanciata dalla trasmissione televisiva Report. In parole semplici l’antibitioco resistenza significa che i batteri si adattano agli antibitici con cui vengono in contatto a dosi non in grado di ucciderli  e in seguito resistono alle concentrazioni che dovrebbero essere letali.  La trasfomazione può avvenire all’interno di un organismo vivente, umano o animale, ma anche nell’ambiente esterno, dove sono presenti i residui dei chemioterapici. L’antibiotico resistenza poi può essere trasmessa da un batterio ad un altro non solo nel momento della moltiplicazione dello stesso ma anche per scambio di pezzi di dna tra batteri diversi.

            I batteri più coinvolti nella trasformazione, come si trova sul sito dell’EFSA, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, sono Escherichia coli, Campylobacter, Salmonelle,  Listeria.

Queste le nozioni basilari, però di maggior interesse sono le considerazioni relative alla diffusione della resistenza. Partiamo da un dato: l’EFSA stima che in Europa ogni anno muoiano circa 25.000 persone per tale motivo, numero che sale a 90.000 negli USA, dove con la solita precisione asettica si calcolano in 2 milioni le persone colpite, per una spesa tra i 4 e 5 miliardi di dollari l’anno.

Le motivazioni ammesse universalmente sono un sotto dosaggio dell’antibiotico, come detto, e due sono le vie più accusate: un uso non corretto del farmaco da parte delle persone, magari senza il controllo medico, e l’assunzione indiretta e involontaria nonché indesiderata tramite gli alimenti. Spesso, invece, non si dice che proprio questa è la via più pericolosa e più frequente per l’instaurarsi della resistenza.

            Un dato di fatto è che  negli allevamenti intensivi finisce la maggior parte degli antibiotici prodotti, si parla di oltre il 50% in Europa e il 70% negli Usa; guarda caso la percentuale dei danni è proprio maggiore in America.  Europa e Usa cercano di dettare norme per diminuire il consumo di chemioterapici negli allevamenti, ma è una lotta quasi senza speranza per un motivo di base insuperabile: concentrare un alto numero di animali farebbe scatenere malattie che li decimerebebro se non si usano i farmaci; cioè il sistema attuale non può sopravvivere senza gli antibiotici e difatti gli allevamenti intensivi o senza terra sono nati proprio in seguito alla loro diffusione.

A ulteriore dimostrazione, e per contestare preventivamente chi vorebbe smontare questa tesi, si ricorda che negli allevamenti biologici non si possono utilizzare i chemioterapici e gli animali vivono senza ammalarsi perché le condizioni di vita sono leggermente migliori delle strutture intensive.

            Però il sistema è troppo redditizio per chi lo governa; le industrie produttrici delle sementi per i cereali, destinati per quasi la metà agli animali; per le stesse imprese che producono le molecole chimiche per coltivare, difendere dai parassiti, concimare chimicamente i terreni e infine per quasi le stesse industrie che producono i farmaci per gli animali; troppo redditizio per metterlo in dubbio e così ci si arrangia con mezze verità –  chiedendo maggiore attenzione nell’uso umano dei farmaci -, molte negazioni – sottacendo il ruolo degli allevamenti intensivi -, attese messianiche di nuovi antibiotici multipotenti, che saranno carissimi e metteranno in ginocchio i sistemi sanitari nazionali. Tra l’altro i nuovi antibiotici diventano ben presto inutili, poiché sono introdotti, nonostante i divieti, in zootecnia. Non è un falso allarme, ma quanto accade ogni volta che si produce un nuovo antibiotico che dovrebbe essere riservato agli esseri umani e invece si ritrova nel corpo degli animali. Così è accaduto per ciprofloxacina, macrolidi e cefalosporine di terza generazione, tutti molto importanti in medicina umana e ormai presenti negli allevamenti.

Infine una nota significativa, quando gli organi dell’informazione affrontano questi argomenti si affannano a riportare dichiarazioni di addetti ai lavori assolutamente tranquillizzanti sul fatto che in Italia le cose vanno meglio, che ci sono più controlli, ecc.; ebbene i dati ufficiali raccontano un’altra verità: il paese europeo che usa di più gli antibiotici negli allevamenti, e con pochi controlli, è proprio l’Italia…

Enrico Moriconi
Medico Veterinario Dirigente SSN Piemonte

maiali in allevamento
 

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