Gli impuniti di Haditha

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Per la procura militare Usa, due degli autori della strage di Haditha non devono essere processati. Anche se hanno massacrato 24 civili innocenti in Iraq

Christian Elia

(peacereporter.net) "I fatti del 19 novembre 2005 sono stati esaminati da cima a fondo dagli inquirenti. Un’inchiesta indipendente ha preso in considerazione tutti gli elementi, e ha concluso che le prove a disposizione non giustificano un ricorso alla corte marziale". Così parlò James Mattis, comandante di Camp Pendleton, la più grande base di marine al mondo, 130 chilometri a sud di Los Angeles, in California.

un'immagine del massacro di hadithaSentenza choc. I ‘fatti’ a cui fa riferimento Mattis sono le vite di 24  civili innocenti, massacrati da un’unità di marine Usa in Iraq, nella  cittadina di Haditha, nella provincia dell’al-Anbar.  Per quella strage due  dei sei imputati, il caporale Justin Sharratt e il  capitano Randy Stone,  non saranno processati. Il primo era accusato di aver ucciso tre  persone,  il secondo di non aver fatto il suo dovere punendo i colpevoli dell’eccidio.  La decisione è stata presa dopo aver analizzato il dossier curato dal  colonnello Paul Ware,  che in un rapporto di 18 pagine, reso pubblico il 12  luglio scorso, ha  sostenuto come nel caso del caporale Sharratt le ‘prove
scientifiche siano troppo deboli’. Un altro soldato, il sergente Sanick De la Cruz, era stato completamente scagionato dalle  accuse già lo scorso aprile. Dopo la decisione odierna restano sotto inchiesta solo due marine  per la morte dei civili ad Haditha, e altri per non aver fatto chiarezza  sulla strage.

il caporale justin sharratI fatti. E’ l’alba del 19 Novembre 2005. Il caporale Miguel Terrazas, marine  di vent’anni, resta ucciso dall’esplosione di un ordigno rudimentale  nascosto lungo il ciglio della strada che percorreva di pattuglia.
Altri due  commilitoni restano feriti. I suoi compagni sono furiosi: fermano un taxi e uccidono quattro studenti e l’autista. Dopo si dividono: entrano in quattro  case nelle vicinanze e uccidono sette membri della stessa famiglia, i  Waleed, nella prima (tra loro due donne e una bambina) e otto persone nella  seconda, quella della famiglia Younis (tra loro sei donne). Ma la voglia di  vendetta non è ancora appagata. Entrano in una terza e in una quarta casa,  che appartengono alla stessa famiglia, gli Ayed. Vengono uccisi quattro  uomini. A quel punto, rientrano alla base. Un gruppo di superiori viene a  sapere della strage, e decide di inviare una squadra sul posto per fare  pulizia e nascondere le prove dell’eccidio, tentando d’insabbiare la  vicenda.

il capitano randy stoneLiberi tutti? Poteva essere l’ennesima strage di civili nascosta agli occhi  indiscreti delle opinioni pubbliche occidentali, ma i marines non hanno  fatto i conti con la piccola Iman, 10 anni, sfuggita alla strage. La sua testimonianza, il 27 Maggio 2006, viene raccolta dall’inviato del quotidiano  britannico The Times e pubblicata. Il mese dopo, il quotidiano Usa New York  Times intervista un generale dei marines, che ammette come alcuni alti  ufficiali si fossero resi conto subito della gravità dei fatti, ma non  diedero luogo a nessuna inchiesta.  I cittadini statunitensi ed europei s’indignano. Il Pentagono recita il  tormentone delle ‘mele marce’, ma il bubbone è esploso ed è troppo tardi per  fermarlo. I militari saranno processati da una Corte Marziale Usa, per  quanto gli iracheni avrebbero tutto il diritto di processarli loro, e  rischiano la pena di morte. Ma i mesi passano, e le opinioni pubbliche si  distraggono. Randy, Sanik e Justin potranno tornare alla loro vita, alla  chetichella. E c’è il rischio che anche per gli altri accada la stessa cosa. Iman nella strage ha perso i nonni, i genitori, due zii e un cuginetto di  quattro anni. (11.8.2007)

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