Giulio Tremonti: «La Bce compra solo tempo, è ora di ripensare agli eurobond»

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Giulio Tremonti

Gianni Trovati

L’annuncio notturno arrivato da Francoforte sui 750 miliardi di nuovi acquisti da parte della Bce è stata «un’azione en subite. Più che di un ritrovato slancio europeo si è trattato, si dice, di paura per un rischio bancario parigino». Giulio Tremonti, che da ministro dell’Economia ha giocato da protagonista nel dibattito europeo sugli Eurobond e ha visto da vicino lo stringersi delle tenaglie internazionali sul debito italiano, oggi non partecipa all’esultanza per la mossa “salvifica” di Francoforte.

L’effetto sui mercati però è stato significativo, dopo un mercoledì da annoverare nella lista ormai lunga dei giorni “neri” per i titoli di Stato.
La giornata è ancora tutta da raccontare. Ma all’annuncio “epocale” della Bce ha corrisposto una reazione tutto sommato banale. Di positivo, ma non so quanto, si sta solo comprando tempo. La promessa d’acquisto di 750 miliardi significa per l’Italia qualcosa più di 100 miliardi. Peccato però che noi dobbiamo emettere quest’anno oltre 400 miliardi di titoli, più gli aumenti necessari a finanziare gli annunci. Non pensa che sulla parte scoperta ci possano massacrare comunque con lo spread?

L’annuncio ha acceso però una forte esultanza in certo mondo sovranista, sulla base dell’idea che così la questione del debito sia risolta. Che cosa ne pensa?
Credo che sia in realtà il tempo per risalire alle origini di tutto quel che è successo e che sta succedendo. In realtà si sta replicando la follia che è stata alla base della globalizzazione. All’origine un forsennato Free Trade al servizio del divino mercato, al posto di un più saggio Fair Trade fatto da regole per l’economia globale. Per inciso, ricordo l’iniziativa italiana al G20 per il Global Legal Standard, una bozza di trattato internazionale votata infine dall’assemblea dell’Ocse che tra l’altro, guarda caso, prevedeva regole contro i “rischi sociali e ambientali”. Le dice niente? Oggi raccogliamo i frutti avvelenati della vittoria del Financial Stability Board sul Global Legal Standard, con il decennio perduto dal 2009 a oggi in mano alla finanza. A proposito, si è poi vista in giro la promessa Stability?

Non troppa. Ma il Quantitative Easing “rinnovato” il 19 marzo ha di fatto salvato l’euro.
Ho detto decennio perduto. E, va detto, non per colpa dei governi. Perchè il Qe ha oppiato la politica , ma la colpa è di chi fuma l’oppio o di chi lo spaccia? Come minimo, di entrambi. Dal 2009 al 2020, passando per il 2012, nei palazzi della finanza abbiamo visto in azione Picasso. Come Picasso con la svolta cubista ha sintetizzato e superato le forme della natura, così nelle banche centrali e nei loro dintorni ha agito il Picasso dell’economia mettendo il surreale al posto del reale, il debito al posto del capitale, i liquidi al posto dei solidi, i vizi al posto delle virtù e i tassi a zero e sotto zero. Tutto questo è stato con una prima mai vista rotazione dell’asse del potere, dalla politica alle banche centrali e da queste al mercato monetario. Questo a sua volta oggi tanto grande da subire le leggi imposte dai robot e dagli algoritmi. Tutto questo ci ha portato in una trappola sequenziale, dove un’illimitata liquidità genera volatilità e la somma delle due genera una strutturale e generale sfiducia nella moneta. La moneta, nata come “segno sovrano”, prima è diventata sovrana di se stessa e oggi avvera la profezia scritta nella Montagna Incantata: l’anima dello Stato è il denaro ma solo fino a che non è raggiunta la completa demonizzazione della vita. [ndrLB: il valore nominale della moneta dalla sua nascita 3000 a. C. fino alla fine del Sacro Romano Impero è sempre stato un valore di proprietà del portatore e non ha mai indebitato nessuno. La svolta storica è avvenuta con l’avvento delle Banche Centrali degli Stati costituzionali  in quanto all’atto della emissione si increditano il valore nominale indebitando Stati e Popoli] 

Qual è allora la strada politica per tornare alla realtà?
Una via potrebbe essere quella degli Eurobond. Che ora sembrano avere molti tifosi ma non sono un’invenzione di oggi. L’idea era nel piano Delors del 94, poi nel programma della presidenza italiana dell’Unione nel 2003, respinto dalla commissione Prodi, e rientrano nel dibattito con l’articolo che ho firmato nel 2009 sul Financial Times insieme all’allora presidente dell’Eurogruppo Juncker. Un articolo che non era una presa di posizione estemporanea, ma rifletteva le discussioni che allora si svolgevano nelle lunghe e gotiche notti dell’Eurogruppo. Poi tutto crolla con la Grecia, e al posto degli Eurobond arriva la Trojka con Christine Lagarde e soci.

Ma gli Eurobond non sono decollati perché il muro del Nord Europa si è rivelato insuperabile.
Ma lei pensa che Juncker rappresentasse il Sud Europa? Era una discussione politica avanzata, che portavo avanti anche come presidente dei ministri delle Finanze del Ppe.

In un contesto come questo saremmo in tempo per rimediare o per gli Eurobond è troppo tardi?
Certo che saremmo in tempo, ma tutto ora come allora dipende dalla politica. Non bisogna costruire un meccanismo finanziario oscuro e illeggibile, come pure è stato pensato qualche anno fa, perché lo strumento deve essere capito dalla gente al bar e non solo nelle sale cambi. E sconsiglierei vivamente di chiamarli Corona Bond o Buoni di salute pubblica, perché già il nome farebbe scappare la gente.

Senza Eurobond, un aiuto da parte del Mes sarebbe un’alternativa?
Come racconta nel suo libro l’ex premier spagnolo Zapatero, quando la Lagarde propose l’intervento esterno a sostegno dell’Italia le risposi «Christine, conosco modi migliori per suicidarmi». No, il Mes comporterebbe di fatto una riduzione di sovranità, più o meno dolce e più o meno lunga, perché basato su programmi che hanno come presupposto un governo stabile, forme di condizionalità e una durata medio-lunga. In Spagna fu all’acqua di rose, ma allora la Spagna aveva un debito al 60% del Pil. Non è la nostra situazione. L’idea del Mes incontra più favore a Roma che a Bruxelles perché crescenti ambienti tecnici e politici lo vedono come una salvezza: per se stessi, non per le finanze del Paese. Roba così piuttosto che aiutare finirebbe per mettere il Nord contro il Sud.

Gli eurobond sono un’ipotesi di soluzione, ma qual è lo scenario complessivo che si apre per l’Europa?
Stiamo entrando in terra incognita. Una terra popolata da maginottisti ortodossi, generali che credono ancora nella trincea e ignorano la forza del motore a scoppio, affiancati da sciamani e guaritori. Gente che pensa che la soluzione alla crisi della moneta sia creare ancora più moneta. Tutto ciò non tiene conto del rischio fondamentale, il rischio, mica tanto rischio, che si vada verso un mondo diverso, in cui si segmenta ancora di più la struttura dell’economia mondiale, con svalutazioni (come ha già fatto la Cina), guerre dei dazi e così via. E in più il rischio che si segmentino al loro interno anche le nostre società: finché non sarà scoperto il vaccino, vita a distanza, effetti economici della crisi sanitaria, malattie, depressione, conflitti sociali, attività criminali.

Quadro senza speranza, allora?
È nel profondo delle crisi che si immagina il futuro. Così è stato nel 1941 a Ventotene e nel 1943 ad Algeri, nella decisiva conferenza interalleata sul futuro dell’Europa. E così, in Italia e per l’Italia, è stato Camaldoli. E visto che siamo partiti dalla Francia, possiamo chiudere con la Francia. Con Proust, nel Tempo ritrovato: «Datemi una buona politica, e vi darò una buona finanza». 22 Marzo 2020

Per approfondire:
● Conte: la Ue usi i 500 miliardi del Mes, prestiti a tutti i governi
● Coronavirus, perché ora gli eurobond potrebbero tornare in campo
● Come sarà la ripresa economica dopo il coronavirus? E ci sarà?

Fonte Link: ilsole24ore.com

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