Lo Stato imprenditore e l’eredità dell’Iri

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Il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli ha dichiarato che “se serve, sì”, bisogna tornare all’Istituto per la Ricostruzione Industriale per difendere la produzione nazionale. L’invocazione non potrà certo materializzarsi nella resurrezione dello storico ente, ma i presupposti che ne motivarono l’istituzione sono tornati ad affliggere l’economia italiana

Sul finire della seconda guerra mondiale Donato Menichella, futuro Governatore della Banca d’Italia, spiegò al comando alleato cosa fosse l’Iri e perché dovesse essere mantenuto. Sosteneva che i “gruppi capitalistici” avrebbero potuto rilevarne il patrimonio solo se si fossero reimpossessati delle banche, autofinanziandosi tramite esse. Oggi al posto delle banche abbiamo uno Stato sussidiatore, spesso a fronte di nessuna condizione imposta ai gestori delle attività produttive. I casi al centro del dibattito – Ilva, Alitalia, Autostrade e anche Tim – riguardano aziende tutte partorite, cresciute e oggi orfane dell’Iri. Ipotizziamo cosa potrebbe fare un nuovo Stato imprenditore che incarnasse lo spirito del vecchio Iri.

Per Ilva e Alitalia, la formula della joint-venture pubblico-privata con un attore industriale esterno sarebbe allettante. Alcuni dei casi di maggior successo dell’Iri nacquero così: dall’iniziativa con Pirelli negli anni 30 per la gomma sintetica (a cui lavorò il futuro Premio Nobel Giulio Natta), alla produzione di fibre ottiche nello stabilimento di Battipaglia sul finire degli anni 70, ancora oggi il più importante di Prysmian in Europa. E poi gli accordi con Fiat per la produzione di aerei (con Aeritalia, oggi evoluta in Leonardo) e dei grandi motori per navi in uno stabilimento triestino che è il fiore all’occhiello del gruppo finlandese Wärtsilä, leader assoluto nel settore. Infine le iniziative con attori esteri: STMicroelectronics, secondo gruppo europeo nei semiconduttori, nacque dalla fusione di SGS con la francese Thomson nel 1987. Un moderno Stato imprenditore dovrebbe guardare verso la Cina, per condividere mercati e competenze tecnico-manageriali, come nei casi di Ansaldo Energia con Shanghai Electric e di Cdp Reti partecipata dal colosso State Grid Corporation of China. In cambio dell’accesso alla produzione siderurgica europea (dominata per un terzo da ArcelorMittal e Thyssenkrupp), alleanze con i colossi di Stato cinesi come Baowu o HBIS fornirebbero all’Italia il partner industriale, smezzando i costi d’investimento. Qualcosa di simile si potrebbe realizzare con Air China, riorientando le tratte di Alitalia sul lungo raggio, verso un mercato asiatico assai dinamico. Il caso Autostrade è diverso, ma se fosse in consapevoli mani pubbliche, anche al netto di maggiori investimenti, le sue cospicue rendite di esercizio potrebbero fungere da cassa per finanziare altre iniziative. L’Iri infatti gestiva anche monopoli ma reinvestendo gli extraprofitti in altre attività. Per esempio in Tim, dove un maggiore controllo pubblico potrebbe almeno scongiurare inutili doppioni nelle infrastrutture digitali, come l’operazione Open Fiber.

Il dibattito è su chi possa svolgere il ruolo di Stato imprenditore. Oltre a volontà e risorse, occorrono una struttura e competenze industriali, di cui l’Iri era dotato e di cui la chiacchierata Cdp ancora non dispone. Ciò non significa che l’industria italiana non debba prioritariamente dotarsi di dinamiche tecnostrutture pubbliche, sufficientemente autonome dai quotidiani sussulti politici, che attribuiscano missioni di lungo termine alle imprese pubbliche. Un’idea alla quale stiamo lavorando col Forum Disuguaglianze Diversità di Fabrizio Barca.

La dipendenza dal cammino è un fattore caratterizzante le economie moderne. Se sembra ragionevole partire da Cdp, poiché già holding di partecipazioni statali, da un lato è giusto che lo Statuto la preservi dall’ingresso in croniche e irrisolvibili situazioni di perdita, senza le garanzie offerte dalla collaborazione con affidabili controparti industriali. Allo tempo stesso però, Cdp non dovrebbe essere l’oro alla patria da cui il ministero dell’Economia succhia corposi utili per rimpinguare il bilancio dello Stato, come accaduto quest’anno. Lo Stato azionista non ha senso di esistere se non fa l’imprenditore, orientando investimenti per stimolare innovazione e guidare il cambiamento strutturale. Non si tratta di entrare nelle singole decisioni aziendali, ma di operare grosse scelte strategiche e fornire indirizzi generali, non soltanto a beneficio della singola impresa ma anche del sistema produttivo nel complesso.

Platone voleva un governo guidato da filosofi competenti e visionari. Ricordando come arrivarono i successi dell’Iri, il ritorno dello Stato imprenditore dovrà essere altrettanto platonico. 30 NOVEMBRE 2019
 
Mariana Mazzucato è autrice de “Lo Stato innovatore” (Laterza editore). Simone Gasperin è dottorando all’Ucl Institute for Innovation and Public Purpose

Fonte Link: repubblica.it

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