Così il tribunale di Bologna mandò al rogo Ultimo tango

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Le carte processuali sulla censura più famosa della storia del cinema riappaiono dove tutto iniziò

È la mattina del 16 dicembre 1972, Aldo Vitali, 32 anni, di Galliera, scrive indignato alla procura di Bologna. Denuncia di aver assistito al Kursaal di Porretta alla proiezione di Ultimo tango a Parigi.

E lamenta: “Singole scene e sequenze del film, vietato ai minori di 18 anni, hanno offeso la mia sensibilità e le mie aspirazioni di cittadino”.

È l’atto primo di una vicenda che durerà quindici anni, tre lustri in cui il film scandalo di Bernardo Bertolucci, capolavoro dell’erotismo con Marlon Brando e Maria Schneider, sarà perseguito penalmente fino alla messa all’indice. Tutto qui, al tribunale di Bologna.

La storia è nota, ora però si può ripercorrerla nelle duemila carte processuali, che dal mese prossimo, per la prima volta, saranno consultabili nella sede cittadina dell’archivio di Stato.

Toccando con mano le imputazioni a carico di attori e registi, le lettere pervenute contro e (meno) a favore, le foto con la scritta Porci sui cinema che lo proiettavano. Se n’è occupata Francesca Delneri, giovane archivista, che ne darà conto, con la collega Rita Capitani, responsabile del restauro, il 13 ottobre in piazza dei Celestini, nell’ambito della Domenica di carta.
“Quando Ultimo tango si proietta alla Mostra del cinema libero a Porretta – anticipa -, il 15 dicembre del ’72, è già passato a New York e a Parigi, e ha il visto censura col divieto ai minori di 18 anni. È in seguito a lettere e proteste che il pm romano Nicolò Amato ne chiede il sequestro”.

Competente è però il foro di Bologna, che il 2 febbraio del ’73 assolve per direttissima gli imputati: Bernardo Bertolucci, il produttore Aurelio Grimaldi, il distributore Ubaldo Matteucci, Marlon Brando e Maria Schneider (“contumaci”).

“A rileggere la sentenza di primo grado – continua l’archivista – dei giudici Abis, Poli e Cocco, pare un saggio di critica, con riferimenti a Cèline, Bataille, Hemingway, Dante e Freud, a ribadire l’assoluta indipendenza dell’arte dall’atto morale”.

Sesso, censura & libertà: Bertolucci racconta la verità su Ultimo tango

Un magistrale distillato di diritto che darebbe ragione a chi all’epoca pensò che Bertolucci non scelse a caso Porretta per la prima, confidando di avere nel tribunale bolognese una sponda amica. In realtà, all’avvio favorevole, seguirono giudizi più che ostili.

L’appello ribalta la sentenza, a tutela “dell’uomo medio che non ha letto De Sade, Bataille, Cèline o Hemingway né è tenuto a farlo”.

Né andrà meglio in Cassazione, dove l’opera viene definita “un cospicuo saggio di pornografia utilizzata con sorniona abilità al servizio di una narrazione astutamente infarcita di intellettualismo, esistenzialismo, psicanalisi”, ravvisando quasi i principi della frode.

Ma a dire forse le ragioni del vero accanimento contro l’unico film perseguito penalmente in anni di larga circolazione di titoli realmente pornografici, è ancora la Suprema corte: “Jeanne è una ragazza spregiudicata del nostro tempo, disincantata, indifferente o contestatrice verso gli istituti e verso taluni valori etici della società che la esprime, propensa verso ogni forma di edonismo, sessualmente disponibile, apparentemente aliena ad ogni convenzionalismo”.

È l’ultima sentenza, quella del 29 gennaio 1976, che porta alla distruzione delle copie, e agli imputati la privazione per 5 anni dei diritti civili. Bertolucci scrive invano al presidente della Repubblica Leone.

L’unica concessione sono tre copie in custodia alla Cineteca nazionale, il corpo del reato. Saranno quelle che nell’87, a opera riabilitata, consentiranno di vederla. Oggi è il secondo film più visto d’ogni tempo in Italia. Con buona pace dei moralisti di sempre. (Emanuela Giampaoli)
26 settembre 2019

Fonte Link: parma.repubblica.it

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