L’annullamento delle nomine ministeriali da parte del Tar

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Nicola Colabianchi

“Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?” – 
Dante, Purgatorio, XVI

Che figura il signor Ministro! Ha detto «non ho parole, ed è meglio» ma le parole non restano a noi, di fronte a situazioni così imbarazzanti …  (ed è meglio!). Ci riferiamo al recente episodio della sentenza del Tar del Lazio che ha annullato le nomine ministeriali ai vertici di alcuni musei con successivo ricorso al Consiglio di Stato da parte del Ministero stesso ed immediato tentativo di modifica della legge che ha determinato l’annullamento delle nomine.

Come si ricorderà, circa due anni orsono, con l’incarico conferito ad alcuni direttori ‘stranieri’ quali vertici di importanti istituzioni museali, il ministro Dario Franceschini aveva suscitato un qualche dibattito sull’opportunità di tali nomine: le aveva giustificate come basate unicamente sul merito e sul ‘curriculum’ dei nominati, che per le loro acclarate e riconosciute qualità professionali, e non per il passaporto, avrebbero portato una ventata d’aria nuova, necessaria per rinnovare la stantia aria circolante nei musei italiani (l’odore di internazionalità piace molto ai salotti del potere: dà sapore di ‘uso di mondo’, riduce il dissenso facendo sentire provinciali e disinformati gli avversari che non conoscono i nomi proposti, permette di nominare degli stranieri a volte sconosciuti o dal curriculum insignificante, consente di fare favori ai piani alti delle fratellanze). Contestualmente erano state varate alcune misure di ‘liberalizzazione’ delle attività di tali istituzioni che avrebbero dovuto consentire una più razionale gestione tale da portare addirittura alla realizzazione di utili.

Qualche settimana fa, però, una sentenza del Tar del Lazio ha annullato le nomine effettuate dal Ministro in quanto contrastanti con l’articolo 38 del decreto legge 165 del 2001 che recita: «I cittadini degli Stati membri dell’Unione europea possono accedere ai posti di lavoro presso le amministrazioni pubbliche che non implicano esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri ovvero non attengono alla tutela dell’ interesse nazionale» . Curioso che tale norma sia stata approvata quando sottosegretario alla Presidenza, con delega alle riforme era proprio l’attuale ministro Franceschini: si potrebbe dire che aveva scritto una bella legge, peccato che poi non l’avesse letta…

I giudici, però, non hanno rilevato solo questo contrasto con una legge dello Stato, ma hanno parlato di illegittimità della prova orale, che si sarebbe svolta a porte chiuse (in alcuni casi via Skype), nonché dell’utilizzazione di ‘criteri magmatici’ per la valutazione dei partecipanti alla selezione.

Naturalmente le critiche ai giudici si sono sprecate, con addirittura messaggio al veleno su Facebook dell’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi («Non abbiamo sbagliato perché abbiamo provato a cambiare i musei: abbiamo sbagliato perché non abbiamo provato a cambiare i Tar»), e con le numerose dichiarazioni dei compagni di partito del Ministro.  Pronto anche il soccorso di tutti i giornalisti, critici, commentatori, tecnici e vari esperti “di corte“, pronti a giustificare la pessima figura di Franceschini e del suo staff, ed a magnificare i risultati ottenuti con  la legge (a detta di altri, però, i risultati ottenuti non si sarebbero dimostrati così stratosferici, a fronte di un uso spregiudicato degli spazi e delle opere che non sempre si è dimostrato “istituzionale”).

Prontamente, poi, è stata proposta la modifica di quel famigerato articolo 38: in Italia le leggi si fanno o si disfano secondo la convenienza e l’interesse del momento (così come, ad esempio, abbiamo visto verificarsi per le numerose leggi elettorali varate nelle successive legislature).

Comunque, senza riaprire la polemica sull’argomento, gli strumenti per evitare certi incidenti di percorso c’erano: dal cambiamento della norma, all’utilizzo di una maggiore trasparenza nella valutazione dei candidati, cosa che avrebbe, quantomeno, evitato l’onta e l’ombra dell’utilizzazione di “criteri magmatici” (i candidati poi prescelti avrebbero comunque trionfato per le loro fulgide qualità internazionali, o no?) che è argomento veramente imbarazzante.

Questa vicenda, in conclusione, ci consente di tornare sull’inopportunità di nominare in ruoli apicali di istituzioni culturali italiane personalità con passaporto straniero seppure europeo. Ma ecco levarsi la solita voce che dice che se uno è bravo non interessa quale sia la sua nazionalità: se ciò è vero per qualche caso, è poi falso per diversi altri motivi (attenzione, perché l’Italia è piena di “bravi a prescindere”).

Intanto nei musei, con la nuova legge, si sono messi in atto criteri di managerialità che consentono di avere spazi di manovra nuovi rispetto alle tradizioni gestionali italiane, e che hanno trovato anche molti interpreti italiani all’altezza (non tutti i direttori nominati erano stranieri): sarebbe stato, dunque, possibile individuare, magari con i soliti “criteri magmatici”, anche altri cittadini italiani.

C’è, poi l’aspetto riguardante l’identità culturale italiana, la sua tutela e la sua valorizzazione, che a cittadini stranieri potrebbe non interessare: nell’ambito di un museo, ad esempio, privilegiare le opere di un autore, magari straniero, rispetto ad un altro, magari italiano, di valore analogo, potrebbe essere una scelta istintiva ma inopportuna (la stessa cosa avviene nella gran parte delle istituzioni musicali italiane, dove le programmazioni spesso trascurano completamente gli artisti e gli autori italiani). In sostanza “l’interesse nazionale” di cui parla la legge sopracitata non è poi tanto peregrino, ed in fondo (ma non troppo) sono gli Italiani a pagare le tasse per veder funzionare le loro istituzioni culturali.

Consideriamo, poi, il criterio di reciprocità: sinceramente non è che alla testa di istituzioni museali (o musicali) francesi o inglesi sia pieno di stranieri (Franceschini ha citato la National Gallery di Londra come istituzione guidata da un italiano, ma ha omesso di dire che è cittadino britannico…).

Infine, se si parlasse di campioni dell’arte sarebbe più facile accettare  il criterio della notorietà su quello della cittadinanza (ed anche lì ci sarebbe qualcosa da dire…), ma voler imporre figure manageriali provenienti dall’estero a dirigere musei, come se fossero degli artisti insostituibili, è una forzatura.

Purtroppo abbiamo visto troppe volte trasformare l’Italia in terra di conquista per gli amici internazionali dei politici di turno. Oggi mettere delle limitazioni nazionali è considerato totalmente fuori moda, politicamente scorretto, populistico, perciò se la pensate così attenti a manifestarvi: il provincialismo degli internazionalisti (perché di provincialismo si tratta, nel migliore dei casi) è sempre in agguato!

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