Notte Dentro di Léonora Miano

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Francesca Avanzini

Chi ama la lettura conosce il fenomeno: si comprano sempre più libri di quanti se ne riescano a leggere, che poi si accumulano sul comodino o da qualche parte in libreria. L’estate e il Covid hanno contribuito a far calare le scorte, e tra i libri accantonati capita a volte di trovare dei gioielli. È il caso di “Notte dentro”, pluripremiato romanzo d’esordio della camerunense residente a Parigi Léonora Miano, autrice di una quindicina di romanzi di cui solo tre tradotti in italiano, ultimo “La stagione dell’ombra” uscito nel 2019 per Feltrinelli.

“Notte dentro” è pubblicato in Italia da Epoché nel 2007, e il motivo per cui viene recensito qui, a parte il fatto che i buoni libri non scadono, è che dà inizio a tematiche mai più abbandonate dall’autrice e allo sforzo di tradurre l’Africa a chi africano non è. Lo si legge e, nonostante il titolo, si è illuminati, improvvisamente si  accende una lampadina, si capiscono tanti aspetti prima  incomprensibili o sfuggenti: il perché di capi farneticanti e sanguinari,  dei bambini-soldato, di crimini efferati come ad esempio quelli compiuti durante la guerra tra Hutu e Tutsi. C’è ancora un cuore di tenebra nell’Africa: sta nella rassegnazione di genti che hanno visto di tutto senza poter mai reagire, private persino della solidarietà tra esseri umani perché l’imperativo è una cieca sopravvivenza; sta nell’ignoranza di una larga fetta della popolazione, che vive in villaggi a pochi chilometri dalla città, percorrendo i quali si compie anche un percorso a ritroso nel tempo, fino ai primordi dell’umanità. Dopodiché si guardano con occhi diversi gli immigrati, quelli che chiedono l’elemosina davanti al supermarket o ci aiutano nei lavori domestici, sapendo da che realtà forse provengono.

Ayané è stata allevata in uno di questi villaggi, ma da genitori illuminati, anticonformisti e con tendenze artistiche. Mai totalmente accettata dal clan, considerata strega, diversa, va a scuola e fugge poi in Francia per completare l’università, sottraendosi a un destino di sottomissione. Tornata per assistere la madre morente, si sente lacerata tra due identità troppo lontane e inconciliabili. Lei capisce quelle donne, il cui orizzonte è stato talmente ristretto da comprendere solo i riti, i ritmi e le attività immutabili del villaggio: cavare qualche igname, prendersi cura dei figli e delle faccende domestiche, danzare la danza dei morti ai funerali. Donne espropriate di ogni cosa persino -soprattutto- dei sogni. A loro non si richiede, come un tempo alle nostre, purezza o fedeltà, poco importano,  perché la sottomissione ha già avuto luogo prima, quando si è sradicata e tumulata ogni loro speranza. Queste donne si portano dentro un cadavere, un cuore nero. Eppure su di loro si regge l’Africa, sono loro a cui ancora rimane un barlume di coscienza per opporsi ai soprusi, anche a costo della vita.

Ayané vede e non vede un crimine orribile che viene consumato al villaggio, e se prima di esso l’unico suo desiderio era tornare a Parigi e completare la tesi, ora si sente di riassumere la sua identità africana, riconciliarsi con essa. A che fine, con che prospettive, ancora non è chiaro, ma il passo è fatto, il segno lasciato dal delitto è impresso e non potrà più essere cancellato.

Francesca Avanzini

Notte dentro, Epoché, pp.190, € 13,50

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