IL TEATRO E’ MORTO? VIVA IL TEATRO!

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Alcuni stralci dell’intervento di Walter Le Moli, Direttore del Teatro Stabile di Parma, durante la Convention del Teatro Europeo tenutasi a Parma il 21-22 settembre ’96.

Il Teatro può essere espressione della "cultura globale" ?

Walter Le Moli

Le MoliParmaonline"La voglia di cambiamento parte dapprima, non trova gli sbocchi, non ha trovato la possibilità di svilupparsi e quindi alla fine si sta lentamente richiudendo su se stessa. Non ci sono possibilità di uscire da questo se non se ne esce con un progetto politico e culturale in tutto il Paese. E da questi appunti che scorrevo, le soluzioni vengono prospettate da ognuno in maniera completamente diversa, con un solo unico rischio, che ognuno vede le possibilità del cambiamento attraverso il proprio osservatorio, ma non pensate alla vostra singola associazione, categoria, o insieme alle strutture unicamente attraverso la vostra esperienza. Va bene, Monten ci ha abituato a pensare che si può scrivere e parlare, discutere, solo delle cose che si conoscono veramente bene, ha passato una vita a dimostrare cose del genere, ma nella pratica noi ci troviamo davanti alla cosa più interessante per la gente che opera nel campo della cultura, oggi la prosa non ha una legge e la possibilità di parlare di un rapporto con lo Stato, cittadini e teatro che radichi finalmente il teatro sui territori di questo Paese.

La grande esperienza che abbiamo avuto del Teatro pubblico alla fine della guerra ha gettato un seme che ci ha permesso di costruire un’idea di teatro agganciata all’Europa; Max Reinhardt ha già fatto questi discorsi molti, molti anni fa, e noi ci troviamo con quarant’anni di ritardo, ci sono i problemi politici, i problemi della guerra, c’è stato di tutto in mezzo. Ora, questo seme che fu lanciato da Strehler e Grassi, si è diffuso sul territorio ma ci sono stati anche gli interventi degli Enti Locali, dei Comuni, dei Teatri Stabili Pubblici, sono nati gli Stabili Privati, i Teatri Stabili per ragazzi, i Teatri Stabili di Ricerca, ma, contemporaneamente, si è rafforzato anche un mondo della distribuzione e delle compagnie. […]
Potete immaginare oggi in cui il turismo sta cercando nuove qualificazioni, sta cercando specificità, sta cercando, per una Nazione come l’Italia, una maggiore selezione del turismo portandolo in altri settori, certo non facciamo l’esempio di Salisburgo, di Edimburgo e di Avignone, non sono questi i problemi, certamente le nostre città hanno strutture di questo genere, hanno teatri che spesso sono completamente abbandonati o se sono stati ristrutturati non riescono ad avere una produzione presente. Molte speranze si sono accese quando l’onorevole Veltroni sollevò il problema della cultura come risorsa economica di questo Paese, ma molte speranze non solo nella gente di teatro ma in tutto il mondo dei beni culturali e in tutto quello dei beni ambientali, e in tutto quello che significa questo in un paese come l’Italia, dove il teatro, la musica, il cinema, non possono restare fuori da questo gioco e sicuramente noi arriviamo all’appuntamento con una gran voglia di trovare un raccordo in questa vita economica che può avere il Paese, senza più sentire questa canzone del teatro che è un costo, la prima cosa che si taglia è il teatro, ma questo penso non solo a livello di Stato, a livello delle Regioni, a livello dei Comuni. Io penso che a questo punto il teatro ha dimostrato tutt’altro tipo di iniziativa. E veniamo ad una questione fondamentale: noi ci troviamo davanti all’unico appuntamento che negli ultimi dieci anni abbiamo atteso: la creazione di una legge. E’ rimasto l’unico settore senza una legge nel ramo delle arti dal vivo, è l’unico settore che non ha un punto di riferimento, non ha un meccanismo di formazione riconosciuto, non ha la possibilità di muovere i nuovi accessi e le nuove professionalità, non dico come il sistema francese o tedesco, ma cercando di raccordarsi almeno a questo tipo di struttura. Ha, però, contemporaneamente produzione e una grande vivacità e questo è un discorso sempre rivolto ai nostri colleghi. Non guardiamo i risultati di un teatro unicamente in una stagione, proiettiamoli in un arco di dieci stagioni, è su dieci stagioni che si possono vedere i risultati, voi dovete pensare in dieci anni che cosa il teatro ha prodotto perché il teatro è fatto così, non si può anno per anno, non è un raccolto di campo, non è questo. In dieci anni il teatro ha fornito registi al cinema, registi alla lirica, scenografi, musicisti, ha messo in circuito, quasi fosse un grande laboratorio di ricerca, a molte arti vicine, una quantità di persone che da qui non è stata ripagata per niente in termini di ricreazione di un fondo per permettere questo; e non tocco la televisione perché metà della televisione è fatta da persone che escono dai teatri. Allora, pensare che il teatro non produca niente credo che sia un gioco del masochismo, noi oggi abbiamo invece davanti la necessità di una trasformazione e abbiamo anche un terreno con dei soggetti: il panorama non è sgombro, ci sono teatri stabili, ci sono compagnie, circuiti, tutto quello che prendendo la circolare prosa noi potremmo leggere e di cui ormai non capiamo più niente perché abbiamo bisogno di una grande semplificazione di questo, di arrivare a cose più lineari. Semplificazione non significa eliminare le differenze, significa creare degli ambiti più larghi, delle sponde più larghe: dobbiamo creare a partire dai diritti del cittadino. In questa ipotesi di una legge noi dobbiamo partire dai diritti del cittadino ad avere una scuola, l’università, il teatro, come una serie di cose che fanno parte del patto sociale e della Costituzione di questo Paese. […]
E poi entriamo nel meccanismo e nelle strutture, dividere chi vuole svolgere un’attività per impresa puro profitto, c’è qualcosa di vergognoso in questo? No, chi vuole farlo per profitto e chi non vuole farlo per profitto, questi sono tutti figli di un’idea di teatro completamente diversa: io ricordo quando anche nella lirica c’erano gli impresari privati, piano piano sono stati eliminati tutti, non è buono; si sono spostati sulle grandi operazioni, quelle planetarie, quelle cablate, quelle mondiali, ma non abbiamo più un impresariato nella lirica. Sarà sbagliato, sarà giusto, però, io vi dico che è una perdita quando la gente preferisce rischiare i propri soldi nel gioco della borsa o nel cambio delle monete e non nel teatro. E’ sbagliato, abbiamo perso qualcosa, e a questi bisogna dare degli aiuti, degli incentivi, diciamo detassare, defiscalizzare, creare delle possibilità, un grande musical come il Fantasma del Palcoscenico non è immaginabile da nessuno qui. […]
Noi dobbiamo riuscire a portare tutti al blocco di partenza, poi i meriti e le capacità, le qualità, perché stiamo parlando del no-profit, decideranno chi può correre e chi no. A priori non possiamo fare nessuna selezione, però questo riguarda l’esistente, e cosa succede dopo, beh, se non c’è dalla scuola dell’obbligo una preparazione al teatro, i teatri o le compagnie non possono spiegare alla gente cos’è il teatro, non possono promuovere il pubblico partendo da zero, noi abbiamo bisogno di un sistema scolastico che inglobi il teatro all’interno di quello che si studia e delle conoscenze. E poi abbiamo bisogno dei sistemi formativi per le persone che vogliono fare teatro e Accademia e siano all’altezza del sistema europeo. E non basta una perché l’Italia è lunga, e non basta una a Roma, e abbiamo bisogno di creare questi quadri che sostituiranno noi, allora io non parlo di quanti stabili, perché sto parlando agli addetti ai lavori, e ci capiamo, io parlo di un sistema della stabilità diffusa in questo paese. Forte o leggero, ma che metta in moto un radicamento del teatro su tutto il territorio dello Stato. E’ utopico? Ci metteremo cent’anni? Benissimo. Ma abbiamo un obiettivo. Noi abbiamo bisogno di obiettivi utopici. Non di cose concretissime, perché, allora, forse non c’è bisogno solo di noi o di voi, c’è bisogno di altro. […]
Non bisogna sentire queste cose, che spesso noi che siamo masochisti in una maniera pazzesca, il teatro è morto, il teatro non fa teatro, il teatro è in crisi, ma dai tempi di Pericle, non c’è dubbio, ma questa è la sua vitalità, non è mai contento di quello che fa. E’ esattamente questo il motivo per cui continua ad essere fatto. E in questi momenti in cui i media sono forti, il teatro aumenta il pubblico. E’ un bel mistero questo. Ma non si risolve questo mistero. E’ il mistero del teatro. E’ una comunicazione semplice? E i mezzi di riproduzione artificiale sono più complessi? No, noi riusciamo con una camera a riprendere o un primo piano o un totale, l’occhio dello spettatore percepisce il totale e il primo piano contemporaneamente, quindi entriamo nella complessità che si svolge nel nostro cervello. […]
Voglio chiudere con una cosa: non abbiamo paura di nulla, tranne che della possibilità di esprimerci, e della possibilità di incontrare la gente qui, o si interromperebbe il teatro."

(Parma, 22/09/1996)

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