Il sequestro di Luigi Boschi.it e la legislazione italiana: storie di occasioni e delusioni

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Michele Guareschi

(laragionedellacritica.wordpress.com) Ieri, 28 dicembre, il Tribunale del Riesame ha accolto il ricorso che Francesco Giuseppe Coruzzi, avvocato del blogger Luigi Boschi, aveva presentato nei giorni scorsi contro il sequestro preventivo disposto dalla Procura di Parma e che, dal 12 dicembre, aveva oscurato il popolare sito locale Luigi Boschi.it. Il sito tornerà ad essere consultabile, quindi, nei prossimi giorni.

Per chi ha a cuore la libertà di espressione è certamente una buona notizia. Il problema che rimane sul campo e che interessa, qui, trattare, è un altro. Ovvero: come mai il Procuratore Gerardo Laguardia ha chiesto e ottenuto dal giudice Paolo Scippa, in seguito all’udienza del 29 novembre scorso, il sequestro del blog?

Per considerare questo, bisogna, innanzitutto, chiarire brevemente le circostanze nelle quali è maturato il caso Boschi. Nel 2008, in seguito alla burrascosa chiusura di un rapporto di collaborazione non retribuito con il sito ArcoirisTV.it – sul quale gestiva un video blog – Boschi ha parlato, sul proprio blog personale, dell’esule cileno, trapiantato a Modena, Rodrigo Vergara che, di Arcoiris – oltre che del sito di traduzioni Logos.it – è proprietario e fondatore. In uno di questi articoli, Boschi si scagliava duramente contro i presunti metodi autoritari di Vergara nei confronti dei dipendenti, avanzando anche dubbi sull’origine delle sue fortune economiche. Nonostante a questo ne siano seguiti altri sul medesimo argomento, è a quel primo articolo (dal titolo “Rodrigo Vergara alias Arcoiris TV e Logos, visto da vicino”) che si riferisce la querela che Vergara sporge contro Boschi nello stesso anno. Solo questo articolo, infatti, viene oscurato, un anno dopo – il primo giugno 2009 – dalla Polizia postale di Parma. Il giorno seguente la sopracitata udienza del 29 novembre 2012, Boschi provvede, non richiesto, ad eliminare dal blog anche gli altri articoli su Vergara e ne invia comunicazione, via fax, al giudice Scippa. Quest’ultimo, nel frattempo, si era preso cinque giorni di tempo per esaminare la richiesta di sequestro avanzata, come detto, dal Procuratore. La richiesta viene accolta, il 3 dicembre viene emessa l’ordinanza e, il 12, il blog viene oscurato.

Torniamo, ora, alla domanda iniziale, e precisiamola ulteriormente: come mai continua ad essere chiesto il sequestro preventivo per un sito quando ci sono esempi che dovrebbero far riflettere al riguardo?

Cito uno dei casi più recenti, e più famosi. Il 9 marzo scorso, è stato annullato il sequestro preventivo del sito Vajont.info del bellunese Tiziano Dal Farra, dopo che in gennaio un pm di Belluno aveva emesso l’ordinanza e inviato, via fax, a 26 provider (o «fornitori di servizi internet operanti sul territorio italiano», come è scritto nella stessa ordinanza) il seguente messaggio: «Si trasmette per l’esecuzione l’unito provvedimento di sequestro preventivo del sito internet www.vajont.info dei relativi alias e nomi di dominio presenti e futuri, rinvianti al medesimo sito all’indirizzo IP statico che al momento dell’esecuzione del sequestro risulta associato al predetto nome di dominio e ad ogni ulteriore indirizzo IP statico che sarà associato in futuro (interdizione alla risoluzione dell’indirizzo mediante dns) emesso in data 31/01/2012, dal Giudice delle indagini preliminari»[1].

In parole povere, veniva bloccato ogni accesso, diretto o indiretto, all’intero sito. Questo, a causa di una frase ritenuta diffamatoria nei confronti dell’onorevole del Pdl Maurizio Paniz (il più strenuo difensore della tesi secondo la quale Berlusconi credeva davvero che Ruby fosse la nipote di Mubarak, per intenderci), concittadino del blogger, e dell’onorevole Domenico Scilipoti (sì, proprio quello lì). La frase era questa: «E se la mafia è una montagna di merda… i Paniz e gli Scilipoti sono guide alpine». A marzo il Tribunale del Riesame ha accolto il ricorso di 200 provider di Confcommercio, che lamentavano il rischio di lesione dei diritti costituzionali in materia di libertà di espressione insiti nell’ordinanza. Ordinanza, che, infatti, il Riesame ha ritenuta eccessiva, stabilendo che il sequestro deve interessare solo «una o più frasi offensive – cito dal blog «Fulvio Sarzana.it» – e solo nel caso in cui le frasi non siano state nel frattempo cancellate» (cosa, invece, avvenuta sia nel caso friulano che in quello di Boschi).

Il caso Vajont ha fatto scuola, e viene citato da tutti gli esperti in materia. Uno dei massimi conoscitori del diritto applicato allo spinoso ambito dell’informazione, l’avvocato Caterina Malavenda, interrogato da noi, nei giorni scorsi, a proposito del caso Boschi, dopo avere ascoltato la narrazione della vicenda, ha commentato: «È assolutamente illegittima, questa pratica (di sequestro, nda), perché priva il sito della sua visibilità e non, come dice la Cassazione, interviene ad oscurare solamente quei passi e quegli incisi che, per qualche ragione, sono ritenuti diffamatori. In genere, l’oscuramento in via preventiva riguarda singoli articoli o, addirittura, singole frasi di articoli più ampi. Se questo succede mentre è in corso un processo vuol dire che le cautele in Italia sono finite, e la decisione di farlo durante il dibattimento, non avendolo fatto prima, deve essere motivata, perché è una misura che si dispone durante le indagini e poi si mantiene fino alla fine (del processo, nda). Quindi, se è stato disposto l’oscuramento nel 2008 e gli articoli non sono più visibili, non capisco perché abbiano sequestrato il sito in cui quegli articoli non ci sono più». Questo appare ancora più ovvio pensando a un blog di natura generalista come quello di Boschi, con numerose rubriche dedicate agli argomenti più vari: politica, arte, musica, poesia, ambiente ecc., molti dei quali non hanno niente a che vedere con il tema oggetto della querela. Eppure, nonostante l’apparente semplicità della questione posta, è l’intero argomento della legislazione italiana relativa alla stampa on-line ad essere affidata, per mancanza di normativa specifica, all’interpretazione del giudice. A confermarlo è Gerardo Bombonato, presidente dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia-Romagna: «Si tende ad applicare al web le leggi sulla stampa, ma anche sulla stampa ci sono ancora molti retaggi del regolamento fascista. Anche se la legge è del 1947, risente comunque del periodo del Ventennio. La nostra legislazione non si è mai adeguata alle nuove tecnologie. Dipende dalle sensibilità e dalle discrezionalità dei singoli magistrati i quali tendono, in assenza di una legislazione adeguata, a rifarsi alle leggi sulla stampa». Non sempre è così.

Quanto, però, la questione sia effettivamente affidata alla discrezionalità dei pm e dei tribunali, lo dimostra il dibattito animato dagli avvocati Carla Campanaro e Carlo Melzi d’Eril – il quale terrà, in gennaio, una lezione proprio sul tema della diffamazione via web alla Scuola di giornalismo “Walter Tobagi” di Milano – in alcuni articoli pubblicati sul sito Penale contemporaneo.it. I due legali analizzano una serie di sentenze esemplari – sia nel bene che nel male – nel tentativo di segnalare la migliore interpretazione delle leggi a beneficio di «chi non può esimersi dalla faticosa attività di decidere».

Non tratteremo, per brevità e al fine di non tediare il lettore, tutti gli aspetti di legge. Basterà, invece, citare qualche esempio, per capire quanto un’interpretazione sicura e univoca circa l’intervento della giustizia sull’informazione on-line sia, presumibilmente, lontana da venire. La sentenza dell’11 dicembre 2008 n. 10535 della Cassazione ha «ammesso il sequestro (cioè l’oscuramento) di espressioni lesive di una confessione religiosa, diffuse in un “forum”, escludendo l’applicabilità delle tutele costituzionali (art. 21 della Costituzione, nda) a newsletter, blog, newsgroup, mailing list, chat, messaggi istantanei» (Melzi d’Eril, 8 marzo 2011). Altrimenti, si precisa nella sentenza, verrebbe a crearsi «una sorta di zona tronca, che renderebbe immune dalla giurisdizione penale i siti elettronici» (Campanaro, 13 febbraio 2012). Il blog di Boschi, da questo punto di vista, rientra tra i non tutelati. L’anno prima, il Tribunale di Milano, (ord. 21.6.2012 n. 157) aveva già affrontato l’argomento, trattando un caso analogo. «In sede di riesame, il tribunale aveva confermato il provvedimento (di sequestro, nda) sostenendo che la disciplina di cui all’art. 21 comma 3 Cost. (che parla del sequestro della stampa, nda) avrebbe potuto essere estesa per analogia solo qualora il sito avesse avuto le caratteristiche dei periodici (ad esempio un direttore responsabile)» (Melzi d’Eril, 20 settembre 2012). Anche qui, il blog di Boschi non rientrerebbe nelle tutele; d’altra parte, a quanto ne sappiamo, nemmeno il già citato «Vajont.info». Anche nella sentenza del 10.1.2011 n. 7155, il Tribunale del Riesame conferma il sequestro disposto dal Gip perché il sito oggetto del provvedimento non possiede le indicazioni obbligatorie che la legge impone ai periodici. In questo caso, Melzi d’Eril sottolinea, però, che «la norma costituzionale limita la possibilità di sequestrare stampati e non periodici, dunque sarebbe stata la sussistenza delle indicazioni obbligatorie per i primi che il Tribunale avrebbe dovuto verificare» (Melzi d’Eril, 8 marzo 2011). La sentenza del 19.9.2011 n. 46504, invece, non tocca il caso di Boschi, perché, in quell’occasione, il Tribunale del Riesame di Torino ha confermato il sequestro preventivo ex art. 321 del Codice di procedura penale (il quale stabilisce che «quando vi è pericolo che la libera disponibilità di una cosa pertinente al reato possa aggravare o protrarre le conseguenze di esso ovvero agevolare la commissione di altri reati, a richiesta del pubblico ministero il giudice […] ne dispone il sequestro […]») in seguito alla reiterazione del reato di diffamazione (tramite la pubblicazione di altri articoli dopo il sequestro del primo). Il decreto del Gip di Milano del 24 maggio 2012, invece, offre a Melzi d’Eril lo spunto per avanzare un proposta concreta. In questo caso, il sequestro preventivo di un sito è stato disposto in quanto sussistenti sia il fumus del delitto di diffamazione, sia il rischio che il reato «venisse portato a ulteriori conseguenze con la sua permanenza in rete». Ma, soprattutto, conteneva articoli non firmati e il sito stesso sembrava «avere come propria “politica editoriale” quella di rendersi irreperibile per chiunque intenda chiedere ragione […] dei contenuti pubblicati» (Melzi d’Eril, 20 settembre 2012). E questo non è in alcun modo il caso di Boschi. Ecco, allora, la proposta di Melzi d’Eril: «che in tema di sequestro, la pagina web abbia le medesime garanzie della stampa, purché – esattamente come accade per la stampa, in un’interpretazione evolutiva dell’art. 2 legge n. 47 del 1948 – venga reso esplicito l’autore del messaggio (o almeno un soggetto diverso responsabile del sito) e il tempo di inserimento in rete».

Bombonato, durante la conversazione sul caso Boschi, aveva aggiunto: «Come giornalisti chiediamo la riforma da troppi anni, ma, evidentemente, i politici hanno altre beghe cui interessarsi piuttosto che i problemi della libertà di stampa». Speriamo che la frequenza con la quale situazioni come quella che ha interessato Boschi si presentano, si trasformi, almeno, in un’occasione offerta alla politica per convincersi della necessità di affrontare il problema (possibilmente per apportare un ordine che favorisca la libera circolazione di informazioni e non per reprimerla in un cappio); sarebbe davvero frustrante se ci dovessimo, ancora, ritrovare a citare – come fa proprio Melzi d’Eril parlando della sentenza del 10.1.2011 n. 7155 – Ambrose Bierce, secondo il quale «l’occasione altro non è se non una circostanza favorevole per afferrare una delusione».

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