L’INNO NAZIONALE ITALIANO

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Marcello Conati

A partire quanto meno dalla rivoluzione francese il termine inno è passato a indicare brani musicali profani i cui testi poetici trattano prevalentemente argomenti civili o patriottici. Dal punto di vista musicale presentano perlopiù aspetto monodico (cioè a una sola voce) e una struttura strofica atta a rendere la musica facilmente apprendibile, sì da rendersi ben presto popolare e quindi poter essere intonata da grandi masse.

Anche il concetto di inno nazionale e la sua funzione istituzionale risalgono a tempi relativamente recenti. L’origine va probabilmente ricercata nell’affermazione a metà del Settecento, dell’inno inglese God save the King, che, eseguito nel 1745 come canto patriottico, divenne subito popolare e abitualmente associato come loyal song a ogni manifestazione connessa con la monarchia. Il suo carattere solenne, quasi di corale, lo fece diventare per qualche tempo, su un testo diverso, inno ufficiale anche del regno di Danimarca, quindi del regno di Svezia, della Svizzera (fino al 1961), del Liechtenstein (dove vige tuttora come inno di stato). Divenne popolare perfino negli Stati Uniti dopo la proclamazione dell’indipendenza nella variante God save George Washington e dopo il 1832 nella versione My Country, ’tis of Thee. Il termine inno nazionale si affermò ancora in Inghilterra verso il 1825, e venne ben presto imitato da altri Stati con la funzione di rendere omaggio ai Capi di Stato stranieri o a visitatori di riguardo. In seguito l’impiego dell’inno nazionale si è esteso a cerimonie meno solenni e si è infine generalizzato a tutte quelle occasioni (come ad esempio nelle gare sportive internazionali) cui si vuole conferire carattere di ufficialità.

Le peculiarità dell’inno nazionale non sono definibili con assoluta precisione: per l’aspetto strettamente musicale si va dal tono solenne, austero, del loyal song inglese e dell’attuale inno tedesco, al carattere marziale della Marsigliese e al piglio battagliero del Canto degli Italiani (questo il titolo esatto del cosiddetto Inno di Mameli); si va dal ritmo pari della stragrande maggioranza degli inni ufficiali in uso, al rimo ternario dell’inno inglese, del greco, del finlandese, dello svizzero. I testi poetici, superfluo sottolinearlo, sono ispirati all’orgoglio nazionale e presentano sempre un carattere fieramente patriottico.

Gli inni ufficiali spesso cambiano con il cambiare dei regimi. In alcuni casi l’inno è provvisorio, come ad esempio, quello svizzero (nella versione italiana: Quando bionda aurora): approvato con referendum nel 1965 da soli 12 cantoni su 25, il giudizio, a quanto mi consta, è tuttora sospeso). Ed è tuttora provvisorio anche l’Inno di Mameli, venuto a sostituire nel 1946, dopo la proclamazione della repubblica, la Marcia reale d’ordinanza della monarchia sabauda (era stata commissionata da Carlo Felice nel 1831); nel frattempo fu bandito un concorso per la composizione dell’inno ufficiale: sembra sia tuttora aperto… Il testo poetico del Canto degli Italiani fu scritto da Goffredo Mameli nel novembre del 1847; ben presto musicato da Michele Novaro, acquisì subito vastissima popolarità, destinata a durare nel tempo. I versi sono quelli che sono; ma la musica, almeno nella prima sezione, ha un carattere energico, eminentemente adatto a un inno patriottico destinato a essere intonato dalle moltitudini e, ciò che più conta, a essere eseguito in cerimonie ufficiali.

Ora, a un ministro dell’attuale governo, Buttiglione, non par vero di poter fare quello che sa abitualmente fare, avanzare cioè proposte populistiche (démagogie d’abord è infatti il suo motto): s’è messo in capo di sostituire, come inno ufficiale di questa tribolata repubblica italiana, all’inno di Mameli il coro “Va, pensiero”. E infatti chi non ama Verdi? Figurarsi l’entusiasmo delle centinaia di migliaia di appassionati verdiani! Tanto più ora, nell’anno centenario della sua morte. Aggiungere una sciocchezza in più alle tante sciocchezze (e nefandezze) udite in teatri e in TV, e lette in libri e giornali nel corso di queste celebrazioni verdiane, non fa poi molta differenza. Resta il fatto che con la sua proposta Buttiglione conferma una vecchia regola: l’ignoranza musicale che contraddistingue i politici italiani (pur con qualche commendevole eccezione: ad es. Ciampi, Cofferati, forse Amato, forse la Melandri). Ma questo sarebbe il meno: con la sua proposta Buttiglione (che pure ambiva diventare ministro della P.I.) dimostra inoltre di non avere orecchio musicale perché non sa distinguere fra un vero e proprio inno e una romanza. Poiché, di fatto, “Va, pensiero” non è un inno. Non ne ha il carattere: non lo ha la musica, non lo ha il testo poetico. Si tratta invece di una splendida romanza per coro, che in Nabucco fa da introduzione alla Scena della Profezia. Una romanza di carattere elegiaco, che dev’essere cantata, come prescrive Verdi, quasi tutta sottovoce (salvo ovviamente l’“Arpa d’or”): come tale essa non si presta affatto a essere eseguita in cerimonie ufficiali, tanto più che nella seconda sezione (il citato “Arpa d’or“) non ha più struttura monodica bensì polivocale (i tedeschi e gli slavi non avrebbero difficoltà a cantare a più voci, ma gli italiani…). È pur vero che in “Va, pensiero” il concetto di patria è ben presente, anzi è il tema dominante del brano. Ma si tratta di “patria perduta” (concetto, peraltro, che con un Buttiglione al governo non sarebbe propriamente fuor di luogo…). E la musica è in perfetta sintonia con il testo: triste e accorata, inizia sottovoce e finisce sottovoce. Quindi del tutto inadatta a cerimonie ufficiali.

Se proprio un Verdi deve risuonare come inno ufficiale, ci sarebbe qualche pagina meglio appropriata: ad es.  il coro dell’Ernani “Si ridesti il leon di Castiglia”, magari mutato in “Si ridesti il leone d’Italia”…, coro che oltre tutto contiene il bellissimo verso “Siano tutti una sola famiglia” (che però non andrebbe a genio alla Lega…). Oppure si potrebbe incaricare un compositore italiano (ad. es. Berio o Corghi o Sciarrino), di collazionare parti di inni presenti in opere verdiane quali la Battaglia di Legnano, Un ballo in maschera, I Lombardi… E se proprio proprio si volesse cercare un’alternativa fuori della musica verdiana, perché non prendere in considerazione l’“Inno dei lavoratori”, ovviamente sostituendo al testo di Turati un testo nuovo?… Composto su decasillabi anapestici (esattamente come il “Va, pensiero” e “O Signore, dal tetto natìo”), presenta una struttura rigorosamente monodica, un ritmo scattante e un carattere maschio che ben si presta all’intonazione da parte delle masse e a essere eseguito in cerimonie ufficiali. Oltre tutto l’inno fu composto da un musicista di vaglia, Amintore Galli (il quale per la verità lo aveva composto per una società sportiva o per un circolo creativo; fu Turati a farselo proprio, contro la volontà del compositore, per rivestire il suo canto dei lavoratori). Ma figurarsi se di questi tempi si può mai prendere in considerazione una tale proposta! Apriti cielo! Sa troppo di sinistra. E non è abbastanza demagogica.

Comunque si tratta di proposte e di ipotesi che vengono qui avanzate a puro scopo provocatorio, poiché di fatto l’inno di Mameli è pressoché insostituibile. Insostituibile perché è un vero inno nel testo e nella musica, un inno civile, anzi laico (piaccia o non piaccia a Buttiglione), divenuto popolare già negli anni del Risorgimento (piaccia o non piaccia alla Lega). Suscitatore di speranze e di riscatto, è iscritto nella nostra storia nazionale, anzi, come ha detto recentemente Riccardo Muti, nel nostro DNA: «Immaginate i calciatori schierati, vestiti spiritualmente a lutto, che lentamente, gravemente e sottovoce cantano “Va, pensiero”. Poi l’arbitrio fischia l’avvio. E non si muove nessuno. La partita è già persa». Per la decenza in casa nostra è da sperare vivamente che la partita, almeno questa volta, la perda Buttiglione, e che l’Inno di Mameli divenga finalmente da “provvisorio” a definitivo.

 

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