Nel paradiso del Polo che non rinuncia al busto di Lenin

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IL VIAGGIO. Nel paradiso del Polo che non rinuncia al busto di Lenin

(corriere) PARMA – Nel cuore del paradiso, sta piantato Vladimir Ilic Ulianov detto Lenin. Il suo busto di granito è consunto, dice la lapide che è un «dono dell’ Urss alla popolazione di Cavriago», anno 1970: sono passati sei lustri, a un passo da qui ci sono posti come la ludoteca «Golden Music» o la Trattoria Porcaloca, che c’ entra Lenin? C’ entra, come c’ entrava in altri tempi il compagno Enzo Baldassi, comunista d’ acciaio e sindaco di Parma che si ordinava le camicie su misura a Londra. L’ uno e l’ altro, i compagni Lenin e Baldassi, sono la conferma che nel paradiso d’ Italia passano uomini e ideologie, ma una cosa non passerà mai: la voglia, e la capacità, di vivere bene. Questa voglia comincia una settantina di chilometri a Nord di Vladimir Ilic Ulianov, là dove sta Piacenza, l’ anno scorso al primo e quest’ anno al secondo posto nella classifica del «Sole». Dal lato opposto, 90 chilometri a Sud della piazza Lenin di Cavriago, c’ è Bologna altrettanto contenta di sé. In mezzo, sta appunto il paradiso emiliano, che sulle carte ha la forma di un pesce-rombo allungato e satollo. La lisca di questo pesce è la via Emilia. E nel cuore del rombo, ecco la città campione, Parma. «Dove si vive bene – spiega il sindaco Elvio Ubaldi – perché è una città piccola e grande, che ha tutto: buoni ospedali, ottimi servizi, una prestigiosa università».

Ubaldi è stato eletto nella lista «Civiltà parmigiana», vicina al Polo, dopo mezzo secolo di giunte di sinistra. Lo stesso è accaduto a Bologna e Piacenza, non a Modena o Reggio. Altra riprova: cambino o no le maggioranze, qui non cambia la vita. «Ora – aggiunge il sindaco – la sfida sarà riuscire a non cullarsi sugli allori. Puntiamo su nuove fonti di ricchezza, come l’ innovazione tecnologica agroalimentare. Anche il prosciutto o il parmigiano hanno bisogno di innovazione, no?». Di «parmigiano, e di culatello», si dice «impastato» da generazioni Giorgio Orlandini, direttore dell’ Unione industriali: «Le nostre fortune nascono dai redditi riconducibili al cibo. Che ci hanno fatto superare molte crisi: quando uno ha due lire in meno, rinuncia alle scarpe nuove ma non al cibo. Abbiamo conservato il nostro gusto per la vita, sì. E prego, non metteteci con Modena o Reggio: storicamente siamo diversi, siamo sempre stati una piccola capitale con i Farnese, i Borbone, con Maria Luigia». Eccole, le radici dell’ amore per il teatro, le donne eleganti, i pasticcini, tutto ciò che ha costruito il mito di Parma: «Vennero da laggiù, dalle corti di Parigi e Vienna, gli architetti, i cuochi, gli artigiani da cui prendemmo l’ amore per il bel gusto», ricorda Baldassarre Molossi, per 35 anni direttore dell’ ultra-bicentenaria «Gazzetta di Parma», che oggi è diretta dal figlio Giuliano. Qui tutti hanno ricordi antichi, che in parte spiegano il benessere presente. Per esempio Andrea Zanlari, che oggi guida la Camera di commercio, ricorda un negozio che c’ era nel 1834 davanti al Teatro Regio. Lì i suoi bisnonni vendevano dolci, cuoi e profumi: «Eravamo già aperti al mondo – dice Zanlari – perché siamo una città di provincia mai rimasta chiusa, o ferma». Ferma, invece, rischiò di restare Mantova, ai margini del «rombo» emiliano, per il suo isolamento nei trasporti. Qui è Lombardia sulla carta, ma Emilia nell’ anima: si gode con gli àgnoli e il lambrusco; il maiale sta nella poesia e non solo nei menu; e ci vogliono due ore per andare a Milano. «Anzi, sei ore – tuona Claudio Calanca, presidente degli artigiani – tanto ci ha messo un treno, un mese fa. Per fortuna, le nostre piccole imprese hanno rotto l’ isolamento con i contatti telematici: il 65% dei 12.300 artigiani ha un computer in bottega, il 15% ha Internet. Non siamo ai primi posti in classifica? Ci arriveremo con l’ innovazione, promesso». Molto più a Sud, la Modena delle piastrelle è invece «precipitata» nella lista, lontana da Parma. E il perché, protestano tutti, sta nel degrado dell’ ordine pubblico: «In 15 giorni 4 rapine in case di imprenditori, per forza germoglia lo scoraggiamento – dice Roberto Armenia, responsabile delle relazioni esterne alla "Franco Panini Editore", succeduta all’ impero modenese delle figurine -. La voglia di lavorare c’ è sempre, siamo pronti alla riscossa: ma il resto, tocca ai nostri amministratori». Risalendo di nuovo la via Emilia, ecco Reggio. Tre cose la dividono da Parma: un gran campanilismo, una giunta di sinistra, e qualche soldo in più congelato nelle banche. Però, a far da colla, c’ è ancora quel gusto antico: «Io ho vissuto a Parigi – dice Andrea Griminelli, reggiano, uno dei più celebri flautisti al mondo – ma qui si sta meglio. Quando all’ alba ho chiamato un’ ambulanza, ne sono arrivate due in 5 minuti. Quando mia madre ha avuto bisogno di un bypass, è stata operata in un ospedale di livello americano. Non basta?». Può bastare, sì. Fuori, nella via Emilia, rilucono al tramonto le insegne dei piastrellisti con sito Internet e i cartelli che annunciano «la culla del grana». Il passato è intrecciato con il presente, in fondo a vie che si chiamano «via John Kennedy» sta la «latteria sociale Rinascita» ma anche la ditta che offre in un colpo solo «facchinaggio e statistica». C’ è pure un «Ufficio postale operativo», e in altre regioni d’ Italia sembrerebbe una battuta. Se poi si capita a Montecchio, proprio a metà strada fra Reggio e Parma, c’ è anche Orietta Berti, cantante che si definisce «composita come una forma di parmigiano», per via dei genitori nati nelle due città: «Certo che qui si vive bene – ride – siamo così estroversi, e si va sempre a cena o a teatro, ma è tutto un pretesto per stare con gli amici: per queste cose, il tempo non ci manca mai». E’ scesa la notte, sulla vicina piazza Lenin. Il vecchio Ilic sembra molto solo. Ma qualcuno ha appena messo due fiori freschi sul suo busto: c’ è un posto anche per lui, nel piccolo paradiso emiliano. Luigi Offeddu

Offeddu Luigi

Pagina 19
(28 dicembre 1999) – Corriere della Sera

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