…QUALCHE COSA FRA GLI UOMINI

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Marcello Conati

“Lei sa a che siano rivolte le mie mire e le mie speranze: Non certamente la speranza di accumulare ricchezze, ma quella di essere qualche cosa fra gli uomini”. Così, nel settembre 1839, alla vigilia di Oberto, Verdi al suocero Barezzi nel chiedergli un prestito in danaro. Queste parole esprimono bene la determinazione del giovane musicista nell’affrontare una difficilissima carriera. Che Verdi debba essere considerato artista istintivo, sorto come per germinazione spontanea in un’epoca quanto mai propizia alla produzione e al consumo del melodramma, è affermazione che oggi nessun studioso sarebbe disposto ad accogliere.

Verdi non venne dal nulla. Venne da un formazione culturale – se per cultura s’intende non la mera erudizione bensì la capacità di acquisire gli strumenti per trasformare la realtà – profonda e solida, ampia e prolungata, della quale egli stesso volle poi nascondere le tracce contribuendo a fornire di sé l’immagine di artista istintivo. Non venne dal nulla, ma giusto in tempo per coltivare un terreno peraltro già ampiamente dissodato e popolato come non mai da agguerriti concorrenti, ma sempre più esteso e ancora fertile. Le dimensioni delle sue prime affermazioni acquistano una più precisa definizione se, tuttavia, la sua formazione culturale viene rapportata al contesto socio-culturale in cui egli si trovò a operare.

Gli anni dell’apprendistato milanese di Verdi e del suo esordio in teatro coincidono con un periodo di forte crescita dell’industria del melodramma (come la definì in quel tempo un attento osservatore della società italiana quale Carlo Cattaneo). Alle basi di questo boom stava un’accentuata crescita di società filarmoniche, indispensabili punto di riferimento per la formazione di orchestre locali, e un’intensificazione dell’edilizia teatrale nei grandi, medi e fin piccoli centri. Sono di quegli anni Trenta la proliferazione in Milano delle agenzie teatrali nonché la crescente affermazione del giornalismo teatrale e soprattutto dell’editoria musicale, capitanata da Ricordi e da Lucca, fra loro in accanita concorrenza. Pertanto la capitale lombarda costituiva la palestra ideale per intrecciare relazioni proficue con gli operatori del settore, per misurare le forze in campo, per saggiare le proprie capacità. Ciò spiega perché il giovane Verdi non avesse esitato, per completare i propri studi e iniziare la carriera, a orientarsi, non, come sarebbe stato forse naturale per un musicista nato in terra emiliana, verso la meno lontana Bologna (nel cui Liceo musicale s’erano formati Rossini, Pacini e Donizetti), bensì verso Milano, ormai avviata – sulla spinta del crescente prestigio che la Scala s’era acquistato con le recenti opere di Bellini, Donizetti e Mercadante – a esercitare un vero e proprio monopolio del mercato operistico.

Il grande successo ottenuto nel giro di dodici mesi con Nabucco e Lombardi in un teatro primario come la Scala è il trampolino di lancio per la conquista delle più prestigiose scene italiane: la Fenice di Venezia (Ernani e Attila), l’Argentina di Roma (I due Foscari), il S. Carlo di Napoli (Alzira), la Pergola di Firenze (Macbeth), infine Londra (I Masnadieri) e Parigi (Jérusalem). Sono gli anni in cui nei cartelloni dominano le opere di Rossini, che pure dopo il Guglielmo Tell aveva cessato di comporre per il teatro, di Bellini, spentosi nel 1836, di Donizetti, il “maestro del giorno”, di Mercadante, del redivivo Pacini, di Luigi Ricci. A grado a grado Verdi vince la concorrenza non arretrando dalle sfide più inconsuete, come ad esempio il Macbeth. All’alba della rivoluzione del Quarantotto egli è ormai considerato il primo compositore d’Italia. Vinta la sfida italiana, Verdi rinsalda il proprio primato nel biennio 1851-1853 con la prodigiosa “trilogia romantica”. L’enorme successo in Italia e all’estero di Rigoletto, Trovatore e Traviata proietta la figura del maestro delle Roncole sulla ribalta europea come l’artista più rappresentativo di un’Italia politicamente non ancora unita, ma assai prossima a esserlo. La sfida per il primato artistico nei confronti di colui che veniva unanimemente considerato l’erede di Rossini e il vero dominatore della scena lirica europea, Meyerbeer, non era più procrastinabile. Dopo dubbi e tentennamenti, Verdi la affronta finalmente all’Opéra di Parigi con i Vespri siciliani nel 1855. Che i Vespri rappresentassero un’iniziativa a carattere ‘concorrenziale’ era Verdi stesso ad ammetterlo, almeno di fronte a un suo collaboratore, Piave: “Sì, sì: discendere da un trono, e volontariamente è un po’ da coglione!… ma che vuoi?… Io sono di quegli che fanno poche coglionerie nella loro vita, ma quando le fanno, le fanno grosse assai!…”. Vinse Verdi la sfida con Meyerbeer?… È un fatto che dopo i Vespri l’autore del Prophète riduce la propria attività rinviando sine die la tanto attesa Africaine. A sua volta Verdi nel 1859, alla vigilia del raggiungimento dell’unità italiana, conclude con Un ballo in maschera “sedici anni di galera”. Nel 1863 Meyerbeer muore. Verdi sembra il signore assoluto della scena musicale europea. Nel 1867 con Don Carlos e nel 1872 con Aida ribadisce il proprio primato. Ma è vittoria fittizia. L’ombra incombente di un nuovo potente rivale si affaccia a contendergli il primato: quella di Richard Wagner.

Dopo la Messa da Requiem (1974) Verdi considera conclusa la propria attività di compositore e si rinchiude in un silenzio che viene interrotto nel 1881 dal rifacimento del Simon Boccanegra. Nel 1883, al colmo della gloria, improvvisamente muore Wagner. Ma intanto il lungo silenzio sembra aver fatto maturare nell’animo di Verdi nuove, insospettate energie. Nel 1887 si ripresenta al pubblico con Otello. Sei anni dopo, ormai ottantenne, si congeda dalla scena con il Falstaff (quasi una metafora del suo teatro), composto più per se stesso che per il pubblico. Nel 1898 è infine la volta dei Pezzi sacri, il suo congedo dalla vita. Verdi è considerato ormai un monumento nazionale. Ma proprio sul finire del secolo si entra negli “anni bui” della sua fortuna. Solo le sue opere più tarde vengono ancora accolte nei teatri primari. Ma il Verdi popolare dell’Ernani, del Trovatore, della Forza del destino viene sempre più relegato nei teatri secondari e di provincia. Alle soglie delle celebrazioni per il centenario della nascita (1913) la critica togata prevede prossima l’estinzione di gran parte del suo lascito artistico: “per rammentare opere verdiane che non sentano già di troppo le ingiurie del tempo, si arriverebbe a mala pena a sei”, scrive un commentatore. E non è il solo; per un altro critico l’opera di Verdi, “sempre primitiva nel contenuto sebbene spesso perfetta nella forma” è ormai “prossima al tramonto”. Il riscatto viene dalla Germania a metà degli anni Venti con la cosiddetta Verdi Renaissance tedesca avviata da Franz Werfel. È la pietra su cui si fonda la rinascita della fortuna verdiana, rinascita che al recupero di opere dimenticate e oggi riconosciute come capolavori, quali Macbeth, Simon Boccanegra, Stiffelio, vede accompagnarsi l’attenzione degli studiosi d’Europa e d’America. Oggi, ormai, è tutto un coro… E del maestro di S. Agata si eseguono fin anche gli scarti e si propongono musiche che egli desiderò si dessero alle fiamme…

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