Andare dove tutto inizia

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Don Umberto Cocconi

Dal Vangelo di Marco 16, 1-8: Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù. Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra loro: «Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro?».Ma, guardando, videro che il masso era gia stato rotolato via, benché fosse molto grande. Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. E’ risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto». Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.
 
Perché queste donne hanno paura? Forse temono di non essere credute, di essere considerate delle visionarie, di essere prese per pazze? Sarebbe comprensibile,  dato che all’epoca le donne non erano ritenute testimoni attendibili (nei processi, ad esempio). Se si voleva dare una certa credibilità a un messaggio di per sé “fragile”, perché mai ingaggiare come testimonial delle donne? Chi avrebbe creduto al loro annuncio? E’ una domanda da lasciare aperta. La conclusione così poco “conclusiva”, in qualche modo sospesa, del vangelo di Marco, ci riguarda da vicino.
 
Ora però concentriamoci sulla scena. Mani femminili portano i vasi degli oli, quasi per custodire la memoria, più che per anticipare la resurrezione. Il corpo del crocifisso è cercato per essere onorato e custodito. Le lacrime del venerdì santo, lo strazio di quel sabato vuoto e lacerante muovono a un’azione, per quanto non risolutiva, impotente a risarcire il cuore in lutto. Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome – in quel giorno, il primo dopo il sabato, di buon mattino, al levar del sole – cercano il corpo del rabbì di Nazaret per lavarne le ferite, per avvolgerlo in lini preziosi, per circondarlo con gli ultimi gesti di amorevole tenerezza. Una custodia della memoria, più che un presentimento di risurrezione. Vi si legge comunque una speranza, che ha i tratti del prolungamento della vita, della sopravvivenza del passato al di là della morte. Questo rappresenta, in ogni tempo, il culto dei morti. I reperti archeologici del culto dei morti sono anzi uno dei segni caratteristici della vita culturale e sociale. «E’ cura del frammento di vita contenuto anche nella morte, è grembo che può generare speranza. Il vuoto è riempito con l’affetto, ultimo rifugio del cuore umano, germe prezioso per non soffocare la speranza. L’affetto ha volto e mani di donna e si mette alla ricerca» (Franco Giulio Brambilla).

E’ una notizia – quella della Risurrezione – che va contro il buon senso, la nostra razionalità, le nostre sicurezze consolidate. Non solo non siamo più sicuri neppure dell’unica certezza che abbiamo  – la morte – ma si osa affermare che colui che è risorto è proprio il crocifisso, ossia colui che noi abbiamo ritenuto l’abbandonato, il reietto da tutti. Colui che «non aveva apparenza, né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto». Colui che era «disprezzato e reietto dagli uomini, l’uomo dei dolori… colui davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima». 
Gli uomini consegnano, mandano a morte e chiudono le tombe, pensando che il loro gesto ponga fine all’agire di Dio. Gli uomini uccidono e seppelliscono, stabiliscono i tempi del successo e la fine delle fortune umane. Ormai, per loro, la vicenda di Gesù è finita, la bocca che diceva parole di vita eterna, parole che vengono da lontano, che annunciavano la verità, è chiusa nella rigidità della morte. Qui la fede è sottoposta effettivamente al suo punto di massima tensione. Deve accogliere la verità del volto di Dio che Gesù comunica nella sua morte in croce. Dobbiamo distaccarci dall’immagine di un Dio costruito a nostra misura, come il Dio potente che fa scendere dalla croce il suo Messia, che baratta la sfida dell’uomo, il suo rifiuto di Dio, per risparmiare il proprio Figlio.                                                         

Il giovane, seduto alla destra, vestito di una veste bianca è l’”angelo interprete” , ci dice che colui che è stato crocifisso è risorto, che la morte non ha più potere su di lui. Egli non abita più il sepolcro. Questo giovane invita a riconoscere nel Crocifisso Risorto, nella sua dedizione senza condizioni il volto di Dio, la figura  insuperabile della carità di Dio. E’ impossibile ritrovare Gesù solo nella linea  del prolungamento delle proprie attese, della speranza di una vita che si prolunghi al di là della morte: magari come permanenza in una qualche forma d’esistenza, o semplicemente nel ricordo, che si imprime nel vissuto di coloro che hanno conosciuto Gesù. Siamo proiettati invece verso un “oltre” insospettato: quello della vita presso Dio.
La sottrazione del corpo è il primo momento dell’esperienza pasquale. Le donne – e noi con loro – non devono più cercare Gesù nel luogo della morte. Il profeta crocifisso non va cercato tra i morti: non è lì! Bisogna cercare da un’altra parte. Dobbiamo spingerci oltre nella nostra ricerca, dobbiamo puntare “altrove” se vogliamo incontrare il Risorto. «Egli vi precede in Galilea». “Galil” (Galilea) è parola ebraica che significa cerchio o circonferenza, quindi quella che è stata definita come Galilea delle genti potremo definirla  “Cerchio (o addirittura “Circolo”) delle genti”.  Questa regione è presente nei Vangeli fin dalle prime battute: è lì che Gesù inizia la sua vita pubblica. E’ lì, nella Galilea delle genti, crocevia di popoli e razze, incrocio di strade e cammini, luogo poco rassicurante (quanto somiglia al nostro mondo…), che risuona per la prima volta l’annuncio del Vangelo, l’annuncio del Regno sulla bocca di Cristo. Dalla Galilea tutto è cominciato, dalla Galilea tutto riprende e ricomincia dopo la morte e risurrezione del Signore.
Se il Crocifisso è risorto, ogni prospettiva cambia. Vuol dire che l’impossibile diventa reale. Ma il mondo che crede solo nel possibile, nel verificabile, nel calcolabile, crederà mai a questo annuncio? Nel nostro mondo, l’attesa ha i tratti di una vita che si limita a raccogliersi nell’attimo fuggente, nel frammento da possedere. Ecco perché si ha paura di questo annuncio così “eccessivo”. La pietra, le tante pietre che chiudono in un sepolcro la nostra vita sarebbero tutte ribaltate.  E dunque, il vangelo di Marco può concludersi così, sul mutismo atterrito delle donne? C’è una domanda, è chiaro, ed è rivolta a noi – a me, a te. Tu al loro posto, te la sentiresti? A partire da oggi, anzi, te la sentirai? Perché non raccogliere questa sfida stupenda e andare là dove tutto inizia: nella tua personale Galilea delle genti?

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