“Che la forza sia con voi”, insomma: la forza magica dei sogni

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Don Umberto Cocconi

Marco 1, 40-45: Venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Quante persone rivolgendosi a noi ci dicono (e magari ci sorprendono o ci mettono in difficoltà): «Se vuoi, puoi aiutarmi»?  Io che mi sento niente, io che tante volte non so neppure riparare i guasti della mia vita, proprio io potrei aggiustare, rimettere in sesto la vita degli altri? E’ mai possibile?

Ma guardiamo Gesù. Cosa fa lui di fronte a questa richiesta di aiuto? Tende la mano. Per aiutare gli altri basta forse pochissimo, un gesto essenziale: come tendere la mano, appunto. Se fossimo capaci di leggere il volto delle persone che ci stanno accanto, capiremmo quali sono le loro gioie, le loro speranze, le loro attese, le loro domande. Forse, avvicinandoci a loro, potremmo  sentirci ed essere “potenti” – potenti alla lettera, senza vanagloria, semplicemente “in grado di aiutare” una persona che ne ha bisogno.

L’incontro con l’altro è un dono che ti fa crescere in umanità. Senza l’iniziativa del lebbroso, la sua supplica, non si sarebbe generata in Gesù la compassione potente, riscaldata dallo sdegno contro il male, contro tutto ciò che disintegra e mortifica l’uomo. Nei confronti del lebbroso, Gesù compie gesti rivoluzionari.  Prima di tutto si lascia avvicinare da lui. Non si allontana, non mantiene una distanza di sicurezza. Lo ascolta. Si lascia provocare da lui. Così, dentro Gesù cresce e si afferma la compassione. Egli “patisce con” l’uomo malato. La vita del lebbroso e quella di Gesù sono divenute un’unica vita. Compatire vuol dire prendere l’altro dentro di me, farlo diventare parte di me («osso delle mie ossa, carne della mia carne », Genesi 2, 23). Fare mia la storia dell’altro. Come una madre, che è madre per sempre, e una volta dato alla luce  il figlio continuerà sempre in qualche modo a portarlo dentro sé, così Gesù porta dentro sé quest’uomo ferito. Paradossalmente, diamo il meglio di noi stessi quando ci lasciamo sfidare dall’incontro con l’altro. E Gesù, davanti alla “sfida” della contaminazione (la lebbra è l’impurità estrema, anticipa il disfacimento della morte), dà una risposta che va oltre ogni previsione, che supera tutte le barriere sociali, religiose e umane. Non importa quello che potrebbe succedere, dopo. In quel momento, ciò che conta è esserci per l’altro, mettere lui al centro, non le proprie sicurezze. In quell’attimo, giochi la tua umanità, costi quel che costi, qualunque cosa il mondo penserà di te.  Non conta più essere ligio alle regole o usare le leggi per tacitare la tua coscienza. Senti che è necessario andare oltre la legge, coglierne lo spirito, il nucleo vivo. Hai scoperto che «pieno compimento della legge è l’amore».

In quel tendere la mano, tutta la nostra umanità si dona in un unico atto di benevolenza e di dolcezza straordinaria. La persona che accoglie il gesto è come liquefatta dall’amore, diviene gioiosa, rinnovata,   “purificata” dalle paure e dalle chiusure.  E’ riconsegnata all’umanità con un’energia nuova, una bellezza capace di diffondersi e di costruire rapporti di fratellanza autentici.

Nel 1987, passando da Parma, Madre Teresa di Calcutta raccontò sul sagrato del  Duomo la sua esperienza: «Non dimenticherò mai il giorni in cui, camminando per una strada di Londra, vidi un uomo seduto in condizioni molto miserabili. Allora andai verso di lui, gli presi la mano e  gliela strinsi. Lui allora esclamò: “Dopo tanto tempo, sento finalmente il calore di una mano umana”. Il suo viso s’illuminò. Sentiva che c’era qualcuno che teneva a lui… Capii che un’azione così piccola poteva dare tanta gioia».

L’ultimo film di Martin Scorsese, “Hugo Cabret”, è un capolavoro di poesia, un inno di gratitudine. Protagonista è Hugo, un ragazzino che eredita dal padre orologiaio non solo il mestiere, ma anche il “dono”, un vero e proprio talento nel riparare meccanismi bloccati, danneggiati, rotti. La storia è ambientata negli anni Trenta , in una grande stazione di Parigi dove il ragazzino abita clandestinamente, muovendosi tra gli ingranaggi del gigantesco orologio che si affaccia sulla metropoli. In questo mondo incantato, incontra un misterioso personaggio (che si rivelerà essere George Meliès, mago degli effetti speciali nel cinema muto!), che nella stazione ha un bancarella di giocattoli. Quel vecchio venditore è come un meccanismo da aggiustare; è diventato una sorta di automa, svuotato da ogni interesse per la vita e torturato da un segreto, da una rimozione che lo ammala. Sarà proprio il piccolo artigiano a restituire vitalità a un uomo dalla vita inceppata.  C’è una battuta chiave nel film: «E’ questo il tuo scopo? Aggiustare le  cose?». Sarà proprio questa la mission di Hugo: aggiustare non solo le cose, ma le persone. Il piccolo orologiaio intuisce che un’anima «va curata con la necessità di credere a qualcosa d’altro e di più» (Filiberto Molossi). “Che la forza sia con voi”, insomma: la forza magica dei sogni. Lasciamoci toccare da Hugo Cabret e saremo conquistati dalla forza magica dei sogni. La nostra vita usurata, aggrovigliata, bloccata può essere “purificata”.  C’è una mano che ti aggiusta e tu trovi un posto, il tuo posto tra gli uomini. «Alla fine della storia (e della proiezione) non hai dubbi: cinema e vita non possono che andare a braccetto, perché l’uno senza l’altra non hanno ragione di esistere. La vita senza sogni (e il cinema è la forma che prendono i sogni) rischia di essere una triste e frustrante esperienza, schiacciata dal grigiore quotidiano. Ma il cinema senza la vita (e la gioia) di chi l’ha fatto e di chi lo guarda, finisce per essere un reperto da museo, una scatola chiusa conservata dentro un cassetto» (Paolo Mereghetti).

Che posto ha il vangelo, l’evento Gesù Cristo tra la vita e il sogno (rappresentato dal cinema)? E’ la realtà che accade nella sua innocenza, è la realtà “che supera l’immaginazione” – è la speranza che incontra la vita e la trasforma. Non ci sentiamo anche noi, tante volte, come ingranaggi stanchi e usurati, in attesa di essere sbloccati? Non nutriamo la speranza di essere toccati da una mano che prendendosi cura di noi riesca a riattivarci? La vita ci induce a credere che il lieto fine esista solo nei film. Ma «questo film non è ancora finito», sentenzia il saggio Hugo.

«Sei sicuro di farlo? Potremmo finire nei guai» dice Isabelle, l’amica di Hugo, in un momento critico della vicenda. «È  questo il bello dell’avventura»  replica il piccolo protagonista. 

Te la senti di vivere un’Avventura  al seguito di Gesù?

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