Com’è andata questa settimana?

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Don Umberto Cocconi

Dal Vangelo secondo Marco (6,30-34) Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.  Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Com’è andata questa settimana? Quali cose ti sono accadute? Passa in rassegna ciò che la vita ti ha fatto vivere. Nel vangelo vediamo gli apostoli radunati attorno a Gesù, irresistibilmente attratti da Lui, pronti a raccontare la loro mission impossible. Sono sicuramente partiti con tante paure, apprensioni, incertezze, ma ora eccoli qui sono ritornati … dai loro racconti intuiamo una gioia concitata. Chissà quante storie avrà ascoltato Gesù, quel giorno …  e come sarà stato felice di sentire dai suoi amici «tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato». E’ bello, al termine della giornata, trovare qualcuno che ci ascolti con attenzione e condivida con noi il nostro cammino, le nostre gioie, le nostre speranze, i nostri dolori. Gesù capisce che gli apostoli sono stanchi, che si sono dati anima e corpo, che hanno vissuto fino in fondo la missione di portare nel cuore della storia il messaggio del Regno. Per questo li chiama un momento in disparte, ma non hanno più nemmeno il tempo per mangiare! Hanno proprio bisogno di un meritato riposo perché la gente non darà loro tregua, li cercherà e li troverà. Che faranno di fronte a quella folla che li cerca, a quella folla che non sembra capire che anche loro hanno bisogno di un poco di tregua, di respiro? Succede anche a noi, talvolta diamo un dito e le persone prendono tutto il braccio: pretendono sempre di più e chiedono sempre tutto e di più. Davanti alle folle che li inseguono e li assediano Gesù però si fa avanti. Prova compassione: quei volti gli parlano dal profondo. A chi chiede vita e salvezza, Gesù comincia a rispondere così: il suo primo insegnamento è mostrare l’instancabile disponibilità di Dio. Com’è per noi, invece? Riuscissimo sempre a rimanere sensibili all’appello, anche silenzioso, di coloro che ci vengono incontro! L’altro mi interpella sempre: sta a me dargli ascolto. Ogni relazione mi rimette in discussione, mi svuota – almeno in parte – di me stesso e nel contempo non finisce mai di arricchirmi, portando alla luce in me risorse sempre nuove. Non si può rimanere indifferenti alla presenza degli altri perché ne va della nostra umanità, perché l’altro, in certo qual modo, è un “imperativo” a cui è impossibile non rispondere. «Essere IO significa, di conseguenza, non potersi sottrarre alla responsabilità, come se tutto l’edificio della creazione posasse sulle mie spalle. L’unicità dell’Io è il fatto che nessuno possa rispondere al mio posto. Soffrire per causa di un altro è averlo a carico, sopportarlo, essere al suo posto, consumarsi per causa sua» (Emmanuel Lévinas). La nudità del volto dell’altro è un’epifania che diventa supplica, un imperativo che mi interpella sempre in prima persona. Non posso rimanere sordo al suo richiamo, divento responsabile della sua miseria. Certo, posso vivere tutto questo come pressione insostenibile, come tormento («l’inferno sono gli altri» ha scritto Jean Paul Sartre). Ma Gesù ha mostrato che non c’è Vita, non c’è opportunità di grazia se non nella relazione. Una scrittrice francese, Christiane Singer, racconta che un giorno suo figlio Raffaele invitò a casa alcuni amici, ragazzi e ragazze di 16 anni, disordinati, rumorosi, caotici, con la loro musica assordante che non era certo la sua. «Nel cuore della notte, entro nella grande sala, dove dormono tutti nei sacchi a pelo. Luna piena. E improvvisamente io li vedo! Vado dall’uno e all’altro e li vedo! Non so cosa succeda, ma io li vedo. Vedo fino in fondo all’abisso dell’amore. Mi affiora alle labbra una frase di Baal Shem Tov, il fondatore del chassidismo: “io amo il più miserabile di voi più di quanto ognuno di voi ami il suo unico figlio”». E’ una frase che dà le vertigini! Quella notte Christiane Singer ha visto quali straordinari visitatori la vita le concedeva di onorare. Ha visto con gli occhi del cuore, carichi di misericordia, quei giovani: ha provato “compassione” per loro. Per un istante, è “stata viva per la loro presenza”. Per un istante il sipario dell’indifferenza, dell’abitudine si è sollevato. Ha saputo amare quei giovani “come e più dei suoi figli”. Non possiamo stringere il mondo al nostro petto, nessuno ce lo chiede, ma possiamo fare in modo che, dovunque andiamo, approdando a nuove rive, abbiamo il cuore e gli occhi aperti. «Ad un certo punto della vita, mi sono decisa a non ignorare più coloro che la vita pone accanto a me nell’autobus, nell’ascensore, in treno. Mi piace rivolgere una parola ai ragazzi che fumano… Alcuni mi mandano a farmi benedire, altri mi guardano con occhi che dicono: “Che cosa? Tu mi hai visto! … dunque la mia vita è preziosa!» (Christiane Singer). Perché non diventare giorno dopo giorno, a poco a poco, quello sguardo che va dall’uno all’altro, benedicendolo, e nello stesso tempo gioire della sua presenza. Come si saranno sentite guardare da Gesù, quel giorno, le tante persone affollate in riva al lago? Certo preziose ai suoi occhi, importanti e uniche! La compassione provata da Gesù è quella della madre per il proprio bambino. L’espressione greca usata da Marco traduce l’ebraico rehamim, che designa il fremito dell’utero, delle “viscere materne”. Equivale a mostrare grazia, essere clemente, essere compassionevole,  pronto a proteggere e a difendere il debole. E’ la manifestazione di un amore incondizionato, “viscerale”, strutturalmente gratuito. Questo esprime lo sguardo di Gesù sulla folla ansiosa e smarrita: esempio e appello per noi. Se non sapremo guardare con il Suo sguardo, chi lo farà?

I supereroi sono l’Olimpo contemporaneo, esseri dai poteri superiori che scendono tra i mortali per aiutarli. Alcuni, come Superman, ricordano davvero una divinità, altri invece sono ragazzini che scelgono di fare il bene, come nel film “Spider-man”. E’ la storia di Peter Parker, un liceale emarginato, abbandonato dai genitori fin da bambino e cresciuto con gli zii. Come molti altri adolescenti, Peter si interroga sulla propria identità ed è anche alle prese con la sua prima cotta per una compagna di scuola. I due ragazzi affronteranno insieme l’amore, l’impegno e tanti segreti. “Spider-man” «è prima di tutto un film sulla “trasformazione”, su una mutazione non solo fisica ma soprattutto morale, etica, sul cambiamento che obbliga l’adolescente a diventare uomo e l’indifferente “giusto” … mettendo a nudo i limiti della scienza che vuole farsi dio» (Filiberto Molossi).

Peter scoprirà progressivamente la sua vocazione: sperimenterà la difficoltà a farsi accettare per quello che è, il senso di colpa, il desiderio di vendetta e la consapevolezza di un imprescindibile senso di responsabilità legato al diventare grandi: “un grande potere genera responsabilità altrettanto grandi”. Attraverso i suoi errori, Peter imparerà ad anteporre le necessità altrui alle proprie, diventando il supereroe che tanto amiamo. Per esistere bisogna uscire dall’ombra, fare un passo verso l’altro, perché senza questo slancio, non c’è esistenza. Ognuno di noi, ricordiamolo, è dotato di un superpotere divino: la misericordia. Ogni volta che amiamo l’altro, nella gratuità e nella comprensione profonda, il mondo risplende, la Vita gioisce e diventando pienamente vivi, operiamo la Rivoluzione più radicale che esista.

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