Credere: qualcosa di grande è accaduto

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Don Umberto Cocconi

Dal Vangelo secondo Marco: Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».

Non rimaniamo sempre esterrefatti quando leggiamo il Vangelo? Secondo Roberto Benigni, è una lettura sconvolgente quanto “andare in manicomio”, ovvero, ci presenta vicende che oltrepassano la logica degli eventi consueti – e che insieme sono di un’indescrivibile, incantevole bellezza. E’ il caso della donna malata che tocca il lembo del mantello di Gesù assediato dalla folla, una storia che non può non colpirci profondamente. L’evangelista racconta di una donna che perde sangue da dodici anni, perde la sua vita in modo disordinato e apparentemente irrimediabile, vivendo un dramma che per noi è difficile anche solo immaginare. Considerata impura dalla legge, sfuggita da tutti, impossibilitata a vivere una vita normale, vede Gesù, lo rincorre, si unisce ai tanti che hanno saputo dell’eccezionalità del rabbì galileo, delle sue doti di guaritore. Vuole a tutti i costi incontrarlo, azzardare un contatto fuggevole – solo con l’abito, niente di più – cercando di non dare nell’occhio, quasi a voler ridurre la portata di quel gesto proibito. E tuttavia, non si tratta solo di questo. Cos’avrà visto, questa donna, nello sguardo di Gesù? Solo le doti del taumaturgo? No, ha visto ben altro. «Vede negli occhi di Gesù l’eternità» (R. Benigni). Per questo si fa largo a fatica nella calca, si fa piccola per non essere veduta, giunge a “strisciare come un verme” per raggiungere il Signore: deve fare un percorso e ha il coraggio di farlo – come tutti noi, del resto, se vogliamo arrivare a Gesù. “Se riuscirò a toccare un lembo del suo mantello sarò non solo guarita ma salvata”, dice a se stessa. “Se riuscirò a fare quei cinquanta metri” –  che per lei sono chilometri –  “il male mi lascerà”. E’ un miracolo piuttosto strano, questo, atipico: la guarigione è quasi “estorta”, sembra avvenire indipendentemente dall’intenzionalità di Gesù. Infatti è la donna che pensa, che vuole, che parla fra sé e sé. Che osa l’azione.

Questa donna crede profondamente nell’uomo che forse non conosce neppure; lo sguardo di lui, però, le ha rapito il cuore. Ecco perché si mette in cammino tra i sassi e la polvere, tra le botte e gli spintoni rimediati in mezzo alla folla – e alla fine riesce a toccare il sospirato lembo del mantello. C’è un’immensa folla anonima che si accalca attorno al Signore. Molti lo toccano, fisicamente, ma non succede nulla; nessuno si distingue, nessuno assume un particolare rilievo, nessuno appare “personalizzato”, con un volto o un desiderio proprio.

«Tutti ti stanno malmenando – dice Pietro a Gesù – e tu dici “chi mi ha toccato”?» (R. Benigni). C’è un modo di toccare che è privo di sensibilità, di attenzione, di volontà di giungere a un rapporto degno di questo nome. Un contatto violento, famelico, poco “umano” nel senso più alto. Ma Gesù volge intorno lo sguardo cercando una e una sola persona: sente che una certa mano, a differenza di altre, lo ha toccato con fede profonda, ha sentito che una potenza vivificante è subito uscita dal lui, immediata come una risposta, come richiamata, attratta dal “vuoto” di quel bisogno estremo, di quella domanda fiduciosa. Qualcosa di grande è accaduto. La donna ha messo in quel piccolo gesto di contatto tutto il valore del suo credere: la sua fede si è fatta gesto, si è fatta incontro, si è fatta relazione.  «Dalla massa è emersa una persona. Ora i due sguardi si incontrano, e lei capisce che ha davvero incontrato la salvezza e non solo la guarigione. Questo emergere della persona è avvenuto attraverso una comunicazione di forza risanatrice da parte di Gesù alla donna. Ma, a differenza di altre volte in cui la comunicazione è diretta (Gesù parla, comanda, tocca), qui è sufficiente un lembo del mantello, sfrangiato e impolverato, per stabilire la possibilità di un incontro» (C. M. Martini). Cristo lo si tocca, lo si raggiunge più adeguatamente con la fede che con la carne. Tutti (molti, quanto meno) cercano Gesù, ma pochi fanno realmente esperienza di Lui. E pensare che talvolta basta anche solo un istante di vera disponibilità, un’umile occasione, un abbandono sincero del cuore, per incontrarlo e cambiare il corso apparentemente obbligato e disperato di una vita.

Non è difficile per noi riconoscerci nella condizione della donna sofferente di emorragia. Non patiamo ogni giorno anche noi una perdita di vita? Non ci sentiamo continuamente, o almeno frequentemente, svuotati? Non siamo tante volte alla ricerca affannosa di farmaci per stare meglio, non ci affidiamo a tutti i ritrovati specialistici del momento? Non ci rivolgiamo anche noi a tanti medici per guarire? Ciò che può guarirci più radicalmente è invece l’affidamento a chi può più di noi, Colui al quale niente è impossibile. Se fissassimo il nostro sguardo in Gesù, di certo troveremmo tutta la forza per compiere, costi quel che costi, il cammino che ci dà la possibilità di toccarlo, di essere profondamente risanati da lui, di osare la fiducia che salva, al di là del legittimo desiderio di guarigione fisica.

Anche a noi, del resto, è data la possibilità di toccare non tanto e non solo il lembo del suo mantello, ma molto di più, il suo stesso Corpo.  Non è forse questo l’eucaristia? Quel frammento di Pane che le nostre mani accolgono e custodiscono come un dono, in un densissimo istante, prima di portarlo alla bocca e dissolverlo rapidamente in noi, è il pane della vita, non solo fisica, ma prima di tutto spirituale. «Chi mangia questo pane vivrà in eterno … e il pane che io darò è la mia carne per la salvezza del mondo». Se cerchi la salvezza, come la donna sanguinante del Vangelo, vivi con fede il breve, intenso contatto con il Corpo di Gesù, e non solo sarai guarito, ma salvato per l’eternità. 

Dal Vangelo secondo Marco: Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».

 Non rimaniamo sempre esterrefatti quando leggiamo il Vangelo? Secondo Roberto Benigni, è una lettura sconvolgente quanto “andare in manicomio”, ovvero, ci presenta vicende che oltrepassano la logica degli eventi consueti – e che insieme sono di un’indescrivibile, incantevole bellezza. E’ il caso della donna malata che tocca il lembo del mantello di Gesù assediato dalla folla, una storia che non può non colpirci profondamente. L’evangelista racconta di una donna che perde sangue da dodici anni, perde la sua vita in modo disordinato e apparentemente irrimediabile, vivendo un dramma che per noi è difficile anche solo immaginare. Considerata impura dalla legge, sfuggita da tutti, impossibilitata a vivere una vita normale, vede Gesù, lo rincorre, si unisce ai tanti che hanno saputo dell’eccezionalità del rabbì galileo, delle sue doti di guaritore. Vuole a tutti i costi incontrarlo, azzardare un contatto fuggevole – solo con l’abito, niente di più – cercando di non dare nell’occhio, quasi a voler ridurre la portata di quel gesto proibito. E tuttavia, non si tratta solo di questo. Cos’avrà visto, questa donna, nello sguardo di Gesù? Solo le doti del taumaturgo? No, ha visto ben altro. «Vede negli occhi di Gesù l’eternità» (R. Benigni). Per questo si fa largo a fatica nella calca, si fa piccola per non essere veduta, giunge a “strisciare come un verme” per raggiungere il Signore: deve fare un percorso e ha il coraggio di farlo – come tutti noi, del resto, se vogliamo arrivare a Gesù. “Se riuscirò a toccare un lembo del suo mantello sarò non solo guarita ma salvata”, dice a se stessa. “Se riuscirò a fare quei cinquanta metri” –  che per lei sono chilometri –  “il male mi lascerà”. E’ un miracolo piuttosto strano, questo, atipico: la guarigione è quasi “estorta”, sembra avvenire indipendentemente dall’intenzionalità di Gesù. Infatti è la donna che pensa, che vuole, che parla fra sé e sé. Che osa l’azione.

Questa donna crede profondamente nell’uomo che forse non conosce neppure; lo sguardo di lui, però, le ha rapito il cuore. Ecco perché si mette in cammino tra i sassi e la polvere, tra le botte e gli spintoni rimediati in mezzo alla folla – e alla fine riesce a toccare il sospirato lembo del mantello. C’è un’immensa folla anonima che si accalca attorno al Signore. Molti lo toccano, fisicamente, ma non succede nulla; nessuno si distingue, nessuno assume un particolare rilievo, nessuno appare “personalizzato”, con un volto o un desiderio proprio.

«Tutti ti stanno malmenando – dice Pietro a Gesù – e tu dici “chi mi ha toccato”?» (R. Benigni). C’è un modo di toccare che è privo di sensibilità, di attenzione, di volontà di giungere a un rapporto degno di questo nome. Un contatto violento, famelico, poco “umano” nel senso più alto. Ma Gesù volge intorno lo sguardo cercando una e una sola persona: sente che una certa mano, a differenza di altre, lo ha toccato con fede profonda, ha sentito che una potenza vivificante è subito uscita dal lui, immediata come una risposta, come richiamata, attratta dal “vuoto” di quel bisogno estremo, di quella domanda fiduciosa. Qualcosa di grande è accaduto. La donna ha messo in quel piccolo gesto di contatto tutto il valore del suo credere: la sua fede si è fatta gesto, si è fatta incontro, si è fatta relazione.  «Dalla massa è emersa una persona. Ora i due sguardi si incontrano, e lei capisce che ha davvero incontrato la salvezza e non solo la guarigione. Questo emergere della persona è avvenuto attraverso una comunicazione di forza risanatrice da parte di Gesù alla donna. Ma, a differenza di altre volte in cui la comunicazione è diretta (Gesù parla, comanda, tocca), qui è sufficiente un lembo del mantello, sfrangiato e impolverato, per stabilire la possibilità di un incontro» (C. M. Martini). Cristo lo si tocca, lo si raggiunge più adeguatamente con la fede che con la carne. Tutti (molti, quanto meno) cercano Gesù, ma pochi fanno realmente esperienza di Lui. E pensare che talvolta basta anche solo un istante di vera disponibilità, un’umile occasione, un abbandono sincero del cuore, per incontrarlo e cambiare il corso apparentemente obbligato e disperato di una vita.

Non è difficile per noi riconoscerci nella condizione della donna sofferente di emorragia. Non patiamo ogni giorno anche noi una perdita di vita? Non ci sentiamo continuamente, o almeno frequentemente, svuotati? Non siamo tante volte alla ricerca affannosa di farmaci per stare meglio, non ci affidiamo a tutti i ritrovati specialistici del momento? Non ci rivolgiamo anche noi a tanti medici per guarire? Ciò che può guarirci più radicalmente è invece l’affidamento a chi può più di noi, Colui al quale niente è impossibile. Se fissassimo il nostro sguardo in Gesù, di certo troveremmo tutta la forza per compiere, costi quel che costi, il cammino che ci dà la possibilità di toccarlo, di essere profondamente risanati da lui, di osare la fiducia che salva, al di là del legittimo desiderio di guarigione fisica.

Anche a noi, del resto, è data la possibilità di toccare non tanto e non solo il lembo del suo mantello, ma molto di più, il suo stesso Corpo.  Non è forse questo l’eucaristia? Quel frammento di Pane che le nostre mani accolgono e custodiscono come un dono, in un densissimo istante, prima di portarlo alla bocca e dissolverlo rapidamente in noi, è il pane della vita, non solo fisica, ma prima di tutto spirituale. «Chi mangia questo pane vivrà in eterno … e il pane che io darò è la mia carne per la salvezza del mondo». Se cerchi la salvezza, come la donna sanguinante del Vangelo, vivi con fede il breve, intenso contatto con il Corpo di Gesù, e non solo sarai guarito, ma salvato per l’eternità.

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