«Credere» significa cor dare

Spread the love

Don Umberto Cocconi

Dal Vangelo secondo Marco (16,15-20) Gesù apparve agli Undici e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Qual è la Gloria a cui va incontro il Risorto con la sua Ascensione? Non è il successo davanti al gruppo per lui significativo, non è un riscatto davanti al Sinedrio. Non è nemmeno il recupero del consenso umano perduto con un’obbrobriosa morte sul legno della Croce. Che Gesù salga in cielo non significa forse, in ultima analisi, che non scenderà mai più in piazza a proclamarsi Messia e per giunta risorto? Come dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù si ritira in alto, “sul monte”, in intimo colloquio col Padre: ancora una volta, si sottrae all’insidia di essere fatto re. Fino alla fine dei secoli, Gesù resterà sul piano umano il più grande fallito della storia, sarà «in agonia sino alla fine del mondo!» (Blaise Pascal). Per questo la sua Salita al Cielo è, in definitiva, il compimento della sua kénosis, del suo abbassamento: è la cifra ultima in cui si disvela tutto lo splendore della sua umiltà. Ridiscenderà dal monte solamente nell’Ultimo Giorno.

E i discepoli? Quale fiducia dimostra di avere, Gesù,  nei loro confronti? La domanda è pertinente. Se ci sono persone impreparate, poco affidabili, quelli sono proprio i suoi discepoli; non si può dire che abbiano dato prova di grande affidabilità! Eppure Gesù vede in loro ciò che forse essi stessi non sono capaci di vedere: sono in grado di fare grandi cose, al limite dell’impossibile, se soltanto riusciranno a crederci. Ciò che importa è che si lascino “accompagnare da lui” nel viaggio da compiere sino ai confini della terra. Con l’Ascensione, infatti, inizia il tempo della Chiesa, il tempo dell’annuncio, della proclamazione del vangelo. E che cos’è il vangelo? E’ la Buona Notizia. La buona notizia per eccellenza è questa: tu sei amato da Dio, sei prezioso ai suoi occhi. Il vangelo è il racconto della storia di un Dio che nella persona di Gesù si è fatto vicino a noi come nessun altro e ci ha trasmesso la gioia, unita a un meraviglioso messaggio: la morte è stata sconfitta per sempre. Sconfitta da un Amore più forte e più grande, che la oltrepassa infinitamente. E questo Amore “da Dio” è tutto per te.

Secondo una suggestiva etimologia medioevale, «credere» significa cor dare, dare il cuore, metterlo incondizionatamente nelle mani di qualcuno. In aramaico, la parola  che indica la disponibilità a «credere» è “amen“, dal verbo “amàn” che significa “essere fermo, stabile” o meglio ancora “far essere o far fare”. Quindi credere significa “fare, rendere sicuro, rendere fermo”. Credere in qualcosa o qualcuno ti rende stabile e sicuro. Ogni volta che diciamo “amen” affermiamo innanzitutto la fedeltà di Dio, colui che resta stabile, fermo nella sua alleanza in eterno, e a nostra volta confermiamo la nostra fede, la nostra volontà (il nostro desiderio, almeno…) di essere “stabili”, di aderire con fiducia a quel Dio dell’alleanza che professiamo come nostro unico Re e che è fedele per sempre.

Molte volte, agendo esclusivamente nel nostro nome, ciò che facciamo risulta inefficace, sbiadito, privo di vita. Se invece facessimo tutto nel nome di Gesù, ogni nostro gesto sarebbe “divinizzato”, carico di vita e di speranza: risulterebbe prima di tutto gratuito e genuino, perché al centro non porremmo noi stessi, ma il bene dell’altro.

Che cosa significheranno mai le parole: «scacceranno demòni, parleranno lingue nuove … imporranno le mani ai malati e questi guariranno»? Il demonio (anzi il diavolo, “il divisore”) è colui che si mette in mezzo, che rende difficili i rapporti tra le persone, incrinando e inquinando qualsiasi situazione. L’annuncio del vangelo rende possibile l’incontro con l’altro perché sana le ferite causate dal demonio; ti fa scoprire la bellezza dell’altro e ti chiama ad essere persona di comunione, capace di vincere le divisioni e di costruire un mondo fraterno. Parlare lingue nuove vuol dire soprattutto entrare in contatto con l’altro, comprendere “la sua lingua”, vale a dire il suo modo di essere e di entrare in relazione. Se anche non parla la mia lingua, io sono chiamato a lasciarmi contaminare dalla sua visione del mondo e delle cose. Potremo così entrare in una comunione di vita, accederemo a un vero spirito di solidarietà. Chissà quale potrebbe essere il significato delle parole «se prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno»? Non vorrà dire che proprio perché credi – in questo tuo amen a ciò, o meglio ancora a Colui, a cui hai dato il cuore – sei capace di affrontare ogni difficoltà? Puoi addirittura “tenerle in mano”, nel senso che puoi dominarle (prenderle in pugno), perché non ti fanno più paura, non devi più temerle. Anche le parole che ascoltiamo, a volte, hanno il potere di ferirci, perché ci avvelenano e ci fanno sentire una nullità, soprattutto se a pronunciarle sono persone che con la loro opinione incidono sulla stima che ho di me stesso e che vorrei che gli altri avessero di me. E’ quel consenso da cui Gesù dimostra di essere libero perché salendo in cielo rinuncia a scendere in piazza per dimostrare la sua grandezza a coloro che avevano decretato il suo fallimento. A lui interessa solo rivelare quanto Dio ti ama. Questo è il Vangelo!

Il film American Life (il titolo originale è Away We Go, “Andiamo in giro”) racconta la storia di una coppia – Burt e Verona – che superati i trent’anni sentono di avere una gioia, un dono da comunicare. I due si mettono in viaggio per «proclamare il Vangelo (la buona notizia, la nascita  della loro prima figlia) a ogni creatura». “Che cosa serve per essere una famiglia felice? Chi ci potrà aiutare a far crescere nostra figlia?” sono le domanda di partenza di questo road movie, che non si limita ad osservare la realtà, ma si spinge oltre: non rinuncia a ipotizzare un mondo migliore. Questi due innamorati sono però come disorientati, quasi spaventati dal futuro, da ciò che li attende. Vanno così alla ricerca di sicurezze, di riferimenti che credono stabili e che invece, strada facendo, si frantumano davanti ai loro occhi. Burt e Verona, una coppia di «impediti, confusi, immaturi ma felici», vanno in cerca di amicizie del passato o di parenti con cui poter condividere la gioia della nascita della loro prima figlia. Intraprendono così un vero viaggio di formazione alla ricerca di un nucleo familiare amico, che costituisca l’ancoraggio solido intorno al quale far crescere la nuova famiglia. Vorrebbero offrire a chi sta per nascere l’ambiente migliore e lo vanno a cercare, convinti come sono che ci sia chi ha vissuto e vive la genitorialità in maniera positiva. Scopriranno che anche a loro sarà possibile sedersi «alla destra di Dio», ma probabilmente in modo diverso da come lo immaginavano. Il viaggio di Burt e Verona non può concludersi infatti che in un unico modo: con la scelta di un luogo che è insieme passato e futuro, ritorno alle radici e al tempo stesso loro superamento. Sarà il luogo in cui Verona ha iniziato a vivere, la casa della sua famiglia, ora disabitata e un po’ squallida, ma ancora bella per la sua posizione fra lago e giardino e bellissima, soprattutto, per la ricchezza dei ricordi caldi e affettuosi che vi si annidano. E’ il vero e irrinunciabile ancoraggio per la nuova famiglia, quello dove la bambina verrà accolta e protetta dall’amore dei due giovani genitori, unica e vera garanzia in un mondo in cui nessuno è garantito e in cui il futuro è incerto per tutti.

don Umberto Cocconi

Lascia un commento