Don Umberto Cocconi viaggio tra i preti di frontiera

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Nella sua parrocchia di san Giovanni Battista in via Frank, don Umberto racconta la sua esperienza di sacerdote tra gli ultimi. Citando tra gli esempi di impegno don Scaccaglia

Maria Chiara Rioli

(parma.repubblica.it) Abbiamo lasciato don Luciano Scaccaglia nella chiesa di Santa Cristina che celebrava la messa concentrandosi sulla figura di Giovanni Battista, una delle figure più sferzanti ed esigenti delle Scritture. Ripartiamo dal Battista con un ritratto di un’altra delle figure che a Parma hanno scelto una parte da cui stare: la parte degli esclusi, degli emarginati, dei dimenticati dalle agende politiche o dall’azione concreta di tante realtà e istituzioni.

Incontriamo don Umberto Cocconi nella sua parrocchia dedicata a Giovanni Battista in via Anna Frank 11. Quartiere, quello del quartiere della Cittadella, tra i più ricchi ed esclusivi di Parma. Quartiere in cui leggere le contraddizioni di questa città diviene allora maggiormente interessante. E importante. “Una signora della parrocchia mi ha detto che sul suo pianerottolo un giorno aveva sentito parlare due ragazzi del carcere. Erano due ragazzi che noi accogliamo. Era la prima volta che questa signora sentiva parlare di un´esperienza di carcere”. Don Umberto sfonda questo silenzio e lo varca con le porte aperte della sua parrocchia. Le porte aperte (le avevamo ritrovate anche nella parrocchia di santa Cristina) che sono la cifra di una realtà di accoglienza.

Per raccontarci la storia del suo impegno don Umberto riprende due immagini: “la prima è quella del Battista, un profeta, un uomo che non ha paura. Il nostro essere comunità deve vivere questo nella propria carne”. La seconda immagine è “l’edificio stesso della chiesa che rappresenta i tanti cammini che portano le persone a incontrarsi, a perdersi, smarrirsi, ritrovarsi grazie all’aiuto di qualcuno. La parrocchia dovrebbe farci attraversare luoghi, col compito di annunciare gioia nei deserti delle città”. Queste parole non restano vento: don Umberto incarna quotidianamente queste affermazioni insieme a tante altre persone. Non incontriamo don Umberto solo: con lui c’è

Liliana, anche lei impegnata nell’associazione San Cristoforo che rappresenta uno degli ambiti più attivi della parrocchia.

Metti una quarantina di persone in 13 appartamenti: persone con un passato di carcere, di droga, di esclusione. Uniscile in una rete di accompagnamento e confronto per “ricominciare la vita“, per ritrovare una casa, un lavoro, un equilibrio personale e una trama di relazioni che non lascino questa persona al termine del periodo di accompagnamento “ufficiale”. “Stare in piedi non è semplice, in questa ‘società liquida’, il rischio di ricadute è sempre alto”, continua don Umberto. La parrocchia e l’a ssociazione san Cristoforo “vuole dire il proprio ‘eccomi’ a queste persone”. E la scelta di vita di questo sacerdote si distanzia dall’ immagine di solitudine che spesso circonda le figure di tanti religiosi: don Umberto vive con altri sei laici “che sono come la mia famiglia”.

Cosa manda avanti, sorregge impegni di questo tipo? Per Liliana “è il vedere che le persone trovano nuovamente una casa, una famiglia, un lavoro. Che relazioni di magistrati di sorveglianza in cui non si davano possibilità di recupero e invece le persone scoprono che possono vivere in modo diverso. Che si sono guadagnati nuova stima”. Liliana e don Umberto sono entrambi lucidi rispetto alle difficoltà incontrate quotidianamente: “le convenzioni col Comune e col Sert coprono 17 persone, agli altri dobbiamo pensare noi. Cosa vuol dire autonomia per una persona se guadagna 900 euro e 600 vanno in affitto?“, si interroga Liliana. La difficoltà di fare rete è evidente: tra le associazioni, tra le istituzioni, tra le parrocchie. “Tra le realtà che sentiamo più vicine c’è quella di don Luciano che accoglie migranti”, afferma don Umberto.

Ma le incomprensioni sono anche interne alla parrocchia e alla realtà ecclesiale parmigiana: “a voltele difficoltà vengono proprio dalle persone più vicine che non riescono a capire e mormorano, mentre non dovrebbero giudicare. Abbiamo rapporti molto belli con l’associazione Lodesana di Fidenza, ma non sono ancora nati progetti con le singole parrocchie”. “Non è facile collaborare. In tanti c’è la paura che l’altro sia più bravo di te, che ci si “rubi” qualcosa. Invece sarebbe bello lavorare insieme. Alla diocesi abbiamo chiesto di realizzare un Tavolo della povertà, ma non ci siamo ancora riusciti”. Don Umberto ricorda che l’a ssociazione san Cristoforo ha ricevuto il premio “san Giovanni” dalla Fondazione Cassa di Risparmio. ” Speriamo ce lo dia la diocesi”, commenta Liliana. Mentre parliamo il passaggio di persone, lo scambio di due chiacchiere è continuo. Liliana viene chiamato da un ospite della casa. Le porte della parrocchia restano aperte.

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