Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?

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Don Umberto Cocconi

Dal Vangelo secondo Giovanni (6, 1-15) Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!».

Davanti alla moltitudine che insegue e assedia Gesù e i suoi discepoli, il Maestro interpella Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Sembra che Gesù stia trattando Filippo come l’uomo pratico del gruppo che risolve i problemi, un creativo project manager. Infatti Gesù gli chiede: “Senti, come possiamo fare per risolvere una questione così spinosa, sfamare una moltitudine come questa?”.  L’interpellato risponde in modo molto comprensibile, concreto, secondo una logica contabile: in fin dei conti, sembra dire, è una questione di soldi, e noi non ne abbiamo a sufficienza. Nemmeno se avessimo “tra le mani” l’equivalente di duecento giornate di lavoro potremmo far qualcosa per tutta questa gente. Dovremmo essere davvero molto ricchi, allora forse …

Andrea invece, mostra un atteggiamento diverso: con l’istinto del vero discepolo, intravvede qualcosa, un’opportunità misteriosa, nella disponibilità del ragazzo che ha cinque pani e due pesci: qualcosa che pare niente ma cos’è di fronte all’attesa dei cinquemila uomini affamati?, ma pur sempre un punto di partenza, verso una soluzione che sfida le capacità di calcolo degli uomini. Andrea compie un gesto decisivo, mettendo “tra le mani” di Gesù le poche provviste di un ragazzino. Per Gesù, infatti, proprio quel niente o meglio quel poco che il giovane offre, che non tiene per sé ma è disposto a condividerlo, renderà possibile il miracolo. Se mi dai i tuoi cinque pani e due pesci, io – sembra dire Gesù – posso fare ciò che ti sembrerà impossibile. Solo da quei pani e pesci  condivisi potrà scaturire “il segno” e con il tuo dono, nulla sarà impossibile. Anche se quello che hai sembra poco, se lo condividerai potrà diventare il  nutrimento che sazia una moltitudine. Visto il segno compiuto da Gesù, la folla riconosce in lui non solo il profeta di cui aveva parlato Mosè, ma va oltre: nel suo entusiasmo, reclama che Gesù diventi il re, la guida, colui che risolve tutti i problemi pratici del popolo. E’ il momento del consenso, che cresce esponenzialmente nei suoi confronti. La folla “stravede” per lui, lo considera il liberatore, il nuovo Mosè, crede in lui e vuole mettersi sotto la sua protezione in quanto ha dimostrato di essere un grande. Ma come risponderà Gesù a tutte le attese che stanno prendendo forma intorno a lui? Attese molto seducenti, molto gratificanti … Segno che molto probabilmente siamo in presenza della tentazione. Questa volta, satana non parla in prima persona, ma attraverso le parole suadenti e accattivanti della folla. Del resto, la tentazione non ti propone mai qualcosa di negativo, ma qualcosa che sembra rispondere ai tuoi bisogni più nascosti, come, ad esempio, il desiderio di essere qualcuno, e di voler dominare, o meglio ancora il tuo bisogno di essere accettato e riconosciuto. Gesù intuisce che la folla osannante sta per venire a “prenderlo” per farlo re (re di questo mondo, secondo la logica del mondo) e allora lui si ritira, si allontana, si nasconde per rimanere solo col Padre. Chissà cosa avrebbero consigliato i discepoli a Gesù, se fossero stati con lui … Siamo di fronte al dramma che non è di Gesù soltanto, ma di ognuno di noi: l’esperienza del discernimento. Che cosa devo fare? Compiere la mia volontà? Compiere la volontà della gente? Oppure compiere la volontà di Dio? A chi dare ascolto? Essere colui che vive per sé, secondo il proprio ego, oppure colui che vive cercando l’applauso della gente, o ancora, colui che vive secondo le logiche di Dio e quindi sceglie di divenire servo dell’umanità? Gesù è solo con se stesso, sulla montagna, annota Giovanni, in ascolto del Padre. E’ posto di fronte alla verità di se stesso: che cosa farà? Che cosa avremmo fatto noi al suo posto? E’ meglio essere re o servi? Di fronte a questo dilemma, abbiamo certo già dato una risposta finora: lo certificano tutti i nostri atti. Ogni giorno della nostra vita, fino a ieri… Ma oggi, anche noi potremmo scrivere una pagina nuova, per certi aspetti inedita, della nostra vita e di conseguenza del mondo.                 

Nel 1667 John Milton scriveva, nel suo “Paradiso perduto”: «Meglio regnare all’inferno, che servire in paradiso». Citazione significativa in un film del 1997,  “L’avvocato del diavolo” di Taylor Hackford. Kevin è un brillante avvocato di provincia che vince sempre le sue cause e per questo viene chiamato a New York a lavorare in un grande studio di penalisti. La qualità di vita del giovane rampante avvocato cambia rapidissimamente: alloggio lussuoso, vita brillante, cause sempre più prestigiose, suc­cesso assicurato. Ma quale sarà il prezzo del successo, del potere, del consenso? Kevin si getta con avidità nella mischia. Il mondo che ora conosce è pieno di affaristi e opportunisti, di spietati «avvoltoi» che si contendono le prede fino all’ultimo sangue e anche lui finisce per adattarsi sempre di più alla legge del più forte, del più scaltro, del più spregiudicato. In John Milton – così si chiama, significativamente, il capo del suo studio –  egli scopre,  a poco a poco, un’intelligenza e una strategia d’azione sempre più seducenti e diaboliche. Nel pieno del successo professionale Milton ricorderà a Kevin un dialogo avvenuto tra loro un giorno, sulla metropolitana: «Non ti ricordi cosa ti dissi? Forse devi cominciare a perdere. Ma tu non sei stato d’accordo! Perdere? lo non perdo, io vinco. lo sono un avvocato e questo è il mio lavoro: vincere! La vanità è decisamente il mio peccato preferito: la vanità è l’oppiaceo più universale. Voglio che tu sia te stesso. Lasciatelo dire: il senso di colpa è come un sacco pieno di mattoni, non devi far altro che sca­ricarlo!». E noi? Sappiamo davvero fare le scelte giuste? Possiamo resistere alla seduzione del potere e del denaro, che ci influenzano a ogni passo, mettendo a rischio ciò che realmente siamo? Non dovremmo anche noi ritirarci sulla montagna, tutti soli, in ascolto della nostra coscienza?  Perché non ci lasciamo tentare, una buona volta, da Dio?

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