Guarire il cuore ferito di uomini e donne

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Don Umberto Cocconi

Dal Vangelo secondo Marco: Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

La lettura di questo brano di vangelo ci coglierà nel pieno delle vacanze, fuori dalle nostre case, dal nostro piccolo mondo. È un momento prezioso, nel quale ci è data la possibilità di fare nuovi incontri. La storia ci chiama e ci manda dentro le mille situazioni della vita. Avrai una missione da compiere, là dove andrai: guarire il cuore ferito di uomini e di donne. Lasciati prendere, lasciati coinvolgere e sconvolgere dall’incontro con l’altro: grazie a te, potrebbe nascere un nuovo modo di stare insieme, perché sei chiamato, tu per primo, a tessere rapporti di fraternità. Questa è la tua vera estate.

Il vangelo di oggi ci racconta di Gesù che chiama a sé i discepoli, quasi a far fare ai dodici l’esperienza dell’ascolto di ciò che vibra nel profondo di lui e del suo mistero: qual è la sua passione, cosa cercano i suoi occhi, da cosa è abitato il suo cuore? Poi Gesù li manda sulle strade dell’umanità, affidando loro il compito arduo di sconfiggere gli spiriti impuri. Che cos’è lo spirito impuro?  Non è forse il mondo delle nostre paure, delle nostre fragilità, delle nostre ansie, dei nostri pensieri sbagliati e contorti? L’annuncio del vangelo mette tutto a soqquadro, scardina, ribalta tutto, perché ci fa scoprire che la causa del nostro malessere è avere il cuore indurito. Giorgio Gaber, in una canzone degli anni ’70 intitolata “Cerco un gesto, un gesto naturale” racconta di un uomo che osserva se stesso mentre interagisce con gli altri e si accorge di non riuscire mai ad essere veramente se stesso. Alla vana ricerca di “un gesto, un gesto naturale / per essere sicuro che questo corpo è mio” è costretto ad ammettere: «Vorrei essere come un uomo, come un santo, come un dio / per me ci sono sempre i “come” e non ci sono io».

Abbiamo preparato le valigie o lo zaino per le nostre vacanze: che cosa ci abbiamo messo dentro? Di tutto e di più! I discepoli, invece, sono chiamati ad essere “essenzialisti”, più ancora che minimalisti: non devono portare con sé “né pane, né sacca, né denaro nella cintura”. Dovranno contare sulla benevolenza e la generosità degli uomini e delle donne che incontreranno nel cammino, non sul bagaglio delle proprie sicurezze. Potranno portare con sé solo un bastone, indossare i sandali e portare una sola tunica: tutto il resto sarà di intralcio. Con l’essenzialità della loro vita testimonieranno  in che cosa effettivamente credono: non nell’avere questa o quella cosa, ma nell’avere degli amici. “Non cerco i vostri beni ma voi” (San Paolo). E neppure vi voglio conquistare con i miei! Nella storia di san Francesco leggiamo un particolare interessante della sua giovinezza. Gli agiografi non si soffermano sulla dissolutezza dei suoi costumi; era un ragazzo normale, il suo vero “problema” era quello di cercare disperatamente di circondarsi di amici contando sulla popolarità che gli veniva dalla sua generosità, nelle innumerevoli occasioni di baldoria che inventava (lo chiamavano “il re delle feste”). In che cosa è consistita la sua conversione? Ascoltando a Messa proprio questo brano di vangelo, capì che offrendo semplicemente la sua persona a tutti sarebbe stato circondato da amici veri, quelli che poi lui stesso chiamò “fratres”, fratelli. Quelle stesse persone che prima l’avevano cercato perché era il “movidaro” per eccellenza, l’avrebbero cercato non solo per l’“happy hour” di una sera, ma per condividere la vita con lui, anche in un tugurio, anche in capo al mondo. L’essenzialità non è spogliarsi delle cose ma è cercare le persone, essere con loro ed essere per loro un dono. Il discepolo non è uno che indossa le pantofole, è uno che cammina coi sandali: si deve contaminare con la terra, i suoi piedi si devono immergere nella polvere della storia. Il bastone che è consentito portare non serve solo per eventuale difesa contro i serpenti e gli scorpioni, ma allude al bastone di Mosè, che apre a noi e agli altri sentieri apparentemente impossibili, e permette di attraversare sani e salvi le più incredibili avversità.  Il bastone, in Oriente, è l’insegna del potere dell’uomo: in questo caso, però, diventa il segno del potere che Dio comunica a coloro che hanno risposto alla sua chiamata.

Il film di questa settimana, “Quell’idiota di nostro fratello”, racconta la storia di Ned: un inguaribile ottimista, un giovane ingenuo, un tipo che sorride alla vita con quello stile adolescenziale apparentemente infantile che vede del buono in ogni persona e in ogni situazione. Per questo si ritrova spesso nei guai, soprattutto con la sua famiglia. Dopo essere uscito di prigione, rimasto senza meta e senza lavoro, Ned chiede aiuto alle sue tre sorelle, Liz (una madre iperprotettiva), Miranda  (redattrice di Vanity Fair) e Natalie (presa dalla sue relazioni sentimentali). Le tre sorelle non glielo rifiutano, ma la loro vita verrà sconvolta dallo sconclusionato Ned. In questa vicenda possiamo leggere in filigrana l’esperienza dei missionari inviati da Gesù di città in città a proclamare «che la gente si convertisse, a scacciare molti demòni, a ungere  con olio molti infermi per guarirli». Ned è un hippie dolcissimo e apparentemente svagato, ma molto più di altri sa «leggere» oltre le righe di ogni esistenza. Ned è semplicemente la cartina al tornasole di tutto ciò che non va nella vita delle tre sorelle, eppure il suo intervento appare loro come “intenzionalmente” dannoso. Il titolo del film è ingannevole, perché Ned è il miglior fratello del mondo, quello che ognuno di noi, da vari punti di vista, vorrebbe avere. Certo, le sue dolci ingenuità non passano inosservate, ma è incapace di pensar male e d’imbrogliare. Non sa e non vuole mentire, non ha paura della verità e non è un caso che tutti si confidino con lui. E’ un uomo puro di cuore, alieno dai compromessi pratici e morali del presente, votato a un’incrollabile fiducia nel prossimo. «Mi piace pensare  – dice nel film – che se metti a disposizione la tua fiducia senza aspettarti niente in cambio, se dai fiducia alle persone, loro vorranno essere all’altezza». Non è un bel modo di vivere la vita? Ned, che ha sempre con sé uno zaino che lo accompagna nelle sue peregrinazioni, curerà con il bagaglio della sua essenzialità il cuore delle sorelle, e le “convertirà” da una vita effimera e solo in apparenza felice a un’esistenza vera e appassionante, dove ogni persona è chiamata  a sconfiggere i demoni che l’abitano e a farsi carico in profondità del dolore dell’altro, con l’olio della consolazione e della tenerezza. Se riuscirai ad amare una sola cosa nel modo in cui Ned ama tutte le cose, chissà cosa potrà cambiare nella tua vita e in quella delle persone che incontrerai…

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