IL DUBITARE DEGLI UOMINI

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Dal Vangelo secondo Matteo: Gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
 
E’ una costante che i discepoli dubitino, quasi a dire che il dubitare è parte integrante dell’essere uomo. Infatti chi crede non può non dubitare perché è il dubbio che alimenta la fede. «Io ritengo che ciascuno di noi abbia in sé un non credente e un credente che si parlano dentro, che si interrogano a vicenda, che rimandano continuamente domande pungenti l’uno all’altro. Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa» (Carlo Maria Martini). Ciò che ci sorprende sempre è che Gesù crede sempre in noi.

Di fronte al “dubitare” dei discepoli, che in sostanza significa diffidenza, Lui non diffida di loro ma si avvicina, quasi a dire “io non dubito di voi, anzi vi credo capaci di imprese grandi”. Gesù si fida, scommette su di noi, mentre tante volte non ci fidiamo di lui. Il discepolo è chiamato ad andare, a non stare fermo, a mettersi sulla strada, ad essere un uomo di compagnia, ad essere colui che costruisce legami con gli altri per renderli a loro volta discepoli dell’unico maestro. Per sapere chi è il discepolo devi sapere chi è il Maestro, e quindi per rispondere alla domanda “Chi è il discepolo?” devi parlare del Maestro, raccontare la sua storia, tracciarne il suo profilo, raccontarne il destino, e poi rispondere alla domanda. «Il discepolo è –  per citare un’espressione ardita di Martin Lutero – un alter Christus, per cui in quanto cristiani siamo reciprocamente e scambievolmente Cristo uno per l’altro». Chi è oggi il discepolo di Gesù? E’ ancora una volta un uomo, una donna che segue, sì Gesù, ma è costretto a rendersi conto che l’essere alla sequela di Cristo è una grazia, un’avventura infinitamente più grande di lui o di lei. Il discepolo di Gesù è uno che non può sottrarsi a questo compito impossibile, non può fuggire come tentò invano Giona, o Geremia, il quale vorrebbe non pronunciare più il nome di Dio perche gli procura tanti problemi, ma non può. C’è dentro di lui “come un fuoco ardente”, incontenibile: il profeta deve parlare, non può non farlo. Perché Gesù mi chiama ad essere discepolo? Non certo per quello che sono, per le mie qualità intellettuali, morali, spirituali: «Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili» (I Corinzi 1,26). Non saprai mai perché sei stato chiamato! Forse per quello che sarai, per quello che Dio farà di te.
Come mai non ci si accorge della presenza di Dio nella nostra vita? Non ha forse detto Gesù che sarà «con noi fino alla fine del mondo»? Eppure io, come discepolo, dubito della sua presenza. Forse sono distratto, preso dall’ipnosi del sensibile, da quello che mi circonda. Allora per me non c’è scampo? Perché allora il Signore Gesù non si rende ancora più visibile? Perché sceglie la via della debolezza, del silenzio, dell’essere nulla per rivelarsi? Chi potrebbe affidarsi a un Dio che sembra scomparire in mezzo alla storia, che soccombe all’odio e alla violenza? «Non startene nascosto nella tua onnipresenza. Mostrati, vorrebbero dirgli, ma non osano. Il roveto in fiamme lo rivela, però  è anche  il suo impenetrabile nascondiglio. E poi, l’incarnazione. Si ripara dalla sua eternità sotto una gronda umana, scende nel più terreno grembo verso l’uomo, nell’uomo» (Mario Luzi). Contro ogni nostra aspettativa sulla grandezza e potenza di Dio percepiamo la sua capacità di manifestarsi “delimitandosi”, esponendosi ad una vita precaria e arrischiata come la nostra, consegnandosi nelle nostre povere mani. «Non già di un Dio glorioso, imponente, incombente, sacrale, ma un Dio umile, presente nella contingenza. Un Dio che non chiede discepoli eroici che hanno sempre le soluzioni, ma che hanno una passione per la ricerca più che per la certezza. Il Dio di Gesù Cristo appena si mostra scompare, ha lo charme e l’impertinenza di un bambino» (Sandro Rotili). Ci insegna la sua immensità e inesauribilità ma anche la sua accondiscendenza, la sua presenza fra di noi, la sua grazia che ha bisogno di abitare all’ombra della nostra amicizia, di trovare riparo nella casa delle nostre parole e dei nostri gesti, per nascere, mostrarsi e risorgere sempre.
“Tutti i nostri desideri” del  regista Lioret punta la sua macchina da presa su un incontro forte e sbalorditivo tra due persone: Claire, una giovane madre e giudice del tribunale di Lione e Stéphane, un magistrato veterano e disincantato. La ricerca di giustizia si riflette nella nascita di un’amicizia profonda fra due persone che «riescono a capirsi tra loro solo con semplici sguardi: eppure prima del desiderio viene il rispetto, prima dell’attrazione la voglia di aiutare (nel caso di lui) o di essere solo compresa (nel caso di lei, segnata da una terribile malattia)» (Gianluigi Negri). E’ un film sulla natura dei nostri desideri, sui luoghi imprevisti e meravigliosi dove, a volte, essi si nascondono. E di come, a volte, eventi straordinari riescono a ricollocarli nella nostra vita. Nella vicenda raccontata vi è il profondo desiderio di cambiare la direzione distorta delle cose, attraverso la comprensione e l’umiltà di chi si approccia agli altri, agli sconosciuti, con una bontà d’animo e una perseveranza che rasentano il divino. Come possiamo scoprire la presenza del “Dio con noi”, se non siamo capaci di vivere in pienezza la nostra umanità? Dovremmo cogliere con sguardo vigile l’epifania diffusa, disseminata, germinale di un Dio che si manifesta, come nel film, nella storia dei protagonisti. Gli eventi tragici di questi giorni, come il terremoto, ci inducono a pensare: dov’è Dio? …  Non dovrebbe essere il Dio con noi? Soltanto il Dio che soffre può venirci in aiuto. Proprio perché il dolore non va spiegato e non può essere compreso, ma va condiviso e solo così se ne può capire qualcosa. La Trinità stessa se ne è fatta carico, com-patendo insieme a noi per darci la forza di superarlo per traformarlo giorno dopo giorno in un evento di grazia. Paradossalmente come afferma Dietrich Bonhoeffer «i cristiani stanno accanto a Dio nella sua sofferenza». L’esistenza cristiana non consiste in pratiche o devozioni religiose, comunque intese, bensì nella partecipazione alla sofferenza di Dio. Per cui la domanda evangelica: «Quando ti abbiamo visto?» ci rimanda alla realtà, abitata da infinite presenze e assenze di Dio, ci rende sensibili agli innumerevoli e fuggevoli suoi passaggi nei paesaggi dell’anima, negli arcipelaghi delle emozioni, nelle vicende drammatiche e a volte liete dei nostri giorni… E Lui resta un’apertura “sconfinante” – e sconvolgente. Hai tu il coraggio di accoglierlo, di comprenderlo, di seguirlo nell’incarnazione, nella impotente potenza dell’amore, nei suoi gesti genuini di ospitalità?

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