Io sono il buon pastore

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Don Umberto Cocconi

Vangelo secondo Giovanni (10, 11-18): Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».                                                                                                    

Per parlare di sé, per comunicarci chi vuol essere per noi, Gesù utilizza l’immagine del pastore, anzi del pastore “buono” (nell’originale greco la parola è “bello”, nel senso di perfetto, ideale: un “pastore modello”). In questo modo, però, Gesù definisce anche noi: siamo il suo gregge, le sue pecore. Ai nostri giorni, però, la cosa può generare qualche problema, perché la pecora è connotata negativamente. La prima associazione di idee è: “animale privo di personalità”. Al giorno d’oggi, dire a qualcuno “sei una pecora” significa squalificarlo come individuo: uno che segue opinioni e mode senza riflettere, un vigliacco e un pauroso, uno che fugge da ogni responsabilità personale. Nel nostro immaginario, è molto meglio assomigliare al leone che alla pecora. Non per niente, un detto popolare recita: “Meglio vivere un giorno da leone che cent’anni da pecora”. Nel linguaggio evangelico, invece, il concetto di pecora assume ben altro significato. Le sue connotazioni specifiche sono quelle di saper riconoscere la voce del proprio pastore e (cosa non meno importante) di essere conosciuta per nome (come dire: conosciuta e amata profondamente!) da colui che la guida.                                                      

Forse pensiamo che l’immagine della guida, del leader, della personalità carismatica potrebbe essere più azzeccata, di questi tempi. Eppure, non c’è similitudine più semplice e calzante, per comprendere cosa Gesù sia disposto a fare per noi, che quella del pastore. Che cosa è disposto a fare un pastore buono, un pastore degno di questo nome, per il suo gregge? E’ disposto a donare la sua vita per le “pecore”! Il pastore buono, il pastore ideale, non simboleggia soltanto colui che protegge, che si prende cura del suo gregge, ma rappresenta in senso lato colui che vive per il suo popolo, che arriva a fare “causa comune” con lui. Il mercenario, all’opposto, è colui che agisce per il proprio interesse, per il proprio prestigio, insomma è l’uomo senza scrupoli, che mette al centro di tutto il suo guadagno, i suoi interessi personali. Il mercenario è colui che si è arricchito a spese degli altri, di coloro verso i quali aveva un compito, una missione.

In questo quadro, dove si collocano i politici? Sono pastori buoni o sono mercenari? Sono capaci di fare l’interesse di tutte le loro pecorelle, anche quelle più indifese, oppure assomiglieranno al mercenario che le divora o le lascia in balia “dello spread”? Importa loro quello che succede alle “pecore”? Ne hanno cura? Si fanno carico delle loro difficoltà? Oppure alla prima avvisaglia di pericolo si dileguano lasciandole “cadere nel baratro”? Solo chi è disposto a dare la vita per gli altri, può essere il Pastore del gregge.

Ciascuno di noi è chiamato a esercitare una vocazione sociale per il bene della comunità. Giorgio La Pira, il mitico sindaco di Firenze, alle accuse e agli avvertimenti mossigli da più parti sui rischi di compromissione che l’attività politica porta con sé, rispose: «Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa “brutta”! No: l’impegno politico –­ cioè l’impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società in tutti i suoi ordinamenti a cominciare dall’economico ­­– è un impegno di umanità e di santità». Davanti al Consiglio comunale dichiarò con fermezza che i suoi collaboratori avevano nei suoi confronti un solo diritto, quello di negargli la fiducia, ma non potevano dirgli di non interessarsi: «delle creature senza lavoro (licenziati o disoccupati), senza casa (sfrattati), senza assistenza (vecchi, malati, bambini, ecc.).  Se c’è uno che soffre io ho un dovere preciso: intervenire in tutti i modi con tutti gli accorgimenti che l’amore suggerisce e che la legge fornisce, perché quella sofferenza sia diminuita. Altra norma di condotta per un Sindaco in genere e per un Sindaco cristiano in ispecie non c’è!».                                                                                                                                                                     Il vangelo sottolinea un altro aspetto: «ho altre pecore che non provengono da questo recinto», dice Gesù. E il suo obiettivo è fare di tutte «un solo gregge, un solo pastore», un’unica grande realtà di comunione. Gesù è venuto a liberare le persone dagli spazi angusti del recinto. Il recinto è qualcosa che ti dà sicurezza, ma che rischia anche di toglierti la libertà, di separarti dalla Vita nella sua pienezza: il pascolo è fuori dal confine del recinto. E nei pascoli del Regno è possibile l’incontro tra pecore condotte fuori da altri ovili, da altri recinti, per godere insieme della Vita che non ha fine.

Con il suo agire, con la sua scelta di dono totale e pieno della vita, Gesù innesca un processo di liberazione crescente per tutta l’umanità. Non soltanto per le persone asserragliate nel recinto di una religione o di una religiosità “protettiva”, difensiva, separatrice e magari molto formale, ma anche per chiunque si trovi costretto dentro altri recinti che comunque lo privano della libertà a cui ha diritto, la libertà dei figli di Dio. La fede cristiana, comunque, è chiamata a vigilare sulla stessa religione, sul rischio che essa diventi un ostacolo alla potente esperienza di liberazione, di affidamento all’unico Pastore, al Modello di una vita e di un amore offerti in pienezza – al pastore che guida ai pascoli della vera libertà, che ci apre il cammino verso il Regno di Dio.

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