Io sono la vite

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Don Umberto Cocconi

Dal vangelo secondo Giovanni (15, 1-8) Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».
 
Avete mai giocato a “Se fossi”? Il gioco consiste nel parlare di sé attraverso delle immagini. Se io fossi un cibo…  se fossi una parte della casa…  se fossi una pianta … con quale oggetto mi rappresenterei? Raccontarsi è difficile, lo sappiamo, ma può diventare più facile se affido alle immagini la rappresentazione del mio io. Anche Gesù, in qualche modo, per parlare di se stesso ha usato la stessa modalità: “io sono la porta”, afferma nel vangelo secondo Giovanni, “io sono il pane vivo”, “io sono la vera vite”, “io sono la luce del mondo”.    
L’immagine della vite – o meglio ancora, della vigna – è molto cara alla Bibbia, che la identifica spesso con il popolo che il Signore ha prescelto, piantato e amorosamente coltivato.  E chi di noi non  conosce la vite? È una presenza amata e familiare per tutte le popolazioni mediterranee. Ha radici straordinarie, che arrivano ovunque vi sia l’acqua, un ceppo principale che si prolunga nei tralci, carichi di foglie e di frutti. Anche Gesù ama e conosce la vite e l’arte della potatura, così decisiva per la fecondità della pianta, e usa questa immagine per parlarci del suo rapporto con noi (e con l’agricoltore, il Vignaiolo, che è il Padre). Come il tralcio “rimane” saldamente connesso alla vite così anche i discepoli sono chiamati a rimanere in Gesù, perché questa è l’essenza, questo l’essenziale della loro condizione: dimorare in Lui.
I veri discepoli non sono i più bravi, i più religiosi, i più moralmente irreprensibili: sono semplicemente quelli che rimangono presso di Lui e in Lui. Il cristianesimo si propone innanzitutto come un incontro, come un’occasione offerta, assolutamente gratuita. Lo stupore e la fascinazione nati dall’incontro sollecitano l’uomo a rimanere per scelta  in quel rapporto meraviglioso, a conoscere in tal modo cos’è la vera libertà. In questo tempo di “con-vivenza”che Gesù ci offre, lo stupore iniziale e la gioia della scoperta possono crescere ulteriormente, nelle occasioni che certamente si moltiplicheranno dopo il primo incontro. Quando Giovanni e Andrea incontrarono  Gesù la prima volta, dopo essere rimasti con Lui un memorabile pomeriggio lo riconobbero come il Messia. Ma se non l’avessero più visto, pur conservando per sempre l’impressione della sua eccezionalità, avrebbero mai potuto vivere il rapporto che poi li legò a Lui? E’ stato il prolungato rimanere “in” e “con” Lui che ha approfondito sempre più in loro la folgorazione iniziale. Così commenta don Luigi Giussani, accennando all’episodio di Giovanni e Andrea, primi discepoli del Signore: «Che cos’è avvenuto in loro? Non è stata in primo piano la soluzione dei problemi, ma uno stupore, lo stupore di una Presenza. Seguendo questo stupore hanno cambiato anche la vita. L’incontro con Cristo fa venire voglia di seguire; non immediatamente di cambiare la vita. Se il termine fosse cambiare la vita, l’attenzione si sposterebbe inevitabilmente su di sé invece che sulla Presenza».
Il rimanere con Gesù implica quindi non solo una certa coerenza morale, ma prima di tutto il rimanere in Lui, una realtà che ha ripercussioni su tutto il tuo essere e ti porta a vivere come Gesù. Se il cristiano  come Giovanni e Andrea, rimane innanzitutto stupito a guardarLo e ascoltarLo, se veramente “rimane in Lui”, allora paradossalmente non pecca più, perché rimane in quello stupore e in quella grazia che lo trasformano in una creatura nuova. Il rimanere in Gesù non è una semplice premessa per poi poter fare altro, non è uno spunto per giungere finalmente alla conoscenza, ma è la condizione per raggiungere la piena maturazione della vita cristiana. E in questo dimorare in Lui si giunge alla conoscenza del Padre, conoscenza che è soprattutto un gustare, un fare esperienza, un accorgersi di crescere, rimanendo proprio dove lo stupore si rinnova. 

Che cosa vuol dire essere come i tralci della vite? Significa senz’altro portare frutti di gioia. Il vino non rallegra forse la vita dell’uomo? Pensa: sei chiamato a rallegrare la vita delle persone che sono accanto a te. Ma solo se dimori in Colui che è la vera Vite puoi diventare tu stesso fonte di felicità: «Saprai certamente che, come hai in comune con i fiori una sorte caduca, così hai in comune la letizia con le viti da cui si ricava il vino che rallegra il cuore dell’uomo (cf. Sal 103,15). E magari tu imitassi, o uomo, un simile esempio, in modo da procurarti letizia e giocondità. In te si trova la dolcezza della tua amabilità, da te sgorga, in te rimane, è insita in te; in te stesso devi cercare la gioia della tua coscienza. Perciò la Scrittura dice: “Bevi l’acqua dai tuoi vasi e dalla fonte dei tuoi pozzi” (Pr 5,15)» (Sant’Agostino).
Il film “Il primo uomo”, ispirato all’omonimo romanzo postumo di Albert Camus, ne racconta il ritorno  in Algeria, luogo natale dello scrittore, un’Algeria arsa dal conflitto sociale e dalla violenza etnica. Jacques Cormery (alter-ego di Camus) torna nel Paese natìo, confrontandosi con la nuova controversa situazione politico-sociale, che prelude alla rivoluzione. Jacques rivive gli anni formativi della sua infanzia, il padre che non ha conosciuto, la povertà, la nonna e la madre che lo hanno cresciuto, il maestro che lo ha incoraggiato a studiare. Rievoca il colonialismo strisciante dei manuali scolastici, ribadisce con fermezza la sua idea di convivenza tra francesi e musulmani, scava nella sua identità, e medita dolorosamente sullo scollamento tra utopia e politica. “Il primo uomo” è il grido silenzioso lanciato attraverso la propria esperienza dal bambino e poi dall’uomo, che legge il mistero e l’unicità dell’esistenza fin dentro le vicende politiche, così drammatiche, del mondo contemporaneo.
Essere radicati nella propria storia è un modo fondamentale di essere “tralci della vite”. E’ proprio prendendo coscienza della tua storia, di come sei diventato adulto – visto che «ogni bambino contiene già i germi dell’uomo che diventerà» – che puoi capire a chi devi dire grazie per quello che sei diventato e per i frutti che hai prodotto. «E dunque è nella memoria di sé da piccoli che un uomo alla fine cerca la propria chiave, il senso di quello che è diventato» (Lara Ampollini). Pertanto, restare saldamente connessi alla propria storia è come rimanere simbolicamente innestati alla propria vite.

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