La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre

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Don Umberto Cocconi

Giovanni 3,14-21: E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.

Tu lo ami il mondo? Che cosa saresti disposto a fare per il mondo? Credi che il mondo non abbia bisogno di te? Se tu avessi la bacchetta magica di Harry Potter, cosa faresti per salvare il mondo?  Lo avverti anche tu che il mondo sta morendo, che il nulla dilaga. Non puoi stare alla finestra, o peggio ancora stare a lamentarti, a prendertela con tutti, a dare la colpa di ciò che non va agli altri. Ti ripeto la domanda: ma tu lo ami il mondo? Saresti disposto a fare una cosa pazza pur di salvarlo? Sì, perché per salvare il mondo c’è bisogno di persone che sappiamo amare. Che sappiano onorare il mondo più di se stesse. Perché se il mondo è in agonia è perché tu non te ne prendi cura. Sei così preoccupato di te che non ti curi della tua casa, degli altri, di ciò che è fuori di te e ti dà vita.

Ci sono frasi nel vangelo che ci sorprendono, come questa: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito». Nel “linguaggio” di Dio, amare significa prima di tutto rendere onore, apprezzare, stimare. Agli occhi di Dio il mondo è buono, è da apprezzare, ha un valore inestimabile.

Dio lo stima a tal punto, anzi, da non risparmiare per lui (per te!) il proprio Figlio unigenito.

Dio non scherza. Per il mondo è capace di rinunciare a tutto. E’ disposto a mettere il mondo al centro dei suoi pensieri e delle sue preoccupazioni. E pur di salvarlo, è disposto a donare ciò che ha di più caro: il Figlio unigenito, Gesù. Per Dio tu sei la “perla preziosa di grande valore” (Matteo, 13,46). Vale la pena “vendere tutto”, spogliarsi di tutto, per averti.

E tu che cosa saresti disposto a perdere, a donare pur di salvare questo mondo, che rischia di diventare un inferno? Che cosa metti in campo? Che cosa sei disposto a giocarti? Per Dio, ciò di cui il mondo ha bisogno è che l’uomo si prenda cura  di esso. «Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Genesi, 2,15). Compito dell’uomo non è solo coltivare, ossia “aiutare la natura a dare i suoi frutti” ma custodire, essere il difensore di una cosa che non è sua, ma gli è stata data in dono. «Questa terra non l’abbiamo ricevuta in eredità dai nostri padri ma avuta in prestito dai nostri figli» (Proverbio dei pellerossa). 

Nel messaggio per la 49° Giornata della Pace, il papa afferma: “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”: Il rispetto del creato riveste grande rilevanza, anche perché «la creazione è l’inizio e il fondamento di tutte le opere di Dio» e la sua salvaguardia diventa oggi essenziale per la pacifica convivenza dell’umanità. Dio ha bisogno di uomini e donne che si prendano cura del creato, del mondo: la più grande mancanza d’amore è la non-curanza. Prendersi cura del mondo è la più grande forma di carità: è coltivare la pace. Il mondo viene allora “ricreato”, creato nuovamente. Nel nuovo giardino del mondo è posto un nuovo albero: la croce. Il frutto di quest’albero è veramente «buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza» (Genesi 3, 11). «Con la sua croce, piantata sul Calvario come una trivella, (Cristo) ha scavato un pozzo d’acqua freschissima. Una volta risorto, ha consegnato questo pozzo agli uomini dicendo: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”. Ora tocca a noi attingere l’acqua della pace per dissetare la terra. A noi, il compito di farla venire in superficie, di canalizzarla, di proteggerla dagli inquinamenti, di farla giungere a tutti» (Don Tonino Bello).                           

«Chi opera la verità viene alla luce». Afferma Søren Kierkegaard: «Ciò che veramente mi manca è di capire chiaramente me stesso, quello che devo fare, non quello che devo conoscere. Trovare una verità che è verità per me, trovare l’idea per la quale devo vivere e morire. A cosa mi servirebbe dimostrare l’importanza del cristianesimo, poter chiarire molti singoli fenomeni, se esso non avesse per me un significato più profondo? Che cosa è la verità se non vivere per un’idea?». La verità non appartiene a coloro che più sanno e più conoscono bensì a coloro che scelgono di agire. L’insegnamento fondamentale del Cristianesimo è per Kierkegaard proprio questo: ogni singolo uomo è direttamente coinvolto nel suo destino e la ricerca della verità non è mai oggettiva o distaccata bensì appassionata e paradossale. Afferma il filosofo danese: «Io non conosco in verità la verità se non quando essa diventa vita in me». Pertanto una verità non è da dimostrare, ma è piuttosto da testimoniare. Kierkegaard afferma che «la soggettività, l’interiorità è la verità, intendendo non certo che la verità è soggettiva o relativa, ma che la verità è tale quando è scelta e vissuta in prima persona, quando è una “verità per me”, per la quale io possa vivere e anche morire» (Alberto Siclari). Esistere vuol dire rapportarsi alla verità che è Cristo, testimoniando con la propria vita l’importanza della verità divenuta vita per me.  

È diventata celebre l’affermazione di Paolo VI: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni». Ciò che conta non è tanto essere maestri di verità, ma testimoni della verità, di quella verità che essendo verità per me, illumina il mondo.

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