Lo spirito della verità

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Don Umberto Cocconi

Dal vangelo secondo Giovanni (15, 26-27; 16, 12-15)  Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

Il termine centrale di questo testo è Paraclito, che etimologicamente significa  “chiamato” (kletos) “presso” (parà), ovvero chi è “chiamato presso” qualcuno, come nella parola latina advocatus  (prefisso ad e  participio vocatus). Di qui il termine “avvocato” nella lingua italiana: colui che ti sta a fianco per difenderti, perché lo hai scelto come difensore; colui che ti salva, ti libera “dal laccio del cacciatore”. I discepoli di Gesù saranno esposti allo scandalo, sentiranno la tentazione di disertare, proveranno il dubbio, lo scoraggiamento, ed è in questo preciso momento che lo Spirito di verità interverrà: darà testimonianza di Gesù nel cuore dei credenti, li confermerà nella fede e li inviterà a rimanere fedeli nella prova. In questo modo, anch’essi “renderanno testimonianza” a Gesù. Da buon Paraclito, da buon avvocato, lo Spirito di verità difende Gesù e la sua identità nelle mille dispute che sorgeranno nel corso dei secoli. Con la passione si è aperto un “processo a Gesù” che non è ancora finito, perché il caso Gesù di Nazaret non è stato ancora archiviato, e non lo sarà fino alla fine dei tempi. Il cristiano è colui che è chiamato a deporre, a rendere la sua personale testimonianza. Tu, uomo del tuo tempo, non puoi esimerti da questa responsabilità. Che cosa è successo nella tua vita che tu possa portare come testimonianza di fronte a questo giudice che è la storia? Chi ti darà il coraggio di parlare con franchezza, dicendo tutta la verità, nient’altro che la verità, se non il Paraclito? L’essere stati fin dal principio col maestro, ossia l’aver  vissuto con lui, l’aver condiviso il suo amore per il mondo, ci dà la forza per “confessarlo apertamente” nella nostra vita. «Se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (Prima lettera di Pietro). Siamo chiamati a rispondere, o come è scritto nell’originale greco a “fare l’apologhia”  della speranza, cioè a prendere le difese di quel kerigma, di quell’annuncio che è il fondamento della nostra speranza: il Signore è veramente Risorto.

Lo Spirito ci guida alla verità tutta intera: alla verità su Dio e sull’uomo. Lo Spirito è un principio dinamico, la verità è invece immutabile, ma è comunque soggetta all’approfondimento, a ritrovare perennemente una freschezza di novità, fonte di una conoscenza universale e oggettiva di straordinaria ricchezza. Qual è la “verità” su Dio? Potessimo rispondere con una definizione, avremmo la pretesa di essere già arrivati una volta per tutte al traguardo, verso cui ci guida lo Spirito. Per noi, che ci siamo avviati in questo cammino di verità, il traguardo si sposta invece sempre più in là, mano a mano che procediamo. Siamo tra il “già” e il “non ancora”. Una cosa, comunque, è certa: c’è uno stretto legame fra il Venerdì santo e la Pentecoste, la festa che oggi ricordiamo. E’ il grande giorno in cui è donato in sovrabbondanza lo Spirito che scaturisce dal cuore di Cristo crocifisso, «dal cui fianco perforato fluì acqua e sangue», come canta l’Ave verum corpus, il celebre inno musicato da Wolfgang Amadeus  Mozart. Qual è la verità sull’uomo che lo Spirito ci aiuta a comprendere? La sua dignità, la sua grandezza, la sua nobiltà. La verità “autentica” sull’uomo non riguarda il peccato: «il peccato non è rivelatore dell’uomo, non dice chi siamo veramente; non è dal male che emerge la nostra realtà. L’uomo non coincide con il suo peccato, ma con le sue possibilità, con ciò che può diventare: o uomo, la tua bellezza è la tua verità» (Ermes Ronchi).

Nel processo intentato all’uomo, lo Spirito Santo è non solo l’avvocato, ma anche il testimone della difesa. Contrapponendosi all’accusatore, Satana, che non fa altro che ricordare a Dio i nostri peccati; lo Spirito Santo ci difende e ricorda a Dio-Padre tutta la bellezza di cui Egli stesso ci ha rivestito, rivendica le buone opportunità che l’uomo ha saputo cogliere, l’amore che ha saputo donare.

L’azione dello Spirito Santo è in qualche modo riconoscibile anche nel film “Cesare deve morire”, nel quale, come suggerisce René Girard, lo Spirito fa riconoscere i nostri meccanismi violenti,  «illumina i persecutori sulle loro stesse persecuzioni».  “Cesare deve morire è un dramma ambientato in prigione, tra le mura di Rebibbia di Roma. Un gruppo di detenuti mette in scena il Giulio Cesare di Shakespeare e i carcerati-attori adattano e reinterpretano la vicenda con il loro vissuto. Camorristi, spacciatori, detenuti condannati per omicidio, un paio di ergastolani rinchiusi nel carcere sono gli attori che rappresentano il “Giulio Cesare” di Shakespeare, interpretando i ruoli di Bruto, Cassio, Decio, Marco Antonio, dello stesso Cesare. Nel  drammatizzare questa tragedia rappresentano anche la propria vita, le proprie scelte, i propri errori. Si entra e si esce dal palcoscenico virtuale del carcere, la recita si mescola inestricabilmente con la vita. La corrispondenza tra la tragedia, che viene messa in scena e le vicende drammatiche, che hanno segnato l’esistenza dei detenuti-attori è sorprendente: il senso dell’onore, i tradimenti, la lotta al potere costituito, la vendetta, l’espiazione e la colpa ne costituiscono gli elementi essenziali.  Nel film i detenuti-attori scoprono che al di là di questo orizzonte oscuro, c’è un universo fatto di mille colori, mille profumi, mille cose – e nello stesso momento in cui percepiscono tutto questo, capiscono di averlo perduto. Shakespeare è stato un amico che li ha accompagnati in questo cammino: con la sua poesia ha illuminato le zone oscure della loro vita, rivelando che perfino nella notte più nera c’è una luce che può accendersi e risplendere all’improvviso dentro ogni uomo, per non spegnersi mai più. In questa tragedia dove si parla di tirannia, di tradimento, di odio, di omicidio, di vendetta, gli attori-detenuti rileggono la loro vita, come illuminati dallo Spirito di verità, diventando consapevoli delle loro meschinità, dei loro vissuti contrassegnati da valori traditi, da legami spezzati. La distanza tra realtà e rappresentazione viene, per così dire, abolita. La letteratura, del resto, può ampliare i confini del nostro sapere, soprattutto di una sapienza del vivere, dilatando gli orizzonti della conoscenza di noi stessi, aiutandoci a capire come siamo fatti dentro, a cogliere il senso profondo del reale.

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