Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me

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Don Umberto Cocconi

Dal Vangelo secondo Marco. Si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: prostituzione, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Gesù è accerchiato: attorno a lui, scribi e farisei venuti dalla capitale, da Gerusalemme, quasi come una commissione d’inchiesta, inviata per studiare più da vicino il “caso Gesù”. Pare proprio che stiano cercando prove, per compilare un “dossier” contro questo sedicente maestro, che sovverte le regole e le tradizioni dei Padri. Hanno voluto constatare di persona quale tipo di dottrina insegni questo “esaltato”, e le prove a suo carico sono schiaccianti e senza appello: deve essere attaccato nella sua funzione di maestro autorevole. Che cosa insegna, quali regole, quali principi dà ai suoi discepoli questo pseudo-rabbi? Non è questo il banco di prova della bontà di una dottrina? I discepoli di Gesù danno scandalo: infatti scribi e farisei li hanno sorpresi in atteggiamenti poco religiosi, poco ortodossi, anzi trasgressivi. Non si attengono alle tradizioni, alle regole della legge mosaica: ad esempio, questi “maleducati” non si lavano le mani prima di mangiare e in varie occasioni, vanno addirittura a spigolare nei campi durante il sabato, invece di rispettare le norme sul riposo sabbatico. Quelle che per noi suonano come norme della buona educazione, per gli ebrei erano un dictatus importante. Non era facile difendere i discepoli in quelle circostanze: erano stati proprio presi in castagna. Invece Gesù li salva, li difende, non li sgrida affatto perché sa bene che l’intento degli scribi e dei farisei è quello di screditare lui e i suoi insegnamenti. Attaccando i discepoli, stigmatizzando i loro comportamenti, questi “ispettori religiosi” criticano nella sostanza lui, la sua dottrina, la sua credibilità. E’ come se loro dicessero a Gesù: “Ma non ti accorgi di ciò che stai facendo? E tu pensi di essere in gamba e ti vanti… ma di che cosa ti dovresti vantare, se hai dei discepoli che prendono addirittura il cibo con mani impure?”. La reazione vigorosa di Gesù alle accuse della “commissione d’inchiesta” è la denuncia di un atteggiamento, quasi di una perversione, per gli uomini religiosi, che pare si divertano a rendere difficile e complicata la vita delle persone e non fanno  altro che imporre regole e prescrizioni, obblighi e divieti. Per incontrare Dio – secondo loro –  bisogna sottoporsi al giogo di una ritualità che garantisca la purità, la “pulizia” davanti a Dio, attraverso una serie di astensioni o di azioni cerimoniali. Ma Gesù ricorda a tutti che se l’uomo guarda all’apparenza, il Signore invece guarda al cuore. Non si ferma all’aspetto esteriore della persona, non gli interessa se sei più o meno pulito “fuori” ma al suo Sguardo non sfugge nulla di ciò che sei e di ciò che hai. A questo proposito viene alla mente una canzone di Giorgio Gaber: “L’odore”. Racconta di uno che sente nell’aria un cattivo odore, ma non sa di preciso da dove venga. «Che odore! Sarà la zona! Più che un odore è una puzza! È micidiale! Non ce la faccio, M’è venuta anche un po’ di nausea, mi gira la testa. In città non mi sento mai male, l’aria è più giusta … C’è ancora l’odore, l’odore mi insegue, oramai è dappertutto. Non posso, non posso, oramai ce l’ho addosso! Vado a casa, mi siedo sul letto, mi sdraio, mi distendo, Ma c’è ancora! Io mi annuso, lo sento più forte, un odore tremendo. Mi tolgo i vestiti, oramai sono nudo. Odore mio, odore mio… Vuoi vedere che sono io, vuoi vedere che sono io, vuoi vedere che sono io!». C’è una religiosità delle labbra, delle parole, ma c’è prima di tutto la religiosità del cuore, dell’intimo. Ti puoi lavare e rilavare mille volte, ma se non ti purifichi interiormente, resti sempre immondo. Se il tuo cuore è malato tutto il tuo corpo sarà malato, tutto il tuo mondo sarà “immondo”. E’ dal cuore, non da ciò che mangi, come afferma Gesù, che nascono i propositi di male, da lui riassunti in un elenco di dodici atteggiamenti “perversi” che possono abitare e rimanere saldamente installati in ciascuno noi. Ciò che colpisce è che questi “propositi di male” sono i tessuti su cui si regolano spesso le relazioni umane. Per Gesù i “cattivi pensieri”, non sono mai semplici pensieri, non sono semplici e innocue elucubrazioni mentali, ma sono il germe di azioni maligne nonchè di concrete negazioni dell’Amore. Per questo è il cuore che va purificato, è l’intimo che deve essere “immacolato”, ed essere senza macchia. Se il cuore è malato, contamina ogni cosa, e io vedo solo il male, sempre. Solo quelli che hanno un cuore puro, ossia uno sguardo che sa vedere il Bene nell’altro, potranno contemplare la bellezza del mondo, ossia sapranno vedere Dio nel volto dell’altro. Dei dodici “pensieri cattivi” che ci abitano, decisivi sono il primo e l’ultimo della serie. Il primo male che sgorga dal nostro cuore è la prostituzione, ossia il vendersi per denaro, per ambizione, per ottenere il successo mentre l’ultimo della serie è la stoltezza; come si legge nella Bibbia stolto è colui che ha la vista interiore davvero corta, che non vede “più in là del proprio naso”, vive solamente per sé stesso, pensa esclusivamente ai propri bisogni, alla proprie necessità.

“Into the wild” – “Nelle terre selvagge” – è un “film di formazione” che in quattro capitoli racconta la nascita, l’adolescenza, l’età adulta, la conquista della saggezza di Chris, un giovane di 23 anni. Questi il giorno della sua laurea abbandona tutte le sue sicurezze, per intraprendere un viaggio verso l’Alaska e vivere così un’avventura in quelle terre estreme, in mezzo alle bellezze e alla forza della natura. Sembra che nulla manchi a questo ragazzo dalla sensibilità acuta e dall’intelligenza brillante, tuttavia, Chris è lontano dall’essere felice: tutto gli pare futile, superfluo, banale. Lasciandosi alle spalle la sua città e il suo mondo, affrancandosi dalle comodità, dai condizionamenti e dalle convenzioni sociali, Chris intende affrontare un nuovo stile di vita. Sceglie la natura selvaggia come palestra del corpo e dello spirito, per mettere alla prova se stesso. L’incanto dei paesaggi, ma anche la lettura delle opere dei grandi della letteratura, lo illuminano nel profondo. Chris è immagine dell’homo viator, del pellegrino in cerca della grazia, capace di stupirsi e di meravigliarsi, capace infine di lasciarsi toccare nel profondo del cuore, dal sublime, dalla verità dell’Essere, per giungere a un nuovo modo di vedere e sentire le cose. Sfogliando il “Walden” di Henry David Thoreau, Chris sottolinea tra le “Leggi più alte” questa frase: «La castità è la fioritura dell’uomo; e ciò che si chiama Genio, Eroismo, Santità e simili, sono solo i vari frutti che vengono come conseguenza di essa». Ed è questa castità, come aspirazione alla purezza interiore e desiderio di vita autentica, quella che Chris assaporerà  e che lo renderà capace – ascoltando le parole di un uomo saggio, provato dal dolore  –  di giungere a perdonare: «Quando perdoni, ami; e quando ami, la luce di Dio brilla su di te». Per tanti giovani in balia dell’indifferenza e dell’anestesia emotiva, perfino derubata di ogni possibile desiderio di contestazione, “Into the Wild” è uno scossone energico, un appello alla verità della bellezza, un appello alla purezza autentica. Allo spettatore non resta che confrontarsi con l’implicita domanda di Chris: che cosa fa sì che una vita umana sia veramente degna di essere vissuta? Che cosa è in grado di rendere l’uomo, nonostante tutto, veramente felice?

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