Tu che cosa ne fai del tuo corpo?

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Don Umberto Cocconi

Dal Vangelo secondo Marco: Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, già pronta; là preparate per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua. Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio». E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

«Prendete, questo è il mio corpo». Queste parole, oggi, ci interpellano in modo particolare. Tu, che cosa ne fai del tuo corpo? Lo tieni per te oppure lo doni, lo “consegni”? Questa domanda può e deve sembrarti provocatoria… Interrogarci su come viviamo la nostra corporeità significa, infatti, scoprire chi siamo. Non è forse il corpo il luogo delle relazioni?  E’ il nostro corpo che permette l’incontro tra noi e il mondo. Attraverso i cinque sensi entriamo in dialogo con la realtà circostante,  anzi, potremmo dire che è la realtà stessa a entrare in noi. Nelle sue armonie o disarmonie, nella bellezza della sua singolarità, il corpo parla di te: è linguaggio perché esprime il tuo essere persona unica e irripetibile. La corporeità è vera e propria “materia” di comunione, in quanto attraverso il corpo entriamo in comunicazione e comunione con noi stessi, con gli altri, con l’Assoluto. Se vivo profondamente l’accettazione della mia corporeità sono capace di abitare anche le dimensioni del tempo e dello spazio, in cui vive il mio corpo. Vivere bene le relazioni nel tempo significherà avere la capacità di attendere, di promettere, di mantenere, di perseverare. Vivere bene le relazioni nello spazio vorrà dire saper vivere tanto la vicinanza quanto la lontananza, cioè essere capaci di pazienza verso se stessi e verso l’altro, lasciare spazio, non abbandonare, avere fiducia, saper vivere l’indipendenza, saper lasciar andare l’altro, non volerlo trattenere. Le parole di Gesù: «Prendete, questo è il mio corpo» significano il modo in cui egli volle vivere la sua corporeità e con il suo corpo, desidera non solo entrare in relazione con gli altri, ma essere dono per tutti. Gesù vuole intrecciare profondamente la sua vita con la nostra: «Ecco la grande attrattiva del tempo moderno; penetrare nella più alta contemplazione e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo. Vorrei dire di più: perdersi nella folla, per informarla del divino, come s’inzuppa un frusto di pane nel vino» (Chiara Lubich). Gesù vuole “inzupparsi” nella moltitudine, fare un solo corpo con essa. E tu, desideri “perderti” per trasformare questa folla anonima e frammentata in una sola famiglia? Se hai il coraggio di questo desiderio, che è il desiderio del Signore, fa’ che la tua corporeità sia un “bagliore dell’ottavo giorno”, non viverla come un puro ripiegamento su te stesso, come semplice gioco di sensazioni e di godimento, ma come dono di te e affidamento totale. «Nell’accoglienza dell’alterità possiamo intravedere o presentire qualche bagliore della gloria futura che è già cominciata: bagliori, su certi volti abitati da Dio, della bellezza trasfigurante, anticipazione dell’ottavo giorno» (X. Lacroix).  

Oggi, festa del Corpus Domini, siamo chiamati a “diventare corpo di Cristo”, a vivere la nostra esistenza come un processo di trasfigurazione, per una crescente conformità all’immagine del Figlio di Dio. «La vita eterna, che nel futuro germoglierà in pienezza, ci è data: è la qualità di vita propria di chi ascolta la parola del Figlio e vive da fratello. E’ da me vissuta, qui e adesso, nell’indistruttibilità dei gesti che compio: di amore, di fedeltà, di perdono, di amicizia, di onestà, di libertà responsabile. E’ bello pensare che posso riscattare l’angoscia del tempo, la storia del mio corpo, con atti di dedizione che hanno un valore definitivo, depositato nella pienezza del corpo risorto di Cristo!» (Carlo Maria Martini).

L’istante in cui Gesù offre il proprio corpo, come Eucaristia, è stato raffigurato già molte volte nella pittura tardo medioevale (pensiamo a Duccio e a Giotto). E’ nell’affresco del refettorio delle Grazie a Milano, il capolavoro dell’arte rinascimentale, ritenuto universalmente un insuperabile modello estetico, in cui Leonardo, meglio di chiunque altro, ha saputo rappresentare nei volti dei dodici apostoli le espressioni del loro animo sconvolto o stupito nello stesso tempo. Anche Salvador Dalì si è cimentato nella rappresentazione de “Il sacramento dell’ultima cena”(un grande dipinto a olio realizzato nel 1955, conservato alla National Gallery of Art di Washington). Dalì associa genialmente tutta la storia di Gesù in un’unica composizione: “il luogo della parola” di Gesù – il lago di Galilea e dintorni – e “il luogo del corpo donato”  – il Cenacolo, a Gerusalemme.  Il Cenacolo ha le pareti trasparenti, che lasciano intravedere un dodecaedro, un solido di dodici facce che simboleggia l’universo. La geometria in questo quadro è qualcosa di mistico che rimanda alla divina proporzione. L’artista “geometrizza” molto la rappresentazione:  al centro di un tavolo quadrato Gesù celebra l’Eucaristia, mentre gli apostoli stanno tutt’intorno a capo chino, la testa fra le mani, quasi pre-sentissero la tragedia imminente. Dai vetri sovrastanti delle grandi finestre pentagonali appare il Cristo risorto, che dall’alto abbraccia tutti  i discepoli di ieri e di oggi. Dalí esaltò la figura del Cristo attraverso strutture geometriche, che da un lato rappresentano con realismo la vita terrena di Gesù, dall’altro proiettano l’avvenimento dell’ultima cena in una dimensione metafisica. «Il Cielo, ecco quello che la mia anima ebbra d’assoluto ha cercato durante tutta una vita che a certuni è potuta sembrare confusa e, per dirla tutta, profumata dello zolfo del demonio. Il Cielo non si trova né in alto, né in basso, né a destra, né a sinistra, il Cielo è esattamente al centro del petto dell’uomo che possiede la fede» (Salvador Dalì).  

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